E se adesso parlassimo un po’ di me?

Come sto io in tutta questa storia sembra passare in cavalleria. Sono innamorata di un uomo che mi dice che mi ama e non trova il coraggio di scegliere di stare con me. Ho investito talmente tanto nelle sue dichiarazioni d’amore e in come mi sento ogni volta che gli sono accanto che adesso mi sembra uno spreco gettare la spugna. Quindi stringo i denti e resisto. Ma sto male. È un malessere strisciante e quotidiano, di quelli per cui un attimo stai ridendo e l’attimo dopo stai piangendo disperata.

Qualche giorno fa è capitato che io e lui ci coccolassimo un pochino. E durante avevo un groppo alla gola. E dopo, quando abbiamo finito e saremmo dovuti rimanere solo abbracciati a far tornare il respiro regolare, mi sono ritrovata a piangere. Mi sono alzata e ho detto che andavo a sciacquarmi. Mi sono chiusa in bagno e sono uscita quando non si vedeva poi tanto che avevo gli occhi rossi. Gliel’ho tenuto nascosto perché sapevo che ci sarebbe rimasto malissimo. E lo posso anche capire: chi sarebbe felice di una donna che piange dopo che hai fatto l’amore con lei?

Non volevo che si sentisse in colpa in quel momento, non volevo che pensasse di avere fatto qualcosa di sbagliato. In fondo volevo solo vederlo sereno. Se i miei ex fidanzati potessero testimoniare, lo spiegherebbero come sono io nelle relazioni. A me piace essere il «porto quiete» di cui Ugo Foscolo in una famosa poesia. Solo che lui parlava del cimitero, io intendo «posto tranquillo». Io voglio essere il posticino tranquillo delle persone che amo. Voglio essere la tana dove rifugiarsi quando fuori c’è la tempesta, e quella in cui collezionare ricordi felici. E ci riesco anche a esserlo, finché mi sento sicura. Mi viene naturale. Ma se non mi sento sicura va tutto all’aria. Io vado all’aria. Faccio come le tartarughe rovesciate sul guscio che zampettano senza riuscire a rimettersi dritte.

Quel giorno ho preferito fare finta che tutto andasse bene, ma non andava bene niente. Non va bene che mi addormento piangendo quasi tutte le sere, perché so che lui è con lei. Non va bene che mi sveglio con la testa piena di brutti pensieri. Non va bene che odio le sue uscite con gli amici, le sue feste di compleanno di colleghi e colleghe e conoscenti, perché so che ci andrà con lei. Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine di loro che entrano da qualche parte insieme, mano nella mano, e sorridono. Non riesco a smettere di immaginarli complici e felici. Perché sono le cose che lui sostiene non esistano, mentre io ho paura che lui semplicemente me le tenga nascoste. Otto mesi di relazione sono tre le volte che siamo andati a bere una cosa fuori, una la cena insieme — a casa mia, perché fuori non sia mai — , tre i pranzi — tutt’e tre a casa mia anche quelli.

Adesso che si avvicinano le feste, mi vedo guardare il cellulare la notte di Natale, aspettando un messaggio carino che non ci sarà. Lo vedo dirmi che no, per Capodanno sarà con lei, che forse parte con gli amici, perché come fai a dire che non vuoi partire? Quest’estate per le ferie è andata così. Mi vedo a Capodanno con le mie amiche, triste. Mentre lui è felice come sempre a godersi cose che io da quando lo conosco non mi godo. Il mio compleanno? Una serata meravigliosa, finita con le solite lacrime e il solito groppo alla gola. Lui non c’era. Non abbiamo passato insieme neanche un giorno delle reciproche ferie. Ogni tanto mi domando se a lui venga mai voglia di condividere con me i momenti di felicità, ma ho paura di domandarglielo. Viviamo di mezz’ore rubate al lavoro. E quando gli dico che non c’è, lui risponde che sì, c’è sempre, c’è molto di più che per lei. Perché corre da me tra una riunione e l’altra, corre da me al mattino e alla sera.

Io non so più come spiegargli che tutto questo mi sta distruggendo i nervi e l’autostima. Non so più come dirgli che per me il momento del loro trasloco nella casa nuova — «Ci trasferiamo, lei si sistema e la lascio. Le devo almeno la sicurezza della casa» — è diventato un fantasma al quale non voglio pensare. Perché immagino la serata con gli amici, tutti insieme a dire loro quant’è bello il posto in cui vivono, i mobili che hanno scelto, i colori che hanno deciso. Li immagino con le persone che vogliono loro bene che alludono al fatto che adesso che sono sistemati un bimbo può pure arrivare. E tutto questo è insostenibile. È un peso che reggo da troppo tempo, mentre lui fa finta di niente.

Ieri, mentre facevamo colazione in un posto bellissimo, col mare davanti e una giornata splendida, lui mi ha guardata e con la bocca stretta ha detto «Ti amo tantissimo», sorridendo. Io ho fatto una smorfia. L’unica risposta che mi è venuta in mente è stata «Io non ti amo più», solo per vedere la sua faccia. Solo per vedere se sono in grado di non amarlo più. Ma, esattamente come quelle lacrime dopo l’amore, ho ricacciato indietro le parole. Ché in questa strana relazione lui dice sempre che io non nascondo la rabbia, ma evidentemente sono bravissima a nascondere i cocci di me che lui continua a calpestare.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.