My 2017 Rome

Difficile dire quale possa essere la cartolina che rappresenta una maratona come quella di Roma: personalmente scelgo questa.

Stai correndo su una strada, anche anonima, immerso nei vicoli di borgo pio; intorno a te una fiumana di runners, fiancheggi muri e palazzi. Ecco che si apre un varco e svolti a destra e…. Oh! La meraviglia di San Pietro ti si apre davanti agli occhi con una potenza sfavillante, il cuore aggiunge battiti a quelli della fatica.

Anche se lo sai perfettamente, perché non è la prima volta e non sarà l’ultima, ogni volta ti meravigli come un bambino.

Questa è la magia della maratona di Roma, nei punti spettacolari come negli angoli più anonimi del percorso (ma ce ne sono?).

Per me, questa edizione è stata quella delle conferme e delle incertezze: sono arrivato con una preparazione incerta, con le scarpe vecchie (le nuove non hanno smesso di farmi male), e soprattutto, giusto la sera del sabato, mi sono reso conto di aver dimenticato i miei integratori a casa! Tanti conti buttati alle ortiche… sul momento c’è stato il panico, poi per fortuna avevo almeno quelli del giorno dopo e li ho «adattati».

La sera si conclude con qualcosa che mi ha dato fastidio a cena – facile che fosse il panico da integratori e non il cacio romano – e una notte a rotolarsi nel letto.

Mi ripeto, come sempre per darmi carica e tranquillità, che fino a 30km ci so arrivare in ogni condizione e poi si vedrà… insomma parto sereno: il vecchio marco non esiste più, la carpa è diventata un drago.

Si parte, non piove, macché arriva e pure tanta: i primi km scorrono ingabbiati nella folla, non posso tenere il mio ritmo e, in fondo, mi sta bene così, sono meno affannato.

Dopo 10km gli spazi si allungano e posso andare con naturalezza alle mie velocità, tanto che mi immagino di recuperare in 30km il tempo di riferimento (ottimista). Non salto un rifornimento ed i bicchieri, al posto delle bottiglie, impongono la fermata: anche in questo caso non mi dispiace perché mi spezza il ritmo si ma consente quel micro recupero salutare: lo rifarò!

10,15,20,25 vado bene ma bene bene, incurante della pioggia, mi ascolto e ascolto la musica in cuffia, cerco di non ascoltare la vescica che si forma sul tallone (scarpe vecchie e inzuppate).

Conosco il percorso palmo a palmo e mi diverto un mondo a pensare ad ogni angolo dove mi sono fermato, dove sono stato male, e dico «tiè» ogni volta che ne supero uno… l’acqua acetosa per me sempre avvelenata, oggi è frizzantina come un vino delli castelli e su quella salita ne supero tanti che iniziano a camminare, addirittura sulla discesa successiva mollo completamente i freni e vado a rotta di collo (almeno così mi pare). Il trentesimo lo conosco bene, soprattutto la postazione del pronto soccorso, e lo saluto con un ciaone!

I dolori alle gambe vanno e vengono ma rimangono gestibili, purtroppo inizia a farmi male la milza e per quello non ho alternative al rallentare: arrivo al km 35 senza aver smesso di correre mai, e questo per me è un traguardo mai giunto, e il sottopassaggio che abbandona il lungotevere lo risalgo manco fossi in bicicletta.

Al rifornimento commetto – mea culpa – due errori, non so quanto determinanti, mi lascio andare soddisfatto e mi trattengo alla passeggiata bevendo e mandando messaggi per dare la mia posizione alla famiglia.

Questo insieme alla pioggia che ricomincia ancora più insistente, mi fanno raffreddare e mi causano un bel mal di stomaco: passo gli ultimi km ad alternare corsa e cammino non appena mi fa troppo male. Che peccato!

Perdo ovviamente tempo e posizioni, ma non ne ho alcun interesse: sono felice di essere qui in questo momento e basta. Quando cammino, mi lascio aiutare dalle pacche degli altri runners e dal tifo del pubblico, presente nonostante il diluvio, quando corro faccio io da motivators a chi sta mollando.

Ultimo km con una progressione, una passeggiata e la passerella finale, di gambe non è rimasto nulla ma cosa importa.

Due cartoline sulla finish line:

  • Il the caldo di Roma è la cosa più buona del mondo
  • Il mio allenatore che mi stringe la mano e mi dice «sei felice» ed io rispondo «si»: il punto di domanda lui forse non ce lo mette ed io comunque rispondo senza nessun altro pensiero.

Non ho in mente la pioggia, che non è stata poca a giudicare cosa è rimasto del mio pettorale,

le gambe, lo stomaco, niente!

C’è solo Roma ed un «me» felice! Non si riesce a spiegare tutto questo, è così e basta: provare per credere.