In Italia con i provvedimenti legislativi sull’internamento e l’istituzione dei campi di concentramento furono arrestati i cittadini stranieri di stati nemici, gli oppositori del regime e gli ebrei, italiani e stranieri.
Con uno di questi provvedimenti viene tratto in arresto Arthur Fuerst, ebreo, sposato con Abramson Bettj con cui condivise la vicenda dell’internamento e della deportazione. La sua prima destinazione da internato fu presso il campo di Casoli, in provincia di Chieti, nel 1940, probabilmente mentre attraversava l’Italia per espatriare in America dove vivevano i suoi fratelli: “da parte dei miei fratelli ricevo dall’America sussidi sufficienti per me e mia moglie fino a che la stabilizzazione mondiale mi permette di ottenere il visto e partire con la ripresa del traffico marittimo” . Alla fine dello stesso anno ricevette una lettera dalla moglie in cui gli comunicava il suo precario stato di salute «Mio caro marito la notizia che ti debbo dare oggi, ti dovrà rattristare, purtroppo. Dr. Mo. mi ha mandata da due dottori qui (…) entrambi hanno costatato che dovrò essere operata» chiedendogli di raggiungerla a Trieste e ponendola come condizione per affrontare l’operazione «Io attenderò con l’operazione finché tu verrai, perché senza di te non mi lascio operare piuttosto voglio morire».
Arthur ottenne il permesso dalle autorità e si recò a Trieste per assistere la moglie con cui successivamente rientrò in Abruzzo. Dato il precario stato di salute della moglie, probabilmente, ottenne dalle autorità il permesso di poter risiedere nella località di internamento libero di Castelfrentano sempre in provincia di Chieti. Nelle località di internamento la vita era meno oppressiva, c’era più libertà di movimento anche se gli internati erano sottoposti a controlli frequenti.
A Castefrentano conobbe una famiglia che gestiva l’emporio del paese dove Arthur prestava saltuariamente lavoro. ”Arthur e la moglie (…) lui veniva nello spaccio, aiutava, quando veniva la pasta. Noi nel negozio avevamo la pasta nelle casse di legno pesanti e si doveva sistemare nello scaffale. Lui veniva con la santa pazienza, scaricava e aggiustava. Ti dico la verità, mi è molto dispiaciuto quando è andato via, ma purtroppo…”In queste località, spesso piccoli paesi, gli internati cercavano di stabilire dei rapporti con la popolazione locale, anche se era difficoltoso a causa della legislazione vigente che vietava ogni rapporto con loro; a volte la stessa paura per le delazioni o le denunce alle autorità frapponevano una barriera alla socializzazione. Altre volte la condizione di chi proveniva da grandi città europee e vestivano in maniera diversa e parlavano un’altra lingua, accresceva la diffidenza e la difficoltà di comunicazione. Spesso però le barriere si superavano pur rimanendo quella diffidenza di fondo che si ha nei confronti dello “straniero”.
Arthur trovò nel negozio di Anna Fattori un “luogo pubblico” di incontro e scambio, costruiva piccoli giocattoli per il figlio «era tanto bravo questo signore Arturo, gli costruiva i giocattoli di legno, di compensato, il cavalluccio di compensato (…) mi faceva dei giocattoli artigianali, io me lo ricordo, era un carrettino su cui aveva scritto Claudio, l’ho avuto fino a quando avevo dieci quindici anni… (C. Liberato)*.
La paura per l’arrivo dei tedeschi era palese tra gli internati “(…) Lui lo sapeva, aveva paura dei tedeschi, sapeva qualcosa. Lo immaginava, c’era uno, un gran signore, si vedeva che era un vero signore. Noi vendevamo le corde per i bagagli e lui diceva: signora , non vendere tutta la corda eh, riponila per me perché quando arriva la guerra, mimava il gesto dell’impiccagione”. Infatti nell’autunno/inverno del ’43 i tedeschi, con il supporto delle autorità italiane iniziarono i rastrellamenti e poi le deportazioni degli ebrei.
Arthur e sua moglie furono catturati, probabilmente, a Guardiagrele (CH) l’1.11.1943 e detenuti a Chieti, L’Aquila caserma, Bagno a Ripoli campo e, infine, Milano, carcere di San Vittore. Da lì, il 30 gennaio del ‘44, iniziarono il loro viaggio verso Auschwitz. Da questo momento si possono fare supposizioni sulla loro sorte e le ricostruzioni successive ad opera, soprattutto, di Liliana Piccioto Fargion nel suo Libro della Memoria, parlano di immatricolazione dubbia al loro arrivo e deceduti in luogo e data ignoti. Queste espressioni sono usate, in genere, per coloro che non superarono la prima selezione.