In Bolivia Morales vince ancora, tra le proteste
Il leader socialista eletto per la terza volta in un paese diviso

di Sergio Biancotto
Il 20 ottobre scorso, in Bolivia, si sono tenute le elezioni presidenziali dall’esito più incerto dall’inizio dell’era Morales. Il leader del Movimiento al Socialismo (MAS) ha trovato un valido oppositore in Carlos Mesa, già presidente della Bolivia dal 2003 al 2005 e candidato di punta della vasta coalizione di centro Comunidad Ciudadana; questo ha potuto contare, inoltre, sul sostegno di un’opinione pubblica che ha mal digerito una terza ricandidatura di Evo Morales.
Un voto controverso
La Costituzione della Bolivia infatti non permette a una stessa persona di ricoprire la carica di presidente per più di due mandati consecutivi e la proposta di modifica costituzionale, voluta da Morales nel 2016, è stata bocciata da un referendum popolare. Ciò nonostante il Tribunale Supremo Elettorale (Tse), massimo organo giuridico in tema di elezioni, ne ha accolto il ricorso, ribadendo che l’elettorato attivo non può essere negato a nessun cittadino. Ciò ha provocato, oltre a una progressiva perdita di consenso verso il leader indio, vaste proteste nelle maggiori città del Paese.
Si è accumulato un risentimento che aspettava solo l’occasione giusta per esplodere: questa è arrivata la notte dopo le elezioni, quando il conteggio dei voti è stato bloccato per qualche ora per poi riprendere dando un risultato diverso da quello che precedentemente si prospettava. Prima dei presunti guasti tecnici — così si è giustificato il Tse — l’attuale presidente era dato al 45% mentre Mesa era al 38%. Successivamente al 47,08% il primo e al 36,5% il secondo. Poca cosa se non si tenesse conto della legge elettorale boliviana, che evita il ballottaggio solo nei casi in cui il candidato in testa ottenga la maggioranza assoluta oppure il 40% dei voti con 10 punti di scarto sul secondo.
Così mentre Mesa denunciava l’accaduto come una “vergognosa ed esplicita violazione dei risultati” da parte del governo e Morales si autoproclamava nuovo presidente, migliaia di persone scendevano in piazza: manifestazioni si verificavano in tutte le maggiori città della Bolivia, ma è soprattutto a La Paz, a Santa Cruz e nella capitale Sucre che si sono registrate le proteste più violente, con episodi di devastazione e repressione da parte della polizia. Negli ultimi giorni, inoltre, a difendere dalle accuse il loro leader, sono scesi anche i sostenitori di Morales: in alcuni casi si stanno verificando scontri che hanno già portato alla morte di due persone, nonché al ferimento di qualche decina.

Il presidente indio
Evo Morales, 60 anni, governa la Bolivia dal 22 gennaio 2006. Primo presidente indigeno nel solo Paese latinoamericano, insieme all’Ecuador, in cui la metà della popolazione non ha origini occidentali né meticcia, la sua azione politica si è caratterizzata per una considerevole riconciliazione dello Stato con le popolazioni native, tradizionalmente isolate dal contesto politico e sfruttate come forza lavoro, grazie anche a una nuova Costituzione approvata nel 2009 che garantisce i diritti e l’identità di ogni minoranza etnica all’interno della Bolivia. Altro merito è quello di aver garantito al Paese una crescita economica senza precedenti nella storia boliviana, nell’ordine del 6–7%, la quale ha tra l’altro permesso al governo di aumentare la spesa pubblica e garantire alle classi più povere, generalmente indie, l’accesso ai servizi primari.
D’altra parte, però, le sue politiche di stampo socialista e anticapitaliste hanno incontrato fin da subito l’opposizione della classe industriale; nel corso del tempo a questa, che lamenta un declino del proprio status, si sono aggiunte anche alcune etnie indigene, che non si sentono rappresentate come dovrebbero e che additano il governo di essere responsabile degli incendi che ogni estate divorano l’Amazzonia (così come accade nel vicino Brasile). Ultimamente l’erosione di consensi si è registrata anche in seno ai sostenitori di Morales, soprattutto da parte di coloro che lo reputano troppo attaccato al potere e intenzionato a limitare le libertà democratiche a suo favore.
Le proteste di questi giorni, quindi, nascondono radici profonde e l’annuncio da parte di Morales di un nuovo conteggio delle schede difficilmente potrà placare gli animi dei manifestanti, soprattutto nel caso in cui si determini nuovamente la sconfitta di Mesa al primo turno. La Bolivia d’altronde resta un Paese spaccato in due, tra una Bolivia di montagna — povera e india- e una Bolivia di pianura — ricca e bianca-, che, come afferma Gian Roberto Lovari, professore ed esperto di America Latina, in un’intervista a Radio Radicale, cammina pericolosamente “sull’orlo di una guerra civile”.

