San Gimignano, terra di campanili

Dei diritti e dei doveri

“I vèn chi a robarne l’aria bòna e i fonghi, e i ne làsa sol le sporcarie!”

Quando sabato sera ho raccontato questa “piccola storia” agli amici in sala a Pescara, hanno certamente pensato per un attimo che io fossi impazzito. La serata era dedicata alla premiazione delle iniziative di marketing legate al progetto “Ti racconto le Terre d’Abruzzo” e nessuno in sala era in grado di capire il dialetto valsuganotto.

La frase era parte di una storia che riguardava mia nonna, nata, vissuta e morta senza mai praticamente muoversi dalla sua Valsugana. Ed è riferita agli inizi degli anni ’80, a quando cominciavano i primi movimenti turistici anche nel suo paesino; qualche povero turista veneto “osava” prendere in affitto una casa per qualche giorno in agosto (povero!), ma l’accoglienza non era delle migliori.

Vengono a rubarci l’aria buona e i funghi, e lasciano solo le loro immondizie”.

Da punto di vista turistico, in 30 anni in Trentino è cambiato tutto; ma non in bassa Valsugana che resta ancora un territorio quasi ostile, dominato dal Lagorai, il gruppo montuoso forse più selvaggio di tutte le Alpi, sebbene sia a due passi dalle battutissime Dolomiti.

La serata a Pescara era trascorsa piacevolmente, si erano alternati sul palco moltissimi progetti di valorizzazione territoriale che mettevano l’Abruzzo al centro, coordinati dall’abile regia di Alessandro di Nisio, l’anima di Paesaggi d’Abruzzo, per me la migliore iniziativa di marketing territoriale italiano sui social network (quanto dovrebbero imparare le nostre regioni!). Il tratto comune ai vari progetti era evidente: l’orgoglio della propria terra, raccontato con le forme ed i mezzi di comunicazione moderni.

Ok ma, che c’entra la Valsugana?

Il fatto è che mentre guardavo le immagini del Gran Sasso e della Majella, ascoltavo i racconti dei pastori, vedevo questi territori splendidi e desolati, non potevo non associare il carattere deciso e schivo degli abruzzesi con quello dei trentini.

Ed allo stesso tempo pensavo agli amici sardi, tanto orgogliosi della loro terra da non permettere a nessuno di dare loro nemmeno un consiglio, perché come canta Ligabue “Ho messo via un po’ di consigli, dicono è più facile, li ho messi via perché a sbagliare, sono bravissimo da me”.

Ed agli amici lucani, terra in cerca di identità, territorio che per certi versi lotta per emergere, per altri si gloria del suo “splendido isolamento” dai colossi Campania, Puglia e Calabria che la circondano.

Ma il discorso si potrebbe allargare a qualunque territorio italiano, soprattutto là dove la geografia impone vincoli e opportunità, dove il tratto identitario è tanto forte da caratterizzare la vita ed il carattere delle genti che lo abitano. È l’Italia dei campanili e degli 8.000 comuni, dove l’orgoglio per la propria terra è elemento di pregio, dove la fierezza delle proprie origini diventa simbolo di appartenenza, e di esistenza.

Ma, allo stesso tempo, elemento inconsapevole di freno allo sviluppo.

Perché non abbiamo nessun diritto acquisito sul territorio dove siamo nati e cresciuti, dove abbiamo vissuto o dove sono seppelliti i nostri cari. Dobbiamo solo ringraziare, se ci troviamo bene; possiamo andarcene se cerchiamo esperienze diverse o maggiori opportunità. Ma non è nostro, non ci possiamo arrogare alcun vantaggio rispetto ai visitatori, ai passanti, ai turisti.

Abbiamo invece dei doveri verso il territorio in cui viviamo. Il primo fra tutti è il rispetto, che significa preservarlo per le generazioni future ma anche per noi e per tutte le persone che lo vivono.

Liberarsi dagli orgogli di campanile, dalla bambagia dei diritti acquisiti ed entrare in una ottica di doveri verso il nostro territorio non significa perdere il carattere identitario che ci caratterizza; anzi. È un passo fondamentale per avviare il percorso verso un nuovo turismo, un turismo consapevole, responsabile, sostenibile. Un turismo a misura d’uomo, che in tanti territori “aspri” della nostra Italia troverebbe linfa.

Non si tratta certo di turismo di massa. Le nostre città d’arte soffrono della qualità dei servizi offerti ai turisti: Venezia è da anni invivibile, Roma offre una esperienza altamente al di sotto delle potenzialità, a Firenze in certe occasioni per avere attenzione devi parlare in inglese. Ma sono casi isolati in un panorama complessivo di un territorio che ha ancora molto da offrire. Serve una riqualificazione dell’offerta, un ripensamento del posizionamento di interi territori, alla ricerca di valori che oggi non riescono ad esprimere.

Se guardiamo ai trend che caratterizzano gli interessi dei turisti, vediamo che le principali sono la ricerca dell’autenticità di un territorio, il confronto con i residenti, la possibilità di vivere esperienze originali. Le destinazioni che sono riuscite a interpretare questi stimoli stanno ottenendo risultat iinteressanti.

Per offrire esperienze che le persone abbiano voglia di vivere, dobbiamo essere attrattivi. La forte richiesta di “vivere nelle case di cittadini” per sfuggire alla spersonalizzazione di troppi hotel deve trovare risposta nella qualità dell’offerta: se l’alternativa è una casa sporca, poco curata o non accogliente non avrà di certo successo. Airbnb, che più di tutti ha saputo cavalcare questo fenomeno, è riuscita nel suo successo anche grazie ad una eccellente qualità nella comunicazione (basta guardare la cura delle foto pubblicate) ed a stringenti indicazioni e regole verso i proprietari.

Sapranno i nostri territori dare risposta a queste nuove richieste? C’è un potenziale straordinario di crescita, tutto da cogliere. Servirà lavorare sul prodotto, sulle infrastrutture, sulla comunicazione; ma non basterà. Per avere un turismo sostenibile l’approccio di accoglienza è fondamentale, partendo dai nostri doveri, e mettendo da parte i diritti presunti.

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