Ripensare, ripensarmi

È inizio anno, tempo di ripensamenti, buoni propositi, ambizioni e slanci destinati inesorabilmente a sgonfiarsi da metà gennaio in avanti.

Quest’anno però è diverso, almeno per me. Vista la vicenda che mi ha portato a cambiare lavoro, da qualche mese ho avviato un percorso di ripensamento, principalmente professionale che mi ha portato a rivedere come uso i mezzi di comunicazione, come mi racconto, che cosa racconto, fino a sdoganare una cosa che ho sempre schifato: il personal branding.

È la prima volta che in maniera sistematica e (quasi) professionale metto mano alla mia immagine e progetto il modo in cui mi racconto. Non credevo, ma è dannatamente difficile.

Che poi ho cambiato solo Linkedin, in teoria il mio profilo professionale. Sono iscritto dal 2004, il mio profilo era in inglese, e descriveva poco (e male) di quello che ho fatto negli ultimi dieci anni. La qualità e quantità di contenuti non era legata alla qualità (o rilevanza) delle attività che avevo svolto, ma era proporzionale alla mia voglia, in vari periodi, di scrivere cose più o meno sensate.

Partiamo da lì, mi sono detto, dalla foto per esempio.

Addio vecchia foto profilo, sopravvivrai in questo post :-)

Sono legatissimo alla vecchia foto profilo, perché è stata scattata a Berlino in un momento di serenità, era il mio primo ITB e mi stavo divertendo un sacco. Ma la foto ha sei anni, cavoli, e io non sono più quello. Fa anche figo apparire più giovani, per carità, ma siccome io spero anche di incontrare le persone che frequento online, se la prima cosa che pensano è “toh, guarda come è invecchiato”, non si parte bene.

Il profilo in inglese aveva un senso fino a qualche anno fa, quando la mia attività era in buona parte internazionale. Ora però mi rivolgo a un pubblico italiano, e l’immagine di me che voglio dare è tutto tranne che “quello che se la tira”. Quindi decido di riscrivere tutto.

Ma cosa scrivere, che taglio dare, come raccontarmi? Ci ho messo tre giorni, prima di riuscire a mettere in piedi un testo, che ho lasciato sedimentare per due giorni e poi (grazie anche ai consigli di qualche amico) ho totalmente massacrato.

E poi dovevo cambiare foto. Io con le foto sono sempre in difficoltà, sono un orso e odio mettermi in posa, appena vedo una macchina fotografica scappo. Quindi quando capita che un fotografo con i controfiocchi ti dice: “dai che facciamo una foto” e tu non fai neanche in tempo ad abbracciare insopportabile che lui ha già scattato, non rimane altro che ringraziare (grazie ancora Anton Sessa!). E allora, via con la stessa foto anche su Facebook e Twitter.

La cosa più interessante di cambiare il mio profilo Linkedin non è stato tanto il risultato in sé, che mi interessa relativamente e tra qualche mese sarà tutto da rifare, ma le riflessioni che ne sono nate, perché forse per la prima volta ho messo a fuoco alcune cose su cui stavo ragionando da qualche tempo.

Per esempio:

  • Parla di te, che almeno sai di cosa parli. Ho scritto due post alla fine dell’anno scorso, una parodia sulla mia casa ed un post sulla fine della mia esperienza in Trento RISE. Due post diversissimi per argomento, taglio, tono. Parlavano di due esperienze mie, li ho scritti un po’ per il gusto di scrivere ma soprattutto per poter “sfogare” qualcosa che avevo dentro (soprattutto il secondo). Sono stati letti entrambi tantissimo, molto oltre il mio “standard”, credo che la ragione sia legata al fatto che erano storie molto personali che però generalizzavano dei concetti in cui molti si sono riconosciuti, anche al di fuori della mia cerchia di relazioni. Della casa avevo parlato tanto nei mesi precedenti , il post è stata la chiusura del racconto, il “lieto fine”. Si sono riconosciuti nella storia anche tanti che non conosco affatto, rivivendo esperienze personali e immergendosi nella mia storia come fosse la loro.

La storia di Trento RISE invece era amara, molto personale, ma portava con sé una storia più ampia, al mio fallimento aggiungeva il fallimento di un progetto di innovazione a cui una certa comunità aveva fatto affidamento (perlomeno come modello). Anche qui il riconoscere una valenza generale in una esperienza raccontata in prima persona ha dato un valore aggiunto che ne ha determinato l’efficacia, anche e soprattutto fuori dai confini della mia cerchia di relazioni.

  • Scrivere per qualcuno. Quando non ho chiaro in testa a chi sto parlando, non funziona. Volendo parlare a tutti, non si comunica a nessuno. Prima di scrivere, ora penso a chi potrebbe essere interessato, e cerco di capire cosa ha senso nella storia e cosa invece è inutile orpello. Poi succede che la platea si allarga (ma non succede quasi mai) e c’è qualcuno che ha da ridire, che non capisce, che contesta. Giusto tenerne conto, ma anche fregarsene.
  • Un minimo di sfrontatezza. Comunicare significa esporsi, avere il coraggio di prendere posizione, dire delle cose, possibilmente un po’ originali o perlomeno non banali. Può capitare di sbagliare, di essere poco efficaci o comunicare male, l’importante è sapere di cosa si parla e non preoccuparsi (troppo) di eventuali incomprensioni. Nel post sulla casa avevo scritto:

Era una parodia, un modo giocoso per descrivere una situazione di disagio che tutti i “ristrutturatori improvvisati” hanno provato, nulla di personale. Come si fa nei film, “basato su una storia vera” normalmente significa che c’è qualche traccia di verità, tutto il resto è romanzo.

Non ero preparato alla telefonata di uno dei miei artigiani, sono rimasto spiazzato, ho dovuto spiegargliela (senza peraltro minimamente riuscirci). Non ce l’avevo con lui, e non era a lui che volevo raccontare quella storia. Spero abbia capito, ma se si è arrabbiato, sopravviverò.

  • Definirsi. Nell’epoca dei mille mestieri, dei “social media cosi” e degli strategist dei miei stivali, cambiare il titolo su Linkedin non è stato facile. La mia massima aspirazione era di mettere un mestiere che potevo spiegare a mia mamma. Volevo tenere insieme il mondo del turismo e del digitale, che sono le due mie principali competenze. Volevo un titolo in italiano perché odio quelli in inglese. Volevo che fosse semplice e si capisse al volo. Volevo che raccogliesse la mia esperienza passata ma fosse rivolto al futuro. Ne è uscito “Destination Manager e Digital Strategist”, capite anche voi che sono un disastro. Sto pensando di scriverci “Ing.” così almeno si capisce.
Rosy Russo, Maja de’ Simoni, e il “salame” nel mezzo
  • Approfittare delle occasioni. Odi farti fotografare? Ci sono tanti fotografi bravi (io oltre a Anton Sessa conosco paola faravelli, per dire), e donne splendide. E se capita che ti beccano quando meno te lo aspetti, il risultato è meglio di mille foto impostate. Se devi fare la figura del salame (“un uomo tra due dame…”) che sia una porca figura :-)
  • Personal branding non è una parolaccia. Da quando ho iniziato a usare i social network ad oggi sono cambiate tante cose. Ho progressivamente preso possesso e controllo della mia immagine, cambiando in corso contenuti, stile, interessi. Per rendermi conto che alla fine, in un modo o nell’altro, al centro del mio racconto c’ero sempre io. Magari non in prima persona, per tramite delle esperienze che avevo vissuto o delle persone che avevo frequentato, anche quando cercavo di fare il “tecnicone super professionale”, alla fine era di me che parlavo, magari senza rendermene conto. Fare lo snob e ignorare questa cosa, sarebbe sbagliato.
  • Superare i propri limiti. Io sono un orso. Vivrei in un rifugio in cima alle montagne, lontano da tutto e da tutti [magari col wifi ;-)]. Cambiare la foto profilo su Facebook è un piccola ferita, perché mi costringe ad affrontare situazioni che vorrei evitare, l’idea di mettermi in mostra, i complimenti che mi mettono in imbarazzo. Ieri ho “dovuto farlo”, era giusto farlo, l’ho fatto. Adesso torno in caverna.
  • Continuare a scrivere, malgrado i successi. Gli ultimi due post sono andati molto bene, quando mi sono messo a scrivere questo ho pensato: “non sarà mai come gli altri”. Con quel minimo di sfrontatezza di cui parlavo prima, me ne frego, e pubblico lo stesso :-)