America Fist. L’Alba Trumpiana per i tardo conservatori d’Europa

In questi giorni di alba trumpiana si assiste al libero sfogo di ogni sorta di parere politico: chi esulta, chi bestemmia, chi ne è semplicemente atterrito.

La categoria che più mi incuriosisce, però, è quella che chiamo dei tardo-conservartori, ovvero tutti coloro che scoprono in una destra sovranista e nazionalista, caratteri di pragmatismo e progressismo fino ad oggi insospettabili e miracolosi, tanto da convincersi che, forse, a sinistra e al centro, si è giudicato con troppa fretta e pregiudizio questo pensiero. Quindi ricette come protezionismo, autarchia, nazionalismo, patria, identità di popolo, dio, ecc.. appaiono come idee nuove, contornate da un potere magico, quasi mistico ma sopratutto dotate di quella forza antiglobalista e anti multiculturalista che sarebbe la salvezza delle povere nazioni schiacciate e vilipese dal commercio internazionale. Una destra illuminata.

Questa destra, a detta dei tardo-conservatori sarebbe realmente no global, mentre tutta la paccottiglia intellettualanarcosocialistabuonista di sinistra propinata fino ad oggi da Naomi Klein e seguaci nelle più disparate e verbose sinistre, sarebbero i reali conservatori; venditori di fumo e sogni inutili, fabbricatori di armi di distrazione di massa, cancellati a colpi di tortura a Genova nel 2001. Una disamina per lo smontaggio della retorica e della logica fantaeconomicista che vede ormai in Donal J Trump, il campione del ritorno agli Stati Nazione se non agli Imperi, sarebbe lunga e fuori luogo. Basta limitarsi a mettere quale puntino sulle i delle parole globalizzazione, protezionismo, internazionalizzazione e internazionalismo.

1) il protezionismo e la morte del commercio internazionale aiuteranno a difendere i posti di lavoro a casa propria, si narra dalle Rocky Mountains alle Alpi, dall’ Hudson al Reno.

No. Pechè:

a) non abbiamo più una struttura industriale e nemmeno il know how per produrre commodities con margini sufficienti da essere assorbiti da mercati locali e micro-locali. b) i posti di lavoro se negli ultimi 20 anni li abbiamo persi anche per la delocalizzazione, inseguendo una competizione folle al ribasso ma oggi svaniscono prima di tutto a causa delle tecnologie. I I lavoratori stranieri, non a caso stanno migrando in massa qui da noi alla ricerca di diritti e prospettiva di vita che vendiamo come progresso occidentale da anni, anche a suon di bombe.

C’è bisogno di una redistribuzione internazionale dei profitti e del capitale non di muri a protezione di diritti di sfruttamento dei capitalisti delle proprie maestranze.

2) La globalizzazione non è un male di per sé, così come per far arrivare i treni in orario non era necessario manganello e olio di ricino negli anni ‘20. Tra benessere, efficienza e dittatura non c’è una relazione matematica e deterministica. La Globalizzazione un male lo diventa quando è guidata esclusivamente da criteri e politiche economiciste e ultra-liberiste. L’errore è stato lasciare il suo governo in mano ad organizzazione come il WTO o il FMI, il cui obbiettivo non è il benessere dei popoli ma il profitto delle corporation.

Al contrario se si lavora per la globalizzazione dei diritti, dell’uguaglianza, dello sviluppo sociale e del welfare, per tutti, a tutte le latitudini, la globalizzazione si chiama internazionalismo e produce rivoluzioni.

No al WTO, Si a movimenti e partiti transnazionali. Può esistere un commercio internazionale di prodotti e servizi prodotti tutelando i diritti umani e civili.

3) Il protezionismo è sempre una espressione del capitale, una delle tante politiche che può mettere in campo: ridistribuirà i profitti, probabilmente abbasserà il livello di sviluppo in tanti paesi, invece di alzarlo, ma sarà gestito sempre da un’elite di padroni e non produrrà alcuna redistribuzione di reddito ne porterà nuovi diritti alle classi subalterne. Tuttalpiù darà loro un po’ di lavoro salariato, con livelli di inflazione maggiori e quindi salario reale da fame, scarsi diritti e tutela sindacale, compromissione della salute e dell’ambiente nel quale vivere il poco tempo libero concesso e poi morire poco dopo essere andato in pensione. In una parola: aumenterà lo sfruttamento di risorse umane e ambientali vendendocelo come aumento dell’occupazione. Per un po’ saranno tutti felici, persino alcuni sindacati e frange di vetero sinistra. In Italia finirà per distruggere l’ultimo scampolo di industria che è rimasta in piedi: quella che non conosce crisi grazie all’export (per non parlare del boom di lavoro nero, sommerso e mafie e ecomafie, con le quali i padroni cercheranno di compensare lo shock per la competitività causato dal protezionismo autarchico)

4) il protezionismo è volto a rilanciare domanda interna e consumi e probabilmente a far ripartire l’inflazione. Negli USA forse il mercato è sufficiente grande ma negli altri paesi, isolati, questo significa ulteriore asfissia. La soluzione non è nel fare più business e consumi, ne sul mercato interno ne sul mercato estero ma ridurre i consumi, di beni ed energetici, favorire stili di vita ecosostenibili, e riditribuire quote di capitale attraverso il reddito universale, non ottenuto da tassazione (che sarebbe a dire, tasso tizio che lavora per far campare caio che non fa un cacchio) ma dalla creazione di un dividendo sociale costruito sulla socializzazione di una parte della rendita da capitale. Per capirci. E’ ora di smontare la retorica che lo sviluppo lo creano gli individui con la loro impresa. Lo sviluppo e il profitto sono possibili solo grazie all’esistenza di una struttura sociale che offre lavoro, idee, infrastrutture e servizi. Questi ultimi due fattori si possono finanziare con le tasse, i primi due sono frutto della ricerca, dell’esperienza e della formazione che richiedono investimenti pubblici massicci e oculati. Facciamo un esempio. L’ iphone, paradigma di innovazione e genio imprenditoriale, senza GPS, tecnologie di rete mobile e una miriade di altre tecnologie ‘di mezzo’ sarebbe solo un pezzo di alluminio ben disegnato. Tutte queste tecnologie sono frutto di investimenti pubblici, di ricerca di base, sono capitale sociale sulla quale una Compagnia privata e i suoi azionisti hanno lucrato un enorme profitto. Bene. Il sogno internazionalista persegue la folle utopia di riappropriarsi di parte di quel capitale usurpato a suon di brevetti e diritti esclusivi. Ma è un sogno diametralmente opposto a quello venduto da Donald J Trump e da tutte le destre nel mondo.

A tutti coloro che sostengono che L’Alba trumpiana realizza quello che la sinistra no global non è stata in grado di fare negli ultimi trent’anni dico solo: non prendiamoci in giro.

Se in taluni casi contingenze politiche possono portarci ad obbiettivi tattici simili: ad esempio no TTP, TTIP, lo scopo è opposto. Trump e la destra propongono politiche e retoriche esclusive a tutela di classi dominanti (ora non mi venite a dire che un miliardario americano o uno italiano al potere non sono classe dominante) mentre l’internazionalismo e un globalismo rivoluzionario lottano con tutti i mezzi per l’inclusione, la pace la sostenibilità ambientale, il welfare e l’ampliamento dei diritti umani e civili. Non firmano per abbattere sistemi sanitari nazionali, pensioni, impedire l’aborto, sospendere i diritti civili in caso di sospetto terrorismo, avallare torture e riaprire Guantanamo, costruire muri ai confini, e non stiamo parlando di promesse elettorali ma di atti intrapresi in meno di una settimana dal suo insediamento. Certo, manca un soggetto politico in grado di incarnare un sogno progressista internazionalista, manca, da troppo tempo, una figura ed un pensiero rivoluzionario a tutto tondo in grado di immaginare i suoi effetti al di là degli stati nazionali che, piaccia o no, sono irrimediabilmente dissolti e restano vivi solo nei desideri di una classe politica morente, in grado di dare ultimi colpi di coda prima di finire insieme ai tanto amati popoli e nazioni ingoiata dal gigantesco spasmo che il mondo sta per vivere.

Quindi, se vi piace l’antiglobalizzazione di Donal J. Trump, tenetevela, ma non sparate cazzate e non chiamatele No Global. Donal J Trump rappresenta un salto della politica agli inizi del 1900, le sue idee sono vecchie, retrograde e totalmente prive del ben che minimo coraggio politico. Faranno danni incalcolabili, molto, molto di più della già incalcolabilmente dannosa politica estera di Obama. E se gli Stati Uniti sono una potenza ed un mercato sufficientemente ampio per sopportare un po’ più a lungo i danni incalcolabili, francia, uk, italia, austria ed altri paesi infinitesimi, copiando le stesse politiche autarchiche si condannano al dissolvimento.

Donal J Trump è un clown riemerso dall’abisso del Ground Zero. E’ il male che genera la Paura. Donald J Trump è la vera vittoria di Osama Bin Laden. Donald J Trump è il Golem nato dalla massa informe delle macerie delle Torri Gemelle. Donald J Trump è l’ordigno innescato nel cuore dell’occidente. Il problema è che non c’è parola e pensiero oggi che possa fermarlo. Donal J Trump è il pugno che metterà al tappeto il malandato occidente. America Fist. Sempre che non sapremo sollevarne uno, chiuso, in alto sopra la testa in tutti i paesi del mondo.