Venezuela: tra crisi umanitaria e paralisi politica

Sconfinare Gorizia
Nov 5 · 4 min read

di Federica Guadagnolo

Da lungo tempo uno dei paesi più diseguali dell’America Latina, il Venezuela, è passato da una situazione di capitalismo estremo all’autoritarismo chavista. I costi dei continui esperimenti politici sulla pelle dei venezuelani sono elevatissimi e destinati ad aumentare in assenza di un cambiamento politico, che non pare vicino.

Il ventennio Chavista

Esattamente 21 anni fa il presidente Chavez trionfò con più del 50% alle urne Venezuelane. Da quel momento in poi il Venezuela subì una svolta irreversibile, i quali effetti sono oggigiorno purtroppo più visibili che mai.

Definito dal 1929 alla metà degli anni ’60 come il Paese maggior esportatore di petrolio al mondo, tra gli anni ’80 e ’90 il sistema politico si rivela incapace di indirizzare i grandi introiti provenienti da questo settore verso investimenti collettivi. Da qui si delinearono con precisione le disuguaglianze sociali già esistenti e furono portate all’estremo. L’unica risposta alle tensioni nascenti fu quella della politica chavista, incarnata dall’omonimo presidente, che governò per quasi quindici anni.

Il chavismo trova il suo terreno fertile nella massa venezuelana ed ispira la sinistra del Sud America per un decennio. Nonostante la retorica populista, questa risposta politica non riesce a mascherare la vera natura del sistema che si sta innescando nel paese: un mascherato socialismo che ripropone il sistema ‘’capitalistico rentistico’’ basato sull’estrazione petrolifera, incapace di creare uno sviluppo autonomo.

La grande popolarità di Chavez risiede negli eventi degli anni 2000. Il Comandante, così soprannominato, sfruttò il boom dei prezzi del greggio per sovvenzionare politiche sociali a favore dei più poveri ed il miglioramento sanitario e scolastico. Ma cavalcare l’onda dei fattori favorevoli senza modificare la struttura politico-economica portante di un paese ha creato fratture che il suo successore non è stato in grado di risanare.

Donna venezuelana in protesta a Caracas (credits: Flickr/Eneas de Troia)

Da Chavez a Maduro

Con la morte di Hugo Chavez nel 2013, la stessa linea di governo viene portata avanti da Nicolas Maduro, il quale la radicalizza ulteriormente. Il Venezuela assiste così, se possibile, ad un peggioramento crescente della sua condizione economica e politica.

Il tracollo economico ha inizio con l’attacco al settore privato, la nazionalizzazione delle aziende ha creato un calo degli investimenti. In più il prezzo delle merci esportate ha subito un ulteriore rialzo generando una scarsità di produzione e una minore offerta di merci importate.

Ogni tentativo di nazionalizzare totalmente il settore petrolifero, che avrebbe realmente giovato al paese, è sempre rimasto nella retorica propagandistica. La dipendenza da una politica estrattivista, protratta nel tempo, ha portato la popolazione latino-americana a dover fare la fila per beni di prima necessità e ad assistere alla penuria degli scaffali dei supermercati.

Una crisi umanitaria senza precedenti

Dal 2014 in poi, quando i prezzi del greggio si sono più che dimezzati, il Venezuela è piombato nel baratro ed ha causato il più grande esodo della storia latino-americana.

Tutto ciò è causato da diversi fattori, i quali minano la struttura sociale dal profondo. L’inflazione è al 1.000.000%, tanto che una pentola costa al momento 500 dollari; il fenomeno de El Niño ha surriscaldato le acque del Pacifico, provocando una siccità tale da ridurre, al minimo, il funzionamento della principale centrale idroelettrica venezuelana. Con il Paese che si trova quindi anche senza energia, il governo ha ridotto la settimana lavorativa dei dipendenti pubblici a due giorni. Un importante blackout, che il 22 Luglio 2019 ha colpito 18 stati su 22, ha provocato inoltre furti e crimini indiscriminati, danneggiando ulteriormente la popolazione.

Secondo i dati stimati dall’Unhcr e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), il numero di migranti e rifugiati venezuelani ha raggiunto i 4milioni ed è destinato a crescere ulteriormente. Nonostante l’obbligo di visto, il Perù è una delle principali mete: per raggiungerlo i venezuelani continuano ad attraversare il confine camminando fino a 30 o 40 giorni. Il centro nevralgico dell’emigrazione è però la Colombia, la quale accoglie circa un milione e mezzo di persone; questa ha avviato un programma per permettere ai bambini venezuelani di andare a scuola, consentendogli anche di valicare il confine ogni giorno per garantire l’istruzione.

Tanti non riescono a trovare una sistemazione. Frotte di rifugiati, giunti nelle varie città di confine senza nulla se non quello che riuscivano a trasportare, vivono in condizioni precarie senza una prospettiva futura di inserimento.

Venezuelani nei campi profughi dopo il confine Colombiano (Credits: Wikipedia)

L’èlite militare fondante

Se in tutto questo ci si chiede perché il regime continui a rimanere in piedi, la risposta si trova nella centralità dell’esercito. Il Venezuela ha un numero di militari superiore al complesso di tutti i Paesi Nato, Maduro ha saputo barattare la loro fedeltà con concessioni di privilegi economici.

Questa è anche la ragione per la quale ‘’il paese con due presidenti’’, il successore di Chavez da una parte e Guaidò dall’altra, non riesce a vedere un’affermazione dell’opposizione incarnata dalla nuova figura di quest’ultimo. Senza il sostegno di una parte consistente delle Forze armate, Juan Guaidó -attuale presidente dell’assemblea nazionale- difficilmente potrà avviare la transizione democratica nel Paese.

In questo preciso momento storico, in cui qualsiasi azione sbagliata può fare la differenza, si stenta a intravedere uno spiraglio di luce. Dal Venezuela alla Colombia, passando per la Bolivia e giungendo in Cile: l’America Latina è in fiamme, quanto dovremo aspettare prima di vederla in fumo?

    Sconfinare Gorizia

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