L’Argentina dei Fernandez alle prese con la svalutazione del peso

di Margherita Girardi
Concludiamo il nostro viaggio in America Latina facendo tappa in Argentina. Un Paese vastissimo, il secondo del continente, con una capitale ipertrofica che ospita un terzo della popolazione totale, circa la metà se ne si considera la provincia. Il restante 50% degli argentini è sparso nei luoghi più diversi: arroccato sulla cordigliera andina, che corre dal confine con la Bolivia alla Terra del Fuoco, oppure stanziato nella Pampa o sulla costa atlantica. Qui si mescolano persone dai tratti tipici indigeni, figli della conquista europea e successori di quegli immigrati che fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 hanno sfidato l’Atlantico per sfuggire alla povertà.
Una povertà che però non ne ha risparmiato i discendenti, dal momento che rimane, a cent’anni di distanza, un problema endemico del Paese sudamericano e continua a riempire le agende della classe politica. Per questo da mesi gli argentini scendono nelle piazze, ponendosi nel solco di una tendenza che, in questo fine 2019, sembra non conoscere frontiere.
Proprio con una promessa riguardante la povertà Mauricio Macri aveva soffiato la presidenza ai peronisti nel 2015. Forse l’obiettivo di “Pobreza Cero” era eccessivamente ambizioso. Forse un ritorno a politiche neoliberiste, di deregolamentazione dei mercati ed apertura del Paese alle multinazionali estere non era stato così saggio. 20mila industrie, infatti, sono state costrette a chiudere i battenti, in prevalenza le medio-piccole, che sono andate via via perendo sotto il peso della concorrenza estera e dell’inflazione. Questo ha creato malcontento nelle fasce più umili della popolazione, le più sfavorite da questo tipo di politiche.
Il responso popolare non si è quindi fatto attendere e le primarie di agosto 2019 (le PASO) hanno reso chiari i rapporti di forza fra i due maggiori partiti. Da un lato Juntos por el Cambio di Macri, una coalizione di centro-destra, che unisce settori liberali con un certo peronismo favorevole alla linea neoliberista in economia. Dall’altro il Frente de Todos di Alberto Fernandez e Cristina Kirchner, una grande coalizione che concilia le varie anime del peronismo di sinistra e i partiti radicali. I risultati delle PASO sono stati riconfermati alle effettive presidenziali del 27 ottobre 2019, dove il Frente de Todos ha ottenuto il 48% dei voti (contro il 40% di Macri) aggiudicandosi la guida del Paese, senza ulteriori ballottaggi.
I Fernandez
La sconfitta del presidente uscente riconsegna di fatto il Paese nelle mani dei peronisti, portando Cristina Fernandez de Kirchner ad occupare nuovamente un ruolo politico di spicco.

Consorte di Nestor Kirchner, presidente della repubblica per due mandati consecutivi, era subentrata al vertice del Paese, tramite regolari elezioni nel 2007. Se i due mandati del marito sono ricordati per le misure volte ad affrontare la coda della crisi economica del 2001, i processi svolti ai gerarchi militari della dittatura (1976–1982) e della guerra sucia, quello di Cristina è stato sicuramente più controverso. Oggi detiene vari processi pendenti per corruzione (i famosi cuadernos, dove venivano registrate le tangenti legate al mondo dell’edilizia) e per presunte responsabilità nell’insabbiamento del ruolo dell’Iran nell’attentato del 1994 a Buenos Aires. Il suo arrivo alla Casa Rosada si era caratterizzato per un durissimo braccio di ferro con i settori dell’agro-alimentare. Il disegno di legge da lei proposto prevedeva, come misura per favorire il mercato e i consumi interni, un aumento delle tasse sull’esportazione dei cereali. Questa proposta aveva portato a 129 giorni di sciopero nelle campagne, che non si sarebbero fermati se il vicepresidente non avesse votato contro al progetto, portando alle dimissioni sia il ministro dell’economia, che il capo di gabinetto Alberto Fernandez.
I due Fernandez, pur non essendo parenti, sono amici di vecchia data. Alberto ha collaborato a vario titolo con quasi ogni presidente della repubblica, dalla restaurazione della democrazia ad oggi, diventando poi capo di gabinetto durante il mandato di Nestor Kirchner e mantenendo il ruolo per il primo anno di quello di Cristina. Dopo le dimissioni era diventato un aperto oppositore del kirchnerismo, quella corrente politica che nasce dalla costola sinistra del peronismo e che è impersonata dai coniugi. I dissapori paiono essersi però appianati alla vigilia di quest’estate, dal momento che i due hanno corso per la presidenza in tandem, Alberto come presidente e Cristina come vice. A loro favore va sicuramente il coronamento di un’impresa impossibile nel 2015, ossia unificare sotto un’unica bandiera il frammentato universo peronista. Cristina rimane la politica carismatica di sempre e tutto fa presagire che la sua sarà una presenza tutt’altro che marginale. Alberto è invece il leader mediatore, colui che dovrà, volente o nolente, barcamenarsi fra le varie anime della sua eterogenea maggioranza e farle convivere.
Cosa ne pensano i mercati?
Cristina Kirchner nel 2015 abbandonava un Paese che aveva dichiarato default, complice il debito estero, il calo dei prezzi e la pubblicazione dei dati relativi al vero ammontare dell’inflazione, tenuti nascosti fino a quel momento. Non che le crisi economiche cicliche siano una novità per gli argentini. Nella memoria collettiva è marchiato a fuoco il 2001, forse l’anno peggiore per il Paese sudamericano. In piena di crisi economica, il governo aveva deciso di mettere fine alla convertibilità 1:1 del dollaro con il peso, che aveva a quel punto mostrato il suo reale valore: poco più che cartastraccia. Si era poi deciso il corralito, cioè il congelamento dei conti bancari con la possibilità di prelevare solo piccole somme e la conversione forzata dei conti in dollari in moneta nazionale, la pesificación. Misure che avevano portato alla stabilizzazione del Paese, ma erano state ottenute con costi sociali altissimi.
Nel 2015 Macri aveva tentato un approccio di deregolamentazione, con aperture liberiste, tenendo però d’occhio l’inflazione. Il piano aveva inizialmente dato i suoi frutti, facendogli guadagnare la fiducia dei mercati. Poi i tassi di interesse globali erano tornati a crescere, facendo migrare nuovamente i capitali di investimento verso beni o mercati rifugio. A inizio 2018 il peso ha cominciato una progressiva svalutazione rispetto al dollaro, che lo ha portato a settembre 2019 alla proporzione 60:1. Macri si è rivolto quindi al Fmi, istituzione non popolarissima dopo il 2001, contrattando un prestito di 57 miliardi di dollari, la somma maggiore mai concessa. Di fronte a questa situazione Macri si è visto costretto a reintrodurre delle misure restrittive. Memore del corralito del 2001, chi aveva qualche dollaro da salvare è andato a ritirarlo prima dell’entrata in vigore della manovra. La situazione è critica: l’inflazione polverizza i risparmi e il peso è ai minimi storici. Acquistare prodotti dall’estero risulta quindi proibitivo.
Gli unici favoriti da questa congiuntura economica sono sicuramente i turisti, che si possono beare del cambio favorevole. Non sarà di certo questo, però, il settore che salverà il Paese. L’Argentina non si trova infatti tra le mete più popolari e la crisi economica, che esaspera i conflitti sociali, non è sicuramente il migliore dei biglietti da visita.

Un futuro incerto
Tirando le somme, l’Argentina sta vivendo un momento veramente delicato nella sua storia, tanto a livello politico, quanto economico. Il ritorno dei peronisti cambia le carte in gioco: sul fronte esterno verranno riallacciati i contatti con la sinistra latinoamericana, mentre su quello interno si rivolgerà l’attenzione a politiche a sostegno della classe lavoratrice. Un’ulteriore collisione con il settore imprenditoriale non gioverebbe però a nessuno, perché l’export agroalimentare è da sempre traino e cifra caratterizzante della nazione.
Fernandez dovrà essere quindi molto capace, mantenendo da un lato l’ex-presidentessa al suo posto, dall’altro promuovendo le politiche necessarie, senza che la maggioranza si disgreghi. Non sarà un’impresa facile, con lo spettro del prestito dell’Fmi, l’inflazione che tocca il 50% e la disoccupazione sopra al 10%.
