La metà del volto di Dio: un omaggio ad Andrzej Żuławski

Un ricordo del grande cineasta polacco scomparso alcuni giorni fa a 76 anni. Ambiguo, provocatorio, estremo, tra i suoi film più importanti ricordiamo Possession, L’ Amour Braque e il recente Cosmos.

Dopo anni di silenzio, ma solo per chi lo aveva dimenticato forse, Andrzej Zulawski era tornato al cinema, sugli schermi di Locarno. Lo aveva fatto con un adattamento quasi impossibile da pensare: Cosmos di Witold Gombrowicz, punta estrema e inarrivabile dell’opera di uno dei più grandi romanzieri del 900. Del resto chi altro poteva cimentarsi in questa sfida impossibile?

Nato in Polonia nel 1940 e figlio di un ambasciatore, Zulawski trascorre gran parte della giovinezza a Parigi, dove affina la sua cultura cinematografica. I suoi primi ricordi sono però i cadaveri che si ammassano lungo le strade sotto il suo balcone, l’inferno della Polonia occupata nel 1943, la follia che prende il posto del quotidiano. Sono occhi di bambino che vedono troppi orrori e che una volta adulti trasfigurano la realtà con enorme, distorto, esagerato dolore. Tutto questo orrore è già nel suo primo lungometraggio, La terza parte della notte, tanto assurdo quanto reale, scritto insieme al padre poeta, sulle esperienze di guerra di quest’ultimo. Troppi pidocchi a dissanguare i polpacci, il veleno del tifo nel sangue, la vita come un perenne stato febbrile (ho voluto raccontare ciò nel mio primo film perché è da qui che vengo, dal sangue di mio padre avvelenato da pidocchi infetti). È già tutto qui, il connubio di amore e religione, entrambe le cose vissute in maniera estrema e idiota, a formare un impasto di saliva e sangue. La violenza di Zulawski non è solo visiva, ma anche nei temi scelti, che a dispetto della forma irruenta sono invece delineati con sapienza sottile. Se ne accorgono le autorità polacche, che censurano il suo secondo film Diabel per 17 anni e costringono il regista all’esilio in Francia, dove girerà gran parte dei suoi film successivi. Dopo il successo commerciale di L’importante è amare, il regista potrà tornare in patria, con la condizione ipocrita di girare un nuovo film in grado di incassare quanto il precedente. Per tutta risposta, Zulawski si dedica all’adattamento della Trilogia Lunare dello zio Jerzy Zulawski, quel Sul Globo d’Argento che sarà la vetta irraggiungibile, e in effetti mai raggiunta, del regista: fantascienza attraverso la filosofia, religione attraverso la bestemmia. Opera amputata dal governo stesso, che ne blocca la produzione e ordina la distruzione dei set e dei costumi, sarà completata solo dieci anni dopo. Il finale del film, con il riflesso di Zulawski stesso, mostrato nella sua impossibilità a terminare il lavoro, è un martirio più violento della crocifissione che lo precede.

Sul globo d’argento

Nonostante tutta la filmografia di Zulawski viva di un’estetica che si è mantenuta coerente negli anni (le scale a chioccola ritornano sempre, come spirali a chiudersi intorno al collo) le opere girate in Francia, a eccezione di Possession, suo film più celebre per innumerevoli motivi, tra tutti l’interpretazione devastante di Isabelle Adjani, non sembrano possedere la stessa visceralità di quelle girate in patria, dove l’autore si immerge ben più volentieri in un abisso di abiezione e lordura, cosa che ripeterà solo nell’ultimo film girato in patria, Szamanka, che a dispetto della necrofilia che lo anima si rivela ben più vivo del successivo La Fidelité.

Ogni sua opera più che un film è un corpo che vive dello stesso sangue malato, scosso da convulsioni e visioni febbricitanti, colto da una torsione continua tra emozioni e concetti. Ma sono movimenti bruschi, corse frenetiche che distruggono ciò che è intorno. Tutto pur di non fermarsi, a costo di morire di corsa, o in corsa, per superare almeno per qualche attimo la fine con qualche passo incespicato prima di crollare. La mdp, in mano a Zulawski, non si fa solo occhio, ma sviluppa braccia e gambe, arti tentacolari che esplorano lo spazio, quasi che la macchina fosse un tumore che preme sulla fronte dei personaggi.

Isabelle Adjani in Possession

Le numerose soggettive improvvise che sconvolgono sovente il flusso di immagini non si limitano a guardare, ma si scontrano con ciò che hanno davanti con forza d’ariete. Una messa in scena così violenta deve scontrarsi con la recitazione estrema degli attori (e soprattutto delle attrici: Isabelle Adjani, Malgorzata Braunek, Romy Schneider, Sophie Marceau), corpi che continuano a espellersi, a entrare e uscire da sé in un delirio sciamanico. Come insegna Grotowski, essi si danno in modo totale, nella propria intimità più profonda come ci si dà nell’atto d’amore (only in deathly overwhelming love do you realize who you really are). In questo caos biologico di corpi, stremati dalla loro ricerca d’amore o dell’altra metà del volto di Dio, Zulawski opera una violazione dell’organismo vivo, mentre cerca il punto giusto dove poter conficcare il chiodo (per poi accorgersi che è indifferente, perché tutto in questi corpi è dolore). Corpi che non osservano il mondo dall’altro ma ne vengono travolti, costretti a osservarlo da una distanza zero, in un caos furibondo e deformante.

Nonostante le dichiarazioni del regista a non voler più trattare con “personaggi pervertiti e materiale ripugnante”, chi ha letto Cosmos sa bene come esso sia tutt’altro che esente da queste categorie, benché la sua depravazione non sia tanto di carattere narrativo quanto squisitamente letterario. Così nell’adattare il romanzo di Gombrowicz, Zulawski sembra ripercorrere mentalmente il suo stesso cinema e superarlo. Come se in Cosmos prendesse a piene mani un intero passato artistico, racchiuso nella scelta di un testo per lui cruciale e formativo come quello dell’autore polacco, e se ne liberasse.
Il suo ritorno al cinema, dopo un silenzio di quindici anni, ricorda in questo senso la produzione più matura di Alain Resnais, inevitabilmente richiamata dai capelli fiammeggianti di Sabine Azéma, di cui condivide la stessa levità di sguardo. Ed è il commiato di un grande maestro. Forse uno dei più audaci, provocatori e sottostimati della seconda metà del Novecento.

Renato Loriga

Articolo pubblicato su www.sentieriselvaggi.it

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