Hate speech ed intolleranza. Solidarietà alla Boldrini, ma il Tribunale non è la soluzione

Giuseppe D'Elia
Aug 24, 2017 · 26 min read
Photo credit: http://www.radiobombo.it/photos/journals/notizie/2011-03/47357/la-legge-e-uguale-per-tutti-2.jpg

Il tema forte del web-ferragosto italiano del 2017 è stato, per un paio di giorni, l’hate speech (online e in special modo nei social network).

La notizia che ha infiammato e alimentato il dibattito è stata la scelta di Laura Boldrini di passare, “se necessario”, alle vie legali per provare a risolvere il problema del linguaggio/discorso dell’odio.

Il citato post della Boldrini su Facebook ha suscitato, per lo più, un coro entusiastico di approvazione e qualche timida obiezione.

L’irruzione violenta della realtà, in tutta la sua più tragica concretezza, con l’attentato terroristico di giovedì 17 agosto a Barcellona ha parzialmente ridotto i tempi di esposizione mediatica della questione, ma — come vedremo subito — il tema posto dalla Boldrini resta comunque sul tavolo e, purtroppo, nel gioco cinico della politica spettacolo (con tutte le sue infinite e più bieche strumentalizzazioni) non resta separato dalla tragedia catalana.

Col sangue versato dai terroristi ancora sul terreno, infatti, questo è stato il commento su Twitter di uno dei giornalisti più noti della stampa politicamente più vicina alla destra italiana:

https://twitter.com/alesallusti/status/898214778858065920

E questo, invece, è il commento del popolarissimo leader politico della Lega Nord:

https://twitter.com/matteosalvinimi/status/898232513251999744

Come è evidente, dunque, il problema dell’hate speech è politico e mediatico, così come politici e mediatici sono i moventi che portano Laura Boldrini ad essere, da anni, il bersaglio individuato di una campagna d’odio violenta, razzista e sessista che non tocca solo lei (e, in ogni caso, non riguarda solo lei) e che va senza alcun dubbio contrastata, oltre che deprecata.

È questo un primo dato di realtà che non può essere assolutamente ignorato: l’hate speech è un problema serissimo (e di non breve periodo), ma è un problema innanzi tutto politico e mediatico che si pone a monte — nel linguaggio usato dai politici di professione oltre che dagli operatori della comunicazione mainstream — per poi arrivare a valanga, a valle, nel linguaggio comune e, quindi, nella comunicazione online, politica e non.


Il passaggio più delicato del messaggio della Boldrini del 14 agosto è questo:

« (…) tutelerò la mia persona e il ruolo che ricopro ricorrendo, se necessario, alle vie legali.

E lo farò anche per incoraggiare tutti coloro — specialmente le nostre ragazze e i nostri ragazzi — che subiscono insulti e aggressioni verbali a uscire dal silenzio e denunciare chi usa internet come strumento di prevaricazione».

Questo è, di fatto, un appello pubblico a passare alle vie legali e, quindi, a spostare, in definitiva, sul piano giudiziario il problema dell’hate speech che non è stato mai seriamente affrontato e risolto in tutti questi anni.

L’appello, come si diceva poco sopra, è stato accolto con cori di giubilo e qualche esito, a dir poco, paradossale.

Se per sostenere chi è vittima di hate speech, si finisce, infatti, col riprendere e ricalcare gli stessi identici schemi concettuali dei campioni politici di questa deprecabile forma di comunicazione, non ci troviamo difronte ad un clamoroso ed evidentissimo cortocircuito politico e comunicativo?

Utente Facebook sostenitore delle ragioni della Boldrini (sopra) vs Matteo Salvini (sotto)

Quale sarebbe, insomma, la differenza tra il linguaggio di chi desidera “asfaltare i disagiati” che insultano online e quello di vuole “schiacciare questi vermi” che compiono attentati terroristici?

Questa linea interpretativa, tutta incentrata sull’aspetto punitivo e vendicativo dell’azione penale, può essere, in ogni caso, sintetizzata molto bene da questo articolo di Selvaggia Lucarelli per Il Fatto Quotidiano:

https://www.pressreader.com/italy/il-fatto-quotidiano/20170817/281522226198271

Per avere un’idea della posizione di favore all’iniziativa della Boldrini, espressa nella sua versione più ragionevole, cito invece un brano dell’intervista che Guido Scorza ha rilasciato all’AGI, nell’immediatezza dei fatti:

«“La Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha ragione da vendere e la sua scelta di querelare quei soggetti che le hanno indirizzato una serie di irripetibili offese volgari, sessiste e ignoranti attraverso il suo profilo Facebook è sacrosanta”, spiega all’Agi l’avvocato Guido Scorza, specializzato in diritto delle nuove tecnologie, informazione e proprietà intellettuale.

“Ritengo — continua l’avvocato — che il caso possa configurarsi a tutti gli effetti nell’ambito del reato di diffamazione, pur se le offese arrivano a mezzo di un social network. Credo anche però che l’azione di Laura Boldrini voglia essere simbolica e che lo faccia principalmente per dimostrare che uno Stato di diritto esiste anche in presenza di un social network. Quando si tratta di personaggi pubblici, molto spesso la querela per diffamazione rappresenta un’extrema ratio, dopo aver provato a percorrere strade alternative, perché in alcuni casi potrebbe trasformarsi in un boomerang mediatico”.

“Inoltre — continua ancora Guido Scorza — mi auguro che la presidente della Camera quando parla di vie legali faccia riferimento proprio ad una querela per diffamazione e non si torni a parlare, come troppo spesso è già accaduto, di leggi speciali per la repressione e il contrasto di questo genere di fenomeni sul web o, peggio ancora, l’episodio venga strumentalizzato — come, purtroppo, sembra stia già accadendo — per evocare l’esigenza di un giro di vite contro Facebook e gli altri intermediari della comunicazione, in modo da obbligarli a rimuovere in fretta ogni genere di contenuto illecito o anche solo sconveniente, ignorante e maleducato”».


A mio avviso, il problema di fondo è che il messaggio della Boldrini evidenzia alcune criticità oggettive ed innegabili.

Su Facebook e Twitter, in un post, in cui — senza mai negare la sussistenza del problema e sempre confermando la massima solidarietà nei confronti di chi, come la Presidente della Camera, è vittima del linguaggio d’odio (violento, sessista, razzista e quant’altro) — ho fin da subito provato a sviluppare le possibili conseguenze di una generalizzazione della posizione assunta dalla Boldrini, riassumendole nell’hashtag #QuereliamociTutti:

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10214021555842966&set=a.1208674427011.2032410.1533219873&type=3

In particolare, senza dimenticare gli elevati costi per l’accesso alla giustizia (che non sono certo alla portata di tutti), ho voluto evidenziare il rischio di un sovraccarico dei ruoli giudiziari, purtroppo, già provati da decenni di miopi politiche per la giustizia e, letteralmente, messi alla corda dalle scellerate politiche di austerità di questi ultimi anni.

Il problema è notorio e, difatti, il ministro della giustizia Andrea Orlando al Corriere, pur dando il suo sostegno personale alla Boldrini per le vergognose offese subite, non ha potuto fare a meno di evidenziare esattamente lo stesso problema («Non sempre la risposta penale è l’unica praticabile e si finirebbe per sovraccaricare le procure in maniera insostenibile»), proponendo anche lui il ricorso a rimedi di natura differente.

http://www.corriere.it/politica/17_agosto_15/orlando-hater-online-penale-piu-utile-rimuovere-post-profili-b792f544-8120-11e7-a91b-263e95546556.shtml

Problema notorio, ripeto, ma che va meglio definito per chi non è addetto ai lavori.

Per comprendere l’entità del fenomeno si tenga presente innanzi tutto che, come sottolineava questo articolo di Repubblica.it dello scorso 27 febbraio:

«i tempi lunghi e imprevedibili dei processi non sono dovuti all’operatività dei giudici italiani, che è molto elevata, quanto invece a due fattori:

«Il primo è l’enorme carico di lavoro dei giudici, avendo ognuno di essi in media 1.300–1.500 processi, invece di 350–400, che dovrebbe essere il numero massimo.

Il secondo è la mancanza di personale amministrativo, in particolare di cancellieri, che impedisce alla macchina della giustizia di procedere tempestivamente, anche quando i giudici prendono in tempo le loro decisioni».

Può essere poi di immediata comprensione questa immagine:

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10214040361073085&set=p.10214040361073085&type=3&theater

È questo, dunque, un secondo elemento di realtà che non può essere assolutamente ignorato: dato il numero dei magistrati e noto il carico di lavoro, che è già gravoso, un incremento anche minimo dei ruoli di ciascun giudice si tradurrebbe, inevitabilmente, in un peggioramento della risposta di giustizia che lo Stato italiano è in grado di offrire ai propri cittadini (risposta tanto più deteriore quanto più dovesse aumentare il carico di lavoro, a seguito di un eventuale vasto accoglimento dell’appello boldriniano).


Se è vero che questi due elementi di realtà — natura politica e mediatica del fenomeno dell’hate speech e difficoltà strutturale del sistema giudiziario italiano — sono assolutamente necessari per comprendere il fenomeno ed individuare i rimedi più efficaci, tra quelli astrattamente possibili, va anche detto che essi non sono di per se stessi sufficienti sul piano analitico, perché la questione tocca anche elementi di carattere generale del vivere associato in comunità democratiche che vanno, pertanto, presi nella dovuta considerazione, ancorché sinteticamente (per ovvie esigenze di economia del discorso).

Natura strumentale di internet e specificità del mezzo

https://freedomhouse.org/report/freedom-net/freedom-net-2016

Internet è un mezzo di comunicazione di massa relativamente recente — recentissimo, rispetto alla plurisecolare storia delle comunità umane — e tendenzialmente libero e democratico (ma l’accesso al web non è libero ovunque nel mondo e questa libertà è tutt’altro che esente da minacce e pressioni politiche).

Come tutti gli strumenti, ovviamente, il web può essere utilizzato anche per commettere crimini ed in questi casi l’ordinamento giuridico, va da sé, non punisce il mezzo internet in quanto tale ma ciascuna singola persona per il crimine specifico commesso — es. il truffatore che usa internet per commettere il reato punito dall’art. 640 c.p. — e ad esito di un regolare processo con tutte le garanzie previste dalla legge.

Internet, insomma, non è affatto quella sorta di luogo senza regole o che sfugge alle comuni regole del vivere associato, così come talvolta viene erroneamente descritto:

  1. perché non è un luogo fisico ma, piuttosto, un diffuso mezzo di comunicazione;
  2. perché tutte le condotte che la legge prevede come reato vengono comunque sanzionate — se riconosciute come tali dai giudici — anche se il reato è commesso per mezzo di internet.

Qui, però, non si sta discutendo di specifiche e individuate condotte criminali che si realizzano per mezzo di internet (e che, come tali ed in quanto tali, saranno eventualmente sanzionate dall’ordinamento).

Qui, in realtà, si sta individuando e definendo un fenomeno della comunicazione online che ha una sua connotazione specifica — l’hate speech in internet, appunto — e lo si sta di fatto criminalizzando.

Ed è questo l’aspetto più preoccupante dell’appello della Boldrini, per come è stato largamente accolto e commentato.

Il paradosso della tolleranza (che non è e non può mai essere un invito all’intolleranza come regola)

http://thesubmarine.it/2017/08/18/che-cose-il-paradosso-della-tolleranza/

Il dibattito sull’hate speech, naturalmente, non è nuovo ed è strettamente correlato ai concetti di libertà di espressione e di tolleranza, in via generale.

Quest’ultimo aspetto, in particolare, è stato molto discusso (e proprio via internet), recentemente, partendo dalla enorme diffusione che ha avuto online un fumetto che riproduceva in maniera assai efficace il paradosso della tolleranza di Popper.

La questione — con tutti i suoi pro e contro — è sintetizzata molto bene, qui:

«In La società aperta e i suoi nemici, saggio di filosofia politica vero esordio di Karl Popper, nel 1945 (edito in Italia solo nel 1973), il filosofo teorizza che l’unica necessità per garantire la sopravvivenza di una società tollerante sia l’assoluta intolleranza verso… l’intolleranza.

Popper scrive:

“La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.”

Si tratta di un paradosso, sì, ma di un paradosso di facilissima, intuitiva comprensione.

Ma come ogni problema di questo genere, un’applicazione tranchant è ovviamente impossibile, se non operativamente dannosa.

Anni dopo, nella Teoria della giustizia (1971), John Rawls risponderà a Popper, sostenendo che una società che non riconosca la tolleranza agli intolleranti è per definizione a sua volta intollerante.

Rawls concede tuttavia che sia necessaria una clausola di auto-conservazione. È fondamentale, quindi, tollerare gli intolleranti, finché non costituiscano attivamente un pericolo per la società e le istituzioni della libertà.

Questa analisi verrà ripresa e attualizzata nel 1997 da Michael Walzer, in On Toleration, sottolineando come gruppi minoritari, spesso intolleranti soprattutto per istinti di sopravvivenza, se beneficiari di tolleranza potrebbero imparare a comportarsi con altrettanto rispetto — anche senza aver internalizzato la virtù».

È chiaro insomma che la consapevolezza dei limiti oggettivi di un approccio tollerante, che non preveda eccezioni di sorta, non può trasformare l’eccezione ( = il limite alla tolleranza) in regola.

Può essere molto utile in proposito la riflessione del compianto Sandro Pertini sul fascismo come unica eccezione alla nota massima sulla libertà di parola, attribuita (erroneamente) a Voltaire:

Questa idea del nazi-fascismo come soglia limite del principio generale di tolleranza, come si è visto, emerge con forza in USA, dopo i fatti di Charlottesville e, in special modo, in connessione al compimento dell’attentato con cui un neo-nazista ha ucciso una persona, ferendone diverse altre, lanciandosi con la sua auto sulla folla che manifestava al corteo anti-razzista contro le iniziative dei suprematisti bianchi.

In questo clima di forte scontro sociale in USA, però, è interessante notare come un esponente politico del Partito Repubblicano (quindi della destra storica, in USA) del calibro di Arnold Schwarzenegger lanci un messaggio al tempo stesso ironico e ragionevole, sintetizzato nell’hashtag #LetsTerminateHate, che si richiama evidentemente al più noto dei personaggi che l’ex Governatore della California ha interpretato nella sua precedente carriera di attore hollywoodiano.

http://metro.co.uk/2017/08/18/arnold-schwarzenegger-wants-you-to-terminate-hate-and-fight-fascism-following-charlottesville-riots-6862116/

Colpisce in particolare il tenore del suo messaggio di ferma condanna, ma comunque nel solco della tolleranza:

«While these so-called “white nationalists” are lucky to live in a country that defends their right to voice their awful, incorrect, hateful opinions, the rest of us must use our voices and resources to condemn hate and teach tolerance at every opportunity.

My message to them is simple: you will not win. Our voices are louder and stronger. There is no white America — there is only the United States of America. You were not born with these hateful views — you can change, grow, and evolve, and I suggest you start immediately».

Un noto esponente politico della destra repubblicana USA, quindi, in nome della difesa della libertà di parola, condanna fermamente il messaggio d’odio dei neo-nazisti e l’esperienza storica del nazismo originario, invitando l’America tutta a sconfiggere questo messaggio d’odio con la forza della democrazia («le nostre voci saranno più forti e convincenti»).

La vasta componente italiana degli haters della Boldrini — quelli che si caratterizzano sempre per il tenore violento, razzista e sessista dei propri messaggi d’odio — definirebbe questo tipo di messaggio politico con un aggettivo che usano spesso (e che per loro suona come un’altra forma di insulto), proprio per criticare le idee politiche della Presidente della Camera: buonista.

Ora — ferme restando le considerazioni espresse da Giacomo Papi sul termine buonismo (da cui nasce l’aggettivo buonista), ampiamente condivisibili — l’aspetto notevole del cortocircuito ferragostano che si è prodotto col messaggio della Boldrini è questo: la “buonista” Boldrini e i suoi sostenitori della sinistra italiana, solitamente etichettati nello stesso identico modo, si ritrovano improvvisamente ad assumere una posizione politica, sul fenomeno del linguaggio d’odio online e sul come affrontarlo, che finisce col risultare assai meno tollerante di quella che un noto esponente politico della destra USA esprime con riferimento all’hate speech dei cosiddetti suprematisti bianchi.

La criminalizzazione dell’hate speech in quanto tale è un gravissimo errore politico

https://www.facebook.com/325228170920721/photos/a.474064812703722.1073741827.325228170920721/1320307158079479/?type=3&fref=mentions&pnref=story

A questo punto, possiamo dire di aver individuato, seppur sinteticamente, tutti i principali elementi analitici che ci consentono di comprendere a pieno quanto e perché l’appello della Boldrini e, ancor di più, le diffuse reazioni di giubilo che ne sono conseguite rappresentino un ulteriore problema politico e, di fatto, un cortocircuito che tende ad incrementare la conflittualità politica che sta alla base del fenomeno hate speech, per come si manifesta in internet.

Come è evidente, i messaggi che la Boldrini ha selezionato per dare concretezza alla sua denuncia e per corroborare l’appello pubblico rivolto alla possibile soluzione giudiziaria della questione dell’hate speech hanno tutti un innegabile contenuto violento, razzista e sessista.

Ciò non toglie che — per tutto le ragioni che abbiamo evidenziato sopra — una risposta giudiziaria e, soprattutto, una risposta di natura penale, in ultima analisi, non farebbe altro che amplificare a dismisura lo scontro in atto, da anni, nella comunità politica di questo Paese.

In sostanza, lo scenario agghiacciante è questo qui:

  • da un lato, c’è una parte della società (gli haters della Boldrini) che esercita malissimo la libertà di espressione e usa il mezzo internet solo per vomitare offese nei confronti del personaggio politico che gli è stato indicato come bersaglio da colpire, dai propri referenti politici e dalla stampa amica;
  • dall’altro lato, ci sono quelli (sostenitori della Boldrini a vario titolo) che, esasperando lo scontro politico in atto, reputano ragionevole perseguire penalmente questo uso scorretto, offensivo e distorto della libertà di parola e del mezzo internet e, conseguentemente, esprimono il desiderio di incarcerare una larga fetta della comunità politica avversa (la sanzione prevista per l’ipotesi di diffamazione aggravata è questa: «Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516»).

Non dimentichiamo un elemento fondamentale: sono messaggi politici violenti, razzisti e sessisti, quelli di cui stiamo discutendo e tuttavia sono e restano solo parole, fino a prova contraria.

Ora, sostenere acriticamente che le parole e i discorsi d’odio siano “reati” questo è: letteralmente criminalizzare l’hate speech e, quindi, prevedere il carcere per chi lo pratica; letteralmente passare dalla tolleranza diffusa all’intolleranza come regola (e non come eccezione isolata e specifica).

In concreto, quindi, è chiaro che si può anche sostenere — come pure qualcuno ha sostenuto — che lo Stato debba prevedere maggiori risorse per il comparto giustizia, in modo da permettere che l’eventuale incremento di contenzioso per i processi agli haters non si traduca in un danno per la collettività, in termini di ulteriore ritardo nella risposta di giustizia.

Certamente si può sostenere questa tesi, ma — al netto della ovvia obiezione che un ordinamento giuridico si dà delle priorità che, in materia penale, sono direttamente proporzionali alla natura dei crimini e alla minaccia sociale che questi costituiscono (per cui logicamente, forse, sarebbe il caso di dare priorità alle indagini per mafia, corruzione e ai reati societari: tutte fattispecie per le quali occorrono ingenti risorse, mezzi e uomini) — il punto fondamentale di questa nostra lunga riflessione è questo, in ultima analisi: ci rendiamo minimamente conto di cosa stiamo andando a sostenere? Un apparato coercitivo per sanzionare penalmente la parola, per quanto odiosa, violenta, razzista e sessista possa essere? È davvero questo quello che vogliamo come comunità? È davvero questo ciò di cui vi è bisogno per affrontare e risolvere il problema dell’hate speech e quello che si manifesta via internet, in particolar modo?

Dovrebbero essere domande retoriche, ma avendo constatato quanto sia forte e sentito il bisogno di punire gli haters/odiatori con il carcere è necessario andare ad esplicitare cosa comporta, in concreto, l’approccio penale e soprattutto perché sarebbe molto più efficace e sicuramente più tollerante un approccio di natura differente al problema.

Responsabilità penale personale, garantismo, scopo rieducativo della pena e giusto processo

http://www.quirinale.it/qrnw/costituzione/pdf/costituzione.pdf

Ho voluto ricordare, brevemente, i principi cardine del sistema penale nel nostro ordinamento perché dare una risposta di natura penale all’hate speech significa appunto che ciascuno dei soggetti a cui si vorrà imputare il crimine dovrà essere individuato e processato con tutte le garanzie di rango costituzionale previste dalla legge.

Quindi bisognerà, innanzi tutto, andare a verificare e stabilire quanti di quei nomi e cognomi con foto corrispondono effettivamente alle persone fisiche che si possono ricollegare a ciascuno di quei nomi.

Contrariamente a quanto è stato sostenuto (v. l’articolo di Scorza citato sopra) questa non è affatto un operazione semplice e soprattutto non ha esiti scontati.

Quanti di questi profili, infatti, sono autentici e quanti sono letteralmente fake?

E non stiamo facendo riferimento solo all’eventuale uso di uno pseudonimo.

La casistica può prevedere diverse ipotesi: dalla singola persona (magari risiedente all’estero o comunque camuffata da indirizzi internet localizzati all’estero) che gestisce diversi profili fake, alla macchina virtuale che produce e gestisce i profili fake (ed entrambe queste ipotesi aprono scenari interessanti, oltre che inquietanti, quando si pensa semplicisticamente all’idea di internet come possibile strumento di democrazia diretta).

Ma anche quando si sono individuati i vari Nome Cognome come persone fisiche reali non è affatto scontato che, poi, siano tutti penalmente perseguibili: potrebbero essere persone adulte incapaci di intendere e di volere, ma anche minori di anni 14, per i quali vige la regola generale della non punibilità (e quid iuris per l’adulto che si difenderà, magari, sostenendo che i commenti di hate speech, in realtà, sono stati scritti dal figlio infraquattordicenne che accedeva al social network col profilo del padre a sua insaputa?).

E questi sono solo alcuni semplici esempi dei problemi di natura soggettiva che possono sorgere, se si sposta la questione nelle aule di giustizia.

Perché, sul piano oggettivo, resta poi da comprendere che il fatto che la Cassazione abbia riconosciuto la sussistenza della diffamazione aggravata in alcuni casi in cui tale reato è stato commesso via internet (e in particolare via Facebook) non dà nessuna certezza in merito al fatto che qualunque commento o messaggio d’odio sia automaticamente punibile come diffamazione aggravata.

E questo non solo perché la responsabilità penale è personale e tutti hanno diritto al proprio giusto processo, ma anche e soprattutto perché resta da capire se ci può essere lesione diffusa dell’onorabilità della persona e della sua reputazione per uno scritto offensivo che la persona offesa avrebbe potuto rimuovere immediatamente — semplicemente cliccando su “cancella commento”— in autotutela (come nel caso dei commenti evidenziati dalla Boldrini) e non lo ha fa fatto.

E ancora: sussiste e persiste la diffamazione aggravata anche nel caso in cui il commento viene cancellato dall’autore o la cancellazione è sufficiente a scriminare o, quantomeno, ad eliminare l’aggravante?

Giusto pochi brevissimi cenni, insomma, per provare a far riflettere tutti su almeno due elementi:

  1. quanta differenza c’è tra un’ipotesi di reato e l’effettiva sussistenza del reato ipotizzato;
  2. cosa bisognerebbe andare a dimostrare, caso per caso, per punire gli haters con una sanzione penale.

Da ultimo, ma non perché sia meno importante (anzi!): siamo davvero sicuri che — anche in relazione alla quantità, alla qualità e alla rilevanza del fenomeno — debba essere necessariamente il carcere la sanzione più appropriata, sul piano riabilitativo, per i commenti e i discorsi d’odio fatti online?

Un diverso approccio al problema e alcuni possibili rimedi alternativi

https://theconversation.com/dont-feed-the-trolls-really-is-good-advice-heres-the-evidence-63657

Va ribadito, ancora una volta, che qui si sta ragionando sull’hate speech in quanto tale e, nello specifico, sulle sue manifestazioni nel discorso politico pubblico fatto per mezzo di internet.

Un problema strutturale di linguaggio e di comunicazione, dunque.

Un problema che è anche relazionale, quindi; e lo è esattamente nella misura in cui la comunicazione pubblica è interrelazione tra persone che, in questo caso, entrano in contatto tra loro per mezzo di internet.

Nelle comunità del web delle origini una delle prime regole che si imparavano era questa: don’t feed the troll.

Laddove il troll era quel soggetto che interveniva nelle discussioni per far deragliare ogni tentativo di discussione ragionata e l’antidoto razionale proposto per risolvere questo problema era, appunto, quello di non alimentare le continue provocazioni emozionali di questo soggetto, restando invece sul tema della discussione.

Nell’era dei social network e dell’internet di massa, sintetizzando al massimo, possiamo dire che i commenti degli haters rappresentano la forma più primitiva di trolling: l’insulto del tutto fine a se stesso (con violenza, razzismo e sessismo a fare da tematiche prevalenti nei vari messaggi di odio).

I commenti evidenziati dalla Boldrini sono un perfetto esempio di questo modo di fare e, pertanto, resta sempre valida la soluzione razionale, con comportamento positivo e attenzione massima alle tematiche proposte, da tenere ben al riparo dall’insulto e dall’odio:

  1. dichiarando e ribadendo sempre che le offese e gli insulti (compresi i messaggi violenti, razzisti e sessisti) non sono ammessi e che quindi si può commentare, discutere, criticare, ma con civiltà e rispetto reciproco;
  2. cancellando i commenti incivili e bloccando gli utenti che insistono con questo atteggiamento da odiatori seriali;
  3. laddove e possibile filtrando i commenti con moderazione preventiva;
  4. eventualmente anche prevedendo che determinati contenuti non possano essere commentabili.

Questi accorgimenti tecnici basilari potrebbero permettere a chiunque di stare in Rete e di proporre discussioni pubbliche costruttive e civili, dando ovviamente anche l’esempio in prima persona (quindi evitando gli attacchi personali, le generalizzazioni indiscriminate, i pregiudizi e le offese — anche quelle scritte con perifrasi elaborate che non sono meno gravi degli insulti veri e propri).

Andrebbe poi chiarito che il personaggio pubblico ha sempre e comunque gli strumenti per stare in internet privatamente con un gruppo ristretto e selezionato di persone (e senza alcun rischio di venire minimamente infastidito) e, nelle proprie pagine pubbliche, il flusso di commenti generato dalla propria notorietà e/o dall’essere bersaglio di campagne politiche d’odio mirate potrebbe essere affidato alla gestione professionale di un collaboratore stipendiato (di solito il personaggio pubblico ha la disponibilità economica per pagarsi un social media manager e farebbe benissimo ad assumerlo, quindi).

Va inoltre ricordato che la Boldrini non è certo l’unica personalità pubblica ad essere oggetto di queste vergognose campagne politiche d’odio.

Il ministro del governo Letta Cécile Kyenge, primo ministro della Repubblica italiana con la pelle scura, per questa specificità della sua epidermide oltre che per la circostanza di non essere nata con la cittadinanza italiana, è stata infatti oggetto di una campagna d’odio mediatica in cui la connotazione razzista era innegabile e letteralmente senza vergogna alcuna:

«Per le sue convinzioni politiche sull’immigrazione, la nomina a ministro è stata duramente contestata da diversi esponenti della Lega Nord.

L’origine congolese è stata, invece, il fulcro degli attacchi mossi contro di lei da Erminio Boso e Mario Borghezio.

Pur con alcuni distinguo nei giorni successivi la stampa ha registrato numerosi altri attacchi razzisti provenienti dalla Lega e da altre formazioni politiche.

Il ministro ha affermato che avrebbe seguito il principio della non violenza e che non avrebbe risposto alle provocazioni.

Il 13 luglio 2013, il Vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, durante una manifestazione della Lega Nord, ha rivolto dal palco alcuni insulti ai danni della Kyenge, definendola «un orango».

L’episodio ha scatenato reazioni di condanna da parte di esponenti di ogni area del mondo politico italiano, del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Presidente del Consiglio Enrico Letta, dei Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso, dell’ONU, del Vaticano e di Famiglia Cristiana.

La notizia ha avuto una grande eco mediatica anche sulla stampa estera.

Flavio Rizzo, professore dell’università di Tokyo, mette la dinamica razziale dietro il caso Kyenge nel contesto di una incapacità italiana nel relazionarsi con la diversità.

A seguire la pressione mediatica internazionale diversi esponenti di partiti politici italiani e lo stesso Presidente del Consiglio Enrico Letta[40] hanno chiesto le dimissioni di Roberto Calderoli dalla carica di Vicepresidente del Senato.

Il 6 febbraio 2015, la giunta per le immunità del Senato boccia la relazione del senatore Vito Crimi (M5S) dichiarando l’insindacabilità delle sue opinioni in quanto parlamentare nell’ambito delle prerogative tutelate dall’articolo 68, primo comma, della Costituzione.

Secondo l’orientamento maggioritario della giunta l’espressione orango con la quale fu apostrofato l’allora Ministro dell’Integrazione del Governo Letta, Cécile Kyenge era solo pensiero politico.

Contro la sindacabilità, a favore di Calderoli, si schiera una amplissima maggioranza: 4 si e 12 no: a favore l’M5S e parte del PD, contro NCD, FI, Lega, un membro del M5S e il resto del PD. Il fatto, dunque, viene considerato “libertà d’espressione”».

http://www.repubblica.it/politica/2015/09/16/news/calderoli_offese_kyenge_senato_lo_salva_da_processo_ex_ministro_ricorrero_a_corte_ue_-123021302/

Ricordare le principali tappe della campagna d’odio contro la Kyenge è importante non solo perché vi è una evidentissima conferma di quanto il problema politico e mediatico si origini a monte, ma anche e soprattutto perché la differenza tra il comportamento dell’ex ministro per l’integrazione (ora europarlamentare del PD) e quello della Boldrini è fondamentale: se si vuole creare un precedente giudiziario notevole sul discorso d’odio bisogna avere la forza e la volontà politica di agire nei confronti di chi istiga all’odio a monte, piuttosto che andare a valle a prendersela con quelli che si lasciano coinvolgere da questa modalità distorta di condurre le battaglie politiche.

In ogni caso, qualora si ritenesse che la mera sanzione sociale del fenomeno dell’hate speech — il comportamento positivo della comunità tutta e l’utilizzo del linguaggio politicamente corretto (politically correct) da parte dei media e dei principali attori politici — non costituisca risposta adeguata e che, quindi, alla sanzione sociale si debba necessariamente accompagnare anche una sanzione punitiva concreta ed effettiva da parte dell’ordinamento, prima della sanzione penale, c’è sempre la possibilità di individuare e definire specifiche sanzioni di tipo amministrativo ed eventualmente autorità competenti a comminare queste multe e procedure amministrative che si collocano a monte dell’accesso ai tribunali (che dovrebbe rimanere appunto circoscritto agli episodi più controversi).

Giusto un cenno di concretezza all’ipotesi qui proposta: così come esiste un Codice della Strada e ci sono corpi scelti per l’individuazione e la contestazione delle contravvenzioni alle regole che la comunità ha fissato per la sicurezza di chi usufruisce delle strade pubbliche, si potrebbe eventualmente prevedere un codice che definisca esattamente — il punto è delicatissimo, perché il rischio censura di Stato poi è dietro l’angolo — quali sono i discorsi d’odio da sanzionare, quali sono le varie sanzioni per chi contravviene a queste regole e lo Stato stesso, poi, dovrebbe anche individuare una specifica autorità per la comminazione di queste sanzioni (assicurandosi anche che i vari gestori di siti e social network promuovano la diffusione e il rispetto di queste poche e chiare regole fissate per contrastare l’hate speech).

Ripeto e chiarisco: personalmente io resto per la massima libertà di parola possibile, per la mera sanzione sociale positiva (con il comportamento positivo rivolto a contrastare l’hate speech, promuovendo e praticando individualmente e collettivamente il politically correct) e per il ricorso al tribunale solo in casi specifici ed eccezionali, quando si tratta di meri problemi di linguaggio.

Tuttavia, è chiaro che se la comunità esprime un diffuso bisogno di una risposta ordinamentale di tipo sanzionatorio del fenomeno dell’hate speech in internet, prima della sanzione penale c’è, con gradualità e ragionevolezza, la possibilità di individuare e definire sanzioni di tipo amministrativo, per contrastare più efficacemente ed immediatamente il linguaggio dell’odio online.

E sarebbe opportuno tenerne conto, ecco.

Politica spettacolo, diseguaglianze sociali e guerra tra poveri

https://www.possibile.com/pessimo-climax-giorni/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Scrivo le righe conclusive di questa lunga e senz’altro incompleta riflessione, nel giorno in cui molte delle contraddizioni sociali che covano sotto il fenomeno dell’hate speech prendono plasticamente la forma di uno sgombero violento di qualche centinaio di rifugiati che, dopo aver vissuto a Roma per diversi anni, in un immobile occupato, vengono buttati fuori e allontanati con la forza perché l’interesse di chi ha la proprietà dell’immobile viene considerato prioritario e prevalente.

Questo singolo episodio non è certo un caso isolato e — ai fini della nostra riflessione — quello che si può leggere in proposito, nei vari nodi italiani di internet, è letteralmente agghiacciante e disumano: l’odio sembra essere ormai la dominante di ogni discorso e soprattutto di quelli che riguardano persone dalla pelle scura.

Sul punto, condivido integralmente questa riflessione di Andrea Maestri che riassume benissimo gli eventi di questa caldissima e lunghissima “estate bianca” (e che soprattutto mostra quanto determinate tematiche dell’odio — razziale, nello specifico — siano diventate purtroppo patrimonio comune di quasi tutte le forze politiche dell’arco parlamentare):

«Questa estate ha il volto coperto (dai caschi) dei poliziotti di Piazza Indipendenza (Italia, Roma, agosto 2017) che urlano parole di scherno a sfondo razziale sui migranti sgombrati, che brandiscono manganelli contro persone inermi, ma anche il volto coperto dei commentatori Facebook che dietro nickname (non meno ostili di un passamontagna) coprono di insulti e cattiveria anche donne e bambini, persone che restano “donne e bambini” anche se non fossero “regolari”.

C’è un climax pessimo nel nostro paese e intendo la scala crescente (per gravità, disumanità e cinismo) di fatti e atti, politici e materiali che disegnano l’Italia securitaria a diritto diseguale inaugurata con i decreti Minniti — Orlando.

Sì, perché è da lì che bisogna partire per capire la logica ferrea e la coerenza necro-valoriale (uso forse un neologismo per parlare di morte dei valori, che non guidano più la legislazione) che lega tutto: l’apartheid giudiziaria per i richiedenti asilo, l’introduzione del reato di povertà, l’offensiva politica, legislativa, mediatica e persino giudiziaria contro le Ong che salvano vite in mare (rispettando il diritto del mare, che ha qualche grado in più di cogenza di un Codex Minniti qualsiasi), la missione libica che addestra e aiuta la guardia costiera in mare e le milizie (mafiosi compresi) a terra a fare ciò che la Convenzione di Ginevra del 1951 vieta (principio di non refoulement, divieto di respingimento dei profughi verso paesi dove possano essere perseguitati o sottoposti a trattamenti disumani e degradanti come avviene nei campi di concentramento libici), il ritorno dell’ambasciatore italiano nell’Egitto che ha torturato e ucciso Giulio Regeni in cambio della stabilizzazione libica (Casini dixit), gli sgomberi di immobili e spazi pubblici occupati da migranti con gli idranti, come in una dittatura sudamericana qualsiasi (la macelleria messicana l’abbiamo già provata e forse è una stagione che ritorna…).

I decreti Minniti-Orlando, guarda caso sulla malata diade Immigrazione e Sicurezza Urbana, sono l’inizio di questa rapidissima discesa agli inferi della civiltà e del diritto.

Qualcuno ha fatto spallucce sulla eliminazione di un grado di merito nei giudizi sul diritto di asilo, come se fosse normale mantenere 3 gradi di giudizio per impugnare un verbale per divieto di sosta e lasciarne solo 2 per la tutela di un diritto umano fondamentale.

Qualcuno ha minimizzato la criminalizzazione della povertà e dell’emarginazione, il divieto di stazionamento e di rovistaggio, il libero sgombero in sempre meno libero stato.

Oggi quei decreti, scritti e rivendicati non da due ministri qualsiasi ma dal Ministro dell’Interno e dal Ministro della Giustizia che sono anche autorevoli esponenti del PD, trovano finalmente attuazione».

Tutto questo per ricordare, insomma, quanto duro e lungo lavoro ci sia da fare per provare a disinnescare la spirale dell’odio — l’hate speech veicolato dai media tradizionali, ad esempio, è stato considerato l’innesco del conflitto che poi ha portato al genocidio del Ruanda — e come le possibili soluzioni alternative ad una risposta esclusivamente di natura penale, non equivalgono certo alla negazione del problema.

C’è un lavoro culturale da fare a tutti i livelli e con precise e chiare assunzioni di responsabilità, in positivo, da parte di tutti i principali attori politici e dagli operatori dell’informazione in generale (la promozione del linguaggio politicamente corretto).

Ma c’è soprattutto un lavoro più specificamente politico e sociale da fare ed è senz’altro questa la parte più difficile da realizzare, date le premesse di fatto che sono la vera radice del problema:

«Molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza, mentre poche famiglie dispongono di patrimoni molto elevati. In Italia il 10% più ricco della popolazione detiene il 50% della ricchezza complessiva.

Di quei quasi 4.000 miliardi di patrimonio sui conti correnti, nei fondi comuni, nelle polizze, impiegati in Borsa e in Btp ben 2.000 miliardi sono appannaggio di 2 milioni di famiglie italiane sui 20 milioni di nuclei familiari.

Ricchezza tanta ma ineguale, quindi».

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-11-30/il-paradosso-due-italie-ricchezza-privata-record-a-4mila-miliardi-e-debito-pubblico-massimi-171629_PRV.shtml?uuid=ABZXB3JC

La spirale d’odio e la rabbia diffusa sono, purtroppo, la diretta conseguenza di una politica che in larga misura ha scelto di proteggere appunto prioritariamente e prevalentemente gli interessi della classe dominante: di quella minoranza più ricca che — contrariamente alla vulgata neoliberista che è ormai quasi pensiero unico — accumula ricchezze senza creare un corrispettivo benessere diffuso; di quella classe dominante che, spesso, veicola attraverso i media tradizionali, che finanzia e di cui è direttamente proprietaria, messaggi d’odio contro gli ultimi, per fomentare una guerra tra poveri che, mettendo i penultimi contro gli ultimi, lasci ben al sicuro i patrimoni dei primi, pressoché intoccabili.

Il compianto Luciano Gallino, in uno dei suoi ultimi lavori — “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (2012) — era stato chiarissimo in proposito:

«La caratteristica saliente della lotta di classe alla nostra epoca è questa: la classe di quelli che possiamo definire genericamente i vincitori sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti.

Dagli anni Ottanta, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente.

Questo è il mondo del lavoro nel XXI secolo, così è cambiata la fisionomia delle classi sociali, queste sono le norme e le leggi volute dalla classe dominante per rafforzare la propria posizione e difendere i propri interessi.

L’armatura ideologica che sta dietro queste politiche è quella del neoliberalismo, teoria generale che ha dato un grande contributo alla finanziarizzazione del mondo e che ha avuto una presa tale da restare praticamente immutata nonostante le clamorose smentite cui la realtà l’ha esposta.

La competitività che tale teoria invoca e i costi che la competitività impone ai lavoratori costituiscono una delle forme assunte dalla lotta di classe ai giorni nostri.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, marcata redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, politiche di austerità che minano alla base il modello sociale europeo».

Piaccia o non piaccia, alla fine, sono questi i nodi reali (politici, economici e sociali) da sciogliere, se si vuole provare a far sì che il clima d’odio pervasivo delle nostre società — generato a monte dalla politica spettacolo veicolata dai media mainstream e amplificato a valle dal ripetersi continuo di questi messaggi d’odio (violenti, razzisti e sessisti) in quasi tutti i nodi della Rete — ceda il passo a forme di convivenza più civili, pacifiche, aperte e rispettose di tutte le persone.

Pensare che sia tutto e solo un problema di linguaggio, insomma, sarebbe un errore fatale.

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