La Costituzione di Renzi e il referendum che potrebbe far crollare il suo castello di carte

Quando la Camera dei deputati ha approvato a maggioranza semplice la riforma costituzionale, il capo del governo ha scelto queste parole per complimentarsi pubblicamente, via twitter, col ministro per le riforme, Maria Elena Boschi, e i suoi più stretti collaboratori: «Un Paese più semplice e più giusto». Parole, ovviamente, accompagnate dal noto slogan #lavoltabuona.

Nella narrazione governativa, dunque, la riforma costituzionale mira alla semplificazione e alla giustizia (sociale?). Nella prospettiva di chi cerca di valutare l’azione riformatrice di questo parlamento, sulla base del suo contenuto concreto, sono, invece, altri e più problematici gli elementi che vengono in rilievo. Valga per tutti la sintesi puntuale svolta da Massimo Villone su Il manifesto:

Il voto della Camera ci consegna quel che sarà, molto probabilmente, il testo definitivo della riforma. Si richiede un nuovo passaggio in Senato per chiudere con l’approvazione di un identico testo la fase della prima deliberazione richiesta dall’art. 138 della Costituzione. Ma è ragionevole prevedere che Renzi alzerà barricate contro ogni ulteriore modifica, che potrebbe del resto toccare solo le parti ora emendate dalla Camera. Immutata la sostanza. Lievemente migliorata la “ghigliottina” per cui il governo poteva pretendere a data certa il voto su un testo di sua scelta. Un vero e proprio potere di vita o di morte sui lavori parlamentari. Ora rimane solo la data certa, e non è poco. Fino ad oggi sarebbe stata materia riservata all’autonomia delle Camere attraverso i regolamenti parlamentari. Da domani — scritta in Costituzione — sarà invece un vincolo sul parlamento nei confronti del governo. Peggiorata la riforma del Titolo V, dove viene annacquato con inedite complicazioni il proposito — in sé apprezzabile — di una semplificazione del rapporto Stato-Regioni. Ma su tutto prevale la inaccettabile scelta — che rimane — di un Senato non elettivo, di seconda mano e di doppio lavoro, tuttavia investito di poteri rilevanti, tra cui spicca quello di revisione della Costituzione. Mantengono piena validità le critiche più volte espresse su queste pagine. Soprattutto per la sinergia con l’Italicum, che va colta in tutto il suo significato. E se ne accentua il rilievo nel momento in cui la riforma costituzionale rimane pessima, e l’Italicum peggiora. Al già inaccettabile impianto di base, inosservante dei principi posti con la sentenza 1/2014, si aggiungono ora il premio alla sola lista, la beffa dei capilista bloccati e candidabili in più collegi, il ballottaggio. Il colpo alla rappresentatività delle istituzioni e ai processi democratici si aggrava.

In estrema sintesi, la riforma va ad alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato, in un senso che ha ben poco a che vedere con le idee di giustizia e semplificazione. Preoccupazione avanzata — nei mesi scorsi, come in questi ultimi giorni — anche da altri costituzionalisti di chiara fama (si vedano, in particolare, gli interventi di Carlassare, Pace e Zagrebelsky). Preoccupazione che l’ex segretario del PD, Pier Luigi Bersani, subito dopo aver votato la riforma, arriva a formulare esattamente in questi termini:

Il Patto del Nazareno non c’è più, non si dica che non si tocca niente. O si modifica in modo sensato l’Italicum o io non voto più sì sulla legge elettorale e di conseguenza sulle riforme perché il combinato disposto crea una situazione insostenibile per la democrazia.

Non dissimili le critiche avanzate da Massimo D’Alema, intervistato la sera stessa dell’approvazione della riforma da Ballarò. Il leader storico dell’area ex DS, infatti, dapprima liquida l’ansia semplificatrice dei renziani con una battuta assai tagliente (volevamo abolire le province e il Senato e «abbiamo abolito il voto popolare») e poi arriva a sostenere esplicitamente che se, una volta venuto meno l’appoggio dei berlusconiani alla riforma, Renzi definisce intoccabile un testo da far passare comunque a maggioranza semplice, evidentemente, gli aspetti critici di questa riforma costituzionale — e sul punto fa più volte riferimento al rischio di avere un parlamento di nominati che non risponde ai cittadini, ma alle “oligarchie dominanti” — non erano concessioni fatta all’altra parte politica per poter approvare una riforma condivisa, ma scelte politiche che all’attuale premier stavano (e stanno) benissimo. Così come gli sta benissimo una legge elettorale che, più che con la formula neutra di italicum, andrebbe definita correttamente come porcellum 2.0, visto che non si distacca poi moltissimo dalla logica che aveva ispirato la legge Calderoli.

Queste spaccature che emergono, ancora una volta, nel PD, sono particolarmente rilevanti per diverse ragioni. Se da un lato il principale partito di governo non riesce a trovare in parlamento le condizioni politiche per una riforma costituzionale condivisa, dall’altro lato, quando sceglie di procedere a maggioranza semplice, assume su di sé, in sostanza, l’intera portata del processo di riforma. I numeri qui, forse, consentono di comprendere meglio la questione: la riforma è passata con 357 voti a favore su 630 (e parte dell’opposizione fuori dall’aula). Un’ampia maggioranza assoluta, con l’aggiunta del voto centrista, ma ben lontana da quella maggioranza di due terzi, che è prescritta in Costituzione per incoraggiare la ricerca di ampie convergenze sulle modifiche da apportare a un testo che è pur sempre la Legge fondamentale della Repubblica che deve essere fedelmente osservata da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato. E quanto pesa su questo voto la rappresentanza parlamentare del PD? Alla Camera, al momento il gruppo parlamentare del PD conta 309 deputati. Il che significa che il PD, da solo, ha quasi autonomamente la maggioranza assoluta. Maggioranza quasi assoluta che va ben al di là del voto espresso dai cittadini italiani nel 2013, grazie a una legge elettorale che è stata dichiarata incostituzionale proprio perché violava il principio di rappresentanza. In sostanza, oggi, abbiamo un partito sovrarappresentato (persino rispetto allo straordinario risultato delle Europee dello scorso anno) che assume su di sé l’intero percorso di riforma costituzionale, senza avere però nemmeno una posizione univoca, al suo interno, sul testo approvato.

Appare chiaro, dunque, che questa, più che la riforma del PD, è la riforma di Renzi. Una riforma sulla quale il giovane premier del fare sembra davvero disposto a giocarsi il tutto per tutto, in una campagna referendaria il cui esito potrebbe anche riservare qualche sorpresa. Se la frattura con Berlusconi non verrà in qualche modo ricomposta, infatti, tutta la strategia del patto del Nazareno, compresa l’azione di governo, mira alla conquista definitiva del grosso dell’elettorato berlusconiano. Renzi, insomma, non punta a governare e riscrivere la Costituzione col consenso tacito di Berlusconi ma punta a costruire un blocco di consenso maggioritario e trasversale con cui portare a compimento, in assoluta autonomia, il suo trionfo politico. Trionfo la cui prossima tappa dovrebbe essere appunto il referendum confermativo della riforma costituzionale, da trasformare in un referendum sulla sua persona e sulla sua idea di politica del fare, che ha bisogno di limitare al massimo i contro-poteri democratici, vissuti e descritti come frenanti, rispetto all’azione rapida ed efficiente di un governo moderno.

Pertanto, se questa lettura dei fatti è corretta, la scelta di Berlusconi come interlocutore privilegiato nel percorso riformatore, le scelte chiave dell’azione di governo (dagli 80 euro, all’attacco ai sindacati e all’art. 18, passando per la sostanziale liberalizzazione del contratto a termine voluta da Poletti) e la ripetuta insistenza sul fatto che l’accordo per la nomina del Presidente della Repubblica non rientrasse nel famigerato patto del Nazareno, tutti questi tasselli del mosaico miravano univocamente alla conquista dell’elettorato berlusconiano. E, salvo colpi di scena e ritrovate armonie tra i due protagonisti del patto, con la rottura che pare essersi consumata e la totale impermeabilità alle ragioni della sinistra del suo partito, Renzi ha in mente di guadagnarsi definitivamente la fiducia di chi già è arrivato a votare PD, venendo da destra, nelle ultime europee, contando al contempo sulla certezza che l’elettorato del PD ormai è perfettamente conscio del carattere centrista di questo nuovo partito della Nazione e continuerà, quindi, a seguire il suo leader perché, diversamente dai suoi predecessori, questi ha il crisma della vittoria e vincere (a quanto pare) è l’unica cosa che conta.

La partita referendaria, a questo punto, diventa doppiamente importante per tutti quelli che non sono affatto convinti che la Costituzione vigente rappresenti un freno per lo sviluppo e che, anzi, auspicherebbero una politica che puntasse alla piena attuazione dei principi costituzionali. Chi crede in una Repubblica fondata sul lavoro, che tenga conto dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, che ricerchi la realizzazione dell’eguaglianza formale e sostanziale, che tuteli i capaci e i meritevoli, ma garantisca un’esistenza libera e dignitosa a tutti i lavoratori e una libertà d’impresa da svolgere sempre e comunque nel rispetto della sicurezza, della libertà e della dignità umana, concorrendo tutti alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e secondo criteri di progressività, chi crede che la mancata realizzazione di questi principi non sia dipesa dall’assetto istituzionale, ma da precise scelte politiche, ora, potrebbe aver di fronte un’occasione preziosissima per mandare all’aria il castello di carte renziano.

Se la riforma andrà in porto, contando quasi esclusivamente sui voti di un PD lacerato, nei tempi previsti, insomma, nel 2016 si andrà a un referendum confermativo che Renzi stesso presenterà come strumento per «dare investitura popolare alla sua riforma». E qui c’è lo spazio politico per un’azione comune delle opposizioni i cui elettorati più apertamente si richiamano alla difesa della Costituzione vigente e alla sua puntuale attuazione. Qui c’è il dovere morale e politico di coordinare il movimento per la difesa della Costituzione, sui territori, partendo dai comitati che nel 2011 hanno ottenuto la straordinaria e inaspettata vittoria referendaria per l’acqua bene comune, per le energie rinnovabili e il ripudio di tecnologie obsolete come il nucleare che si voleva rimettere in piedi e contro le leggi ad personam dell’ultimo governo Berlusconi. Comitati che erano composti da attivisti di sinistra senza partito, da elettori del PD (sì, anche da loro!), da elettori dei partiti alla sinistra del PD, ma, in una certa misura, pure da persone che, poi, due anni dopo, alle politiche, avrebbero dato fiducia al Movimento 5 stelle. E, qualunque sia il giudizio che da sinistra si voglia dare all’operato del M5S, in questi due anni, è innegabile che quel voto di protesta che in Grecia e Spagna sta dando luogo a esperienze politiche radicalmente innovative e, per la prima volta, vincenti, in Italia tarda a manifestarsi in forme analoghe proprio perché una buona fetta di queste istanze ha trovato uno sbocco elettorale nell’esperienza politica, fin qui, egemonizzata da Grillo e dai suoi fedelissimi.

Il referendum sulla riforma costituzionale, però, può e deve creare un primo terreno di azione politica comune. Con un obiettivo minimo che è quello di bloccare la riforma di Renzi, spazzando via, contestualmente, il mito del vincente predestinato. E con un obiettivo più ampio, se le mutate condizioni politiche lo permetteranno, che potrebbe essere quello di dare finalmente uno sbocco politico condiviso alla domanda di cambiamento che mira alla realizzazione e all’attuazione della Costituzione fondata sul lavoro (un obiettivo quest’ultimo che, diversamente dal primo, non può unire tutta l’opposizione sociale a Renzi). Entrambi gli obiettivi sono possibili, solamente, se si creerà una massa critica di partecipazione, comparabile a quella degli ultimi due referendum. Tenendo conto che sia nel 2006 che nel 2011 votarono circa 26 milioni di italiani. Quasi tutti per il sì all’abrogazione delle contestate norme berlusconiane, nel 2011; con circa dieci milioni di italiani a sostegno della riforma costituzionale di Berlusconi, nel referendum confermativo del 2006. E tenendo bene a mente che, oggi, Renzi può contare su almeno una decina di milioni di sostenitori (l’elettorato del PD che lo ha sostenuto alle europee ne conta addirittura più di undici). La vera sfida, pertanto, consiste nel riuscire a coordinare e a portare al voto, contro la riforma di Renzi, anche chi alle scorse europee ha disertato le urne. E, se si ha piena consapevolezza della posta in gioco, prima ci si incammina su questa strada e meglio sarà per tutti quelli che vorranno percorrerla, senza pregiudizi.


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