Hanno chiuso il passo Sella
EVVIVA, EVVIVA.

Ormai da qualche anno la discussione sulla chiusura al traffico dei passi dolomitici è entrata nel vivo. È una discussione accesa, che vede posizioni nette e contrapposte, con una radicalizzazione che non aiuta la discussione.
- “Salviamo i passi da morte certa, chiudiamo il traffico a tutti i mezzi non elettrici, vietiamo le moto ecc. ecc.” da una parte.
- “Guai chiudere i passi, il turismo morirebbe, la libertà di muoversi è sacrosanta, i problemi dell’inquinamento sono ben altri ecc. ecc” dall’altra.
Quest’anno è partito il progetto che prevede la chiusura del passo Sella per nove mercoledì consecutivi nei mesi di luglio ed agosto (durante le ore diurne). Il progetto DOLOMITES VIVES (“Dolomiti Vive” in ladino, la lingua che accomuna questi luoghi) è per certi aspetti timido e sperimentale, per altri rivoluzionario.
Sono solo nove giorni di chiusura, solo nelle ore diurne (dalle 9 alle 16), solo per il passo Sella. Però segna il passaggio (speriamo definitivo) dal momento della discussione al momento dell’azione. Passa finalmente il concetto che i passi dolomitici sono ecosistemi fragili che vanno tutelati, e che il diritto di accedere ad alcuni luoghi vale solo se effettuato con modalità sostenibili.
Sono temi che mi appassionano, non potevo non sperimentare personalmente. E così mercoledì 19 luglio sono a Canazei, in val di Fassa, ai piedi del passo Sella. Ho già letto tutto quello che c’è da sapere, ma decido di “fare il turista”, e comincio a chiedere in giro. Mi bevo due caffè in due bar diversi, vado all’ufficio dell’APT. Con mia parziale sorpresa, tutti conoscono bene il progetto, mi danno indicazioni precise. Chiedo come va il progetto, e c’è addirittura chi mi dice che il mercoledì (a Canazei) c’è più gente del solito.

Decido quindi di salire al passo, con la navetta che parte dal centro del paese. La logistica è ottima, dalle indicazioni alla fermata, alla possibilità di fare il biglietto sull’autobus, al costo quasi politico (2 euro), alla frequenza delle corse (ogni quindici minuti), alla puntualità della navetta. Iniziamo bene.
Il pullman sale, con me un’altra quindicina di persone, altrettante saliranno poi ad una fermata intermedia. La prima parte di strada è aperta al traffico, perché è condivisa con il passo Pordoi regolarmente aperto al traffico. All’altezza del Pian de Schiavaneis, c’è la sbarra e si passa solo con mezzi non inquinanti: a piedi, in bici, oppure con vetture elettriche; unica eccezione: i pullman navetta.

E qui inizia lo spettacolo. La strada si trasforma e assume connotazioni a cui non siamo abituati. Invece di auto, camper, pullman e moto, ci sono ciclisti, che salgono ognuno col loro passo, pedoni che camminano un po’ sui sentieri, un po’ sulla strada, quasi a rivendicare una spazio riconquistato, famiglie e bambini, uomini e donne accomunati dalla voglia di vivere diversamente l’approccio alla montagna.
Mentre salgo in pullman, mi maledico di aver attaccato la bici al chiodo qualche anno fa, e mi riprometto di rimettermi in forma e provarci, in bici, prima della fine dell’estate.
Al passo faccio quasi fatica a riconoscere il luogo. Non c’è tanto movimento, bici che passano, gente a piedi, tutto qui. Dal passo partono i percorsi di trekking per Sassolungo e Sassopiatto, ci ho portato figlie ed amici, ci torno sempre volentieri.

Ho una mezza idea di fare il giro del Sassolungo, dai 2.200m del passo si sale al rifugio Demetz (2.700m) e poi si scende in un percorso circolare di rara bellezza. Salgo sotto l’impianto di risalita “old style” che ho preso in altre circostanze. Sono 500 metri di dislivello, nell’ultima parte abbastanza impegnativi. Non sono affatto in forma, ma le gambe girano e mi viene subito voglia di spingere.
Salgo rapido, quasi straniato. Camminare in questi luoghi è magico, ma d’estate sei costantemente accompagnato dal rumore assordante delle moto, con i motociclisti che fanno a gara a chi ce l’ha più grosso (il rombo!).
Invece è tutto così incredibilmente diverso.
Arrivo al rifugio rapidamente. Mi spiegano che con la chiusura del passo sono cambiati i ritmi. La gente arriva un po’ più tardi, ci sono più gruppi e meno famiglie, si lavora comunque molto bene.
Le polemiche dei giorni scorsi e la retorica del “turismo morto” senz’auto, almeno da qui, sembrano senza senso. Proseguo, rinfrancato.
Per chi non c’è mai stato, la forcella del Sassolungo è un posto magico.


Inizio così a scendere, su un percorso almeno inizialmente molto accidentato. Sassi e roccette interrompono il sentiero in continuazione. Ma sto bene, e senza accorgermene comincio a corricchiare, fatico a tenere le gambe che vanno da sole, saltellando da un masso all’altro. Sento tanta energia, mi pare quasi di ripercorrere le emozioni della mia più grande follia agonistica.


Ho voglia di fare, e decido di fare il giro più lungo, attorno al Sassopiatto.
Il percorso è mosso, si scende e si sale, attorno a quota 2.300, io continuo a correre, dove riesco. Mi fermo a vedere i panorami e incontro più volte alcuni gruppi che mi sfottono, perché li sorpasso ma poi sono sempre lì. Ma io vado di corsa e non di fretta e mi godo ogni attimo.
Raggiungo in successione i rifugi Vicenza, Sassopiatto, Pertini e Friedrich August. A tutti chiedo come va con la chiusura del passo. Alcuni nemmeno sanno della chiusura, al Sassopiatto mi dicono che “in effetti ho notato un calo, per esempio ieri c’era meno gente” (col passo aperto, ndr.). In generale c’è tanta gente, sia sui sentieri che nei rifugi, la sensazione è che quassù in quota non ci sia un impatto significativo in termini di presenze.
Mi avvicino a chiudere il mio giro, e mi fermo in un rifugio di quelli che d’estate vivono principalmente del passaggio della gente.

Il rifugio Salei è un rifugio moderno, da apres ski e sdraio sul prato, un rifugio finto come li chiamo io. Sono quasi le 16 e non è più ora di pranzo, ma di gente qui ce n’è pochina. Chiedo informazioni e mi dicono che il mercoledì la gente cala, che è tutta colpa della politica e via andando.
Se la chiusura ha un impatto, sicuramente gli operatori del passo sono quelli più a rischio.
Decido di scendere a Canazei a piedi. Mentre scendo penso al senso di queste iniziative, penso all’energia che mi ha trasmesso, al valore di questo progetto. Forse sta proprio tutto qui: riportare in questi luoghi così potenti e allo stesso tempo precari un uso più rispettoso del territorio. Non deve essere necessario andare in cima ad una vetta per ritrovare il senso di intimità col nostro ambiente, anche il passo deve tornare a essere un luogo di esperienza e non di passaggio, in cui sentire risuonare gli echi ed i profumi della natura, e non i rombi delle moto o gli odori degli scarichi.
Non sono un estremista, e non mi immagino che da un anno all’altro si passi alla chiusura di tutti i passi dolomitici. Però sono convinto che questo progetto possa aiutare ad aprire le coscienze, a far capire che un altro turismo è possibile, che si possono costruire dei percorsi sostenibili che possano permettere un turismo più lento e rispettoso, comunque di qualità.
E sogno che, come per la chiusura dei centri storici delle città d’arte, tra vent’anni si possa tutti dire: “ma come facevamo, vent’anni fa, con tutto quel rumore?”.
Arrivo a Canazei stanchissimo, e provo una sensazione di privilegio, di avere avuto la fortuna di sperimentare tra i primi un assaggio di futuro, della montagna come la vorrei. Sono momenti che capitano raramente e vanno assaporati fino in fondo.
La giornata non è ancora finita. In serata a San Martino di Castrozza ci sarà la presentazione de “La Sportiva Outdoor Paradise”, il progetto che prevede la creazione di un parco per le attività outdoor che va in controtendenza rispetto alle scelte classiche, partendo dall’idea che lo sci alpino non è l’unica risposta e che un altro turismo è possibile. Dopo anni di discussioni, questo 2017 ci regala due perle che potrebbero segnare il nostro futuro. Io ci credo.
