Il Cile di Piñera: tra crescita economica, malcontento e disordini

di Marco Doncic
Tutto il Cile è scosso da grandi proteste che hanno avuto il loro inizio il 14 Ottobre nella capitale, Santiago, per poi intensificarsi ed estendersi a tutto il paese.
Le proteste:
Le proteste sono partite dagli studenti universitari e delle scuole secondarie e si sono rapidamente allargate alle altre fasce della popolazione. Tutto ha avuto apparentemente inizio a causa dell’aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana: da 800 a 830 Pesos cileni durante le ore di punta, rispettivamente da 0,99€ a 1,03€. Le dichiarazioni e i comportamenti del presidente Sebastian Piñera, come l’aver invitato i manifestanti ad alzarsi due ore prima per andare a lavorare in modo da evitare le ore di punta, uniti alla sua linea dura contro di essi con misure come il coprifuoco e la proclamazione dello stato d’emergenza, non hanno fatto altro che esacerbare il conflitto. Questo era iniziato con gli studenti che si rifiutavano di pagare il biglietto della metropolitana e degenerato in disordini e saccheggi il 18 Ottobre. Ad oggi si contano almeno 18 morti, 5 dei quali uccisi dalle forze di polizia, 584 feriti e circa 2600 detenuti.
Tali fatti hanno destato una forte preoccupazione internazionale, tanto che L’ONU ha deciso di intervenire, su richiesta dell’ex-presidente del Cile e attuale alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet: sono stati inviati tre rappresentanti che si tratteranno per quattro settimane nel Paese per indagare sulle eventuali violazioni commesse dalle forze dell’ordine cilene. Un’iniziativa simile è stata presa anche da Amnesty International, che manderà un’unità regionale nel paese. Sono stati inoltre annullati il summit economico Asia-Pacifico e la conferenza globale sul clima dell’ONU che avrebbero dovuto tenersi rispettivamente a metà Novembre e a Dicembre.
Nonostante il presidente Piñera abbia ammesso gli errori della politica cilena nei confronti dei cittadini, attuando un rimpasto di governo e annullando la norma che aumentava il prezzo dei biglietti della metropolitana, le proteste e le violenze non si sono fermate. Nnon sono bastate nemmeno le promesse di importanti riforme, quali l’aumento delle pensioni minime, il congelamento del prezzo dell’energia elettrica e la diminuzione del costo dei farmaci. La marcia più grande si è tenuta il 25 Ottobre nella capitale e ha coinvolto almeno un milione di manifestanti risultando una delle più imponenti in tutta la storia del paese.

Il sistema economico, origine del malcontento
Si tratta di una protesta spontanea e senza un leader. Nata dal forte malcontento popolare che per anni è rimasto nascosto e inascoltato dalla classe politica Cilena. Originato principalmente dalle disuguaglianze sociali presenti nel paese fin dai tempi della colonizzazione spagnola, questo disagio si è accentuato durante la dittatura di Pinochet tra il 1973 e il 1990.
La dittatura di Pinochet impose al paese un modello economico fortemente liberista che è stato mantenuto anche dopo il 1990. Il Cile oggi è uno dei paesi più sviluppati e stabili dell’America Latina: Nel 2017, il PIL ammontava a 277,1 Miliardi di $ mentre la disoccupazione era al 6,99%, secondo la banca mondiale.
L’indice di Gini sulla disuguaglianza secondo l’OCED si attesta però sul 0,460, un valore molto alto, anche se in leggero calo rispetto agli anni precedenti. Esso indica che nel Paese la maggioranza della ricchezza è detenuta da una piccola minoranza di persone a scapito della collettività, rendendo il Cile uno delle nazioni più diseguali al mondo, appena sotto il Costa Rica e il Sudafrica.
Il salario e le pensioni minime nel paese sono rispettivamente di circa 400€ e 200€ mensili mentre i servizi come la scuola o la sanità sono fortemente privatizzati, cosa che ne rende difficile la fruizione alla maggior parte dei Cileni.
Il contesto politico
Il paese è tornato alla democrazia nel 1990 con una costituzione approvata nel 1980 durante la dittatura, poi modificata progressivamente nel corso degli anni fino al 2015. Nel Democracy Index, rapporto sullo stato delle libertà politiche nel mondo stilato dall’Economist, il Cile nel 2018 ha ottenuto 7,97 punti risultando una delle democrazie più solide dell’America Latina, anche se appare ancora leggermente viziata.
La classe politica cilena però non ha saputo dare delle vere e proprie risposte alle istanze della popolazione cilena, che già in passato aveva manifestato il proprio malcontento per le riforme promesse e mai attuate da parte dei vari governi di centro-sinistra e centro-destra alternatesi negli ultimi trent’anni.
Esemplare è stato il caso delle proteste studentesche del 2011, iniziate durante un precedente mandato di Piñera. Gli studenti in quel caso chiedevano un maggiore coinvolgimento dello stato nell’istruzione, ma le loro richieste furono accolte solo in minima parte dal successivo governo di centro-sinistra.
Piñera è stato rieletto nel 2017 con un programma di stampo liberale che prometteva tagli alle tasse e l’aumento dei posti di lavoro. Prevalse sul candidato Alejandro Guillier anche grazie agli scandali di corruzione avvenuti durante il governo di Bechelet e al rallentamento dell’economia.

La situazione attuale
Ad oggi, le proteste non si placano e tanti manifestanti stanno chiedendo le dimissioni del presidente, seguite da un nuovo processo costituente. A questo proposito è stato lanciato l’hashtag #PineraRinuncia, mentre alcuni hacktivisti hanno pubblicato sul sito Interferencia.cl un archivio contenente documenti riservati appartenenti alle forze dell’ordine cilene: questi ne descrivono soprattutto le regole d’ingaggio per varie operazioni, anche ai danni di varie organizzazioni sociali.
Tutti gli elementi in campo potrebbero intensificare ancora di più lo scontro in seno alla politica e alla società cilene, portando, questa volta, ad una ridefinizione radicale del sistema politico dello stato Sudamericano.
