L’universo pop di David Wasco (da Pulp Fiction a La La Land)

Profilo su uno scenografo che ha ridefinito i contorni visivi dell’immaginario pop e della cultura postmoderna e cinefila dei nostri tempi. (Carlo Valeri, www.sentieriselvaggi.it)

Se chiedessimo alla maggior parte dei cinefili e addetti ai lavori chi è David Wasco, in pochi probabilmente saprebbero rispondere, tranne i tarantiniani doc. È in parte il destino degli scenografi cinematografici che salvo rare occasioni — il nostro Dante Ferretti o il geniale e compianto Ken Adam — non arrivano mai ad avere le prime pagine dei giornali. Eppure se a Hollywood esiste un nome che è in credito con la fortuna critica e con i riconoscimenti, questo è proprio Wasco: la sua è un’opera profondamente coerente, per non dire personale, che ha marchiato alcuni dei più grandi “classici” degli ultimi vent’anni e che non ha goduto finora della giusta considerazione. Il premio potrebbe venire finalmente quest’anno con La La Land, che tra le tante statuette non dovrebbe mancare la notte del 26 febbraio quella alla scenografia.

Il grande paradosso è che Wasco arriva solo quest’anno alla prima nomination, dopo esserci andato vicino un’infinità di volte. Sin dal 1992 la sua opera si lega a doppio filo con quella di Quentin Tarantino che lo chiama sul set de Le iene. Da allora nasce un sodalizio che ridefinisce i contorni visivi dell’immaginario pop e della cultura postmoderna e cinefila dei nostri tempi. L’epifania arriva già dentro le traiettorie del Jack Rabbit Slim’s, il locale anni 50 (e 60) di Pulp Fiction in cui il gangster tossico Vincent Vega e la donna del boss Mia Wallace consumano il loro appuntamento rosa semiclandestino in salsa twist. È un luna park di colori, suoni e citazioni centrifugati in un unico spazio tempo, un “museo delle cere” come lo chiama Vincent che però nella pulp fiction di Tarantino sa riprendere vita.

Nightclub: Pulp Fiction vs. La La land

Alla fine di La La Land Damien Chazelle trascina lo spettatore nel sottoscala del Seb’s — il locale jazz che Sebastian riesce ad aprire. Ed ecco che c’è qualcosa nelle luci, nell’arredamento, forse nei momenti di macchina che ci rimanda al Jack Rabbit. È una sensazione di deja-vù, come se la macchina da presa di Chazelle replicasse gli stessi movimenti di quella di Tarantino. Ma sembra esserci anche qualcos’altro che travalica la mano dei registi e arriva direttamente a evidenziare un tocco scenografico unico. La visione di Wasco è il filo conduttore che lega i corridoi dei night club con i “sosia” di Marilyn Monroe, Buddy Holly e i cimeli di di Hoagy Carmichael. In un unico flusso. Le inquadrature si assomigliano persino. Ma in realtà La La Land è come se riassumesse nelle sue due ore l’intera opera filmografica di Wasco, al punto da sembrare quasi una summa del suo immaginario.

Il legame — anche concettuale — con Pulp Fiction dalla stampa internazionale è stato fin troppo trascurato, ma c’è molto altro. C’è il musical di Minnelli certo, che qui viene apertamente omaggiato in più occasioni, c’è il decadentismo scorsesiano di New York New York, ma più in generale l’opera dello scenografo, in La La Land come altrove, prende ispirazione dal cinema come dalla musica, e ancora dalla letteratura, dal fumetto. L’arredamento della camera da letto della Mia (!) interpretata da Emma Stone, rimanda direttamente a I Tenenbaum, il primo grande cult di Wes Anderson che trova negli arredamenti pastello vintage ideati da Wasco la marca stilistica su cui costruire sapientemente la propria autorialità. La camere da letto della famiglia Tenenbaum proseguono il timbro museale tarantiniano, con un calore più malato e meno effervescente. Un tocco intellettuale e femminile unisce il mondo maniaco depressivo di Margot con quello al neon zuccherato di Mia Dolan: due diverse variazioni sulle stesse geometrie con i poster a rimarcare i sentimenti dei personaggi e la loro formazione culturale.

Interni domestici al femminile: I Tenebaum vs. La La Land

La sensazione è che i tanti mondi sempre diversi e sempre uguali di David Wasco trovino la loro giusta rifrazione nei corpi e nei volti di pin-up su cui costruire cromatismi di passione drammatica e sentimentale. E ogni personaggio potrebbe così finire nelle scenografie del film successivo, formando un puzzle dell’immaginario che è tutto interno a un universo (pop) ossessionato dal raccontare e dal masticare il mondo dello spettacolo. E se il lavoro di David Wasco fosse l’unica enciclopedia intertestuale applicabile oggi?

Inglorious Bastards

Filmografia essenziale di David Wasco:

  • Le iene (1992)
  • Pulp Fiction (1994)
  • Jackie Brown (1997)
  • I Tenenbaum (2000)
  • Kill Bill vol.1 (2003)
  • Kill Bill vol.2 (2004)
  • Collateral (2004)
  • Bastardi senza gloria (2009)
  • La La Land (2016)

Carlo Valeri

articolo pubblicato su www.sentieriselvaggi.it

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.