#verybello e #tdlab: i conti non tornano

Sulla vicenda #verybello, è già stato detto tantissimo, anzi probabilmente tutto.

Io ci ho messo un po’ a capire, a farmi una mia idea. Inutile dire che, per questo post, ho attinto a piene mani dai contributi di tanti, il vantaggio di arrivare per ultimo.

Innanzitutto gli aspetti positivi (incredibile, ci sono pure quelli).

  1. Il nome: verybello. La prima impressione è “pugno nello stomaco”, “stiamo scherzando, vero?”. Però per me è una delle poche cose sensate di tutta l’operazione. E’ pensato per gli stranieri ed è immensamente pop. Per gli stranieri l’italian sound è molto più importante del significato reale del nome. A me piace sempre ricordare la catena di ristoranti pseudo-italiani “Basta Pasta” che è nata con menù a base di pasta. E giudicare il nome con un approccio puramente italiano è limitante. Sul fatto che sia pop invece, non c’è alcun dubbio. E qui non possiamo mica fare i verginelli. E’ una vita che rivendichiamo un approccio meno conservatore alla valorizzazione del patrimonio culturale, per una volta che ci provano è giusto riconoscerlo. Perché al ministero certamente qualcuno avrà pensato di chiamarlo “http://www.archiviodeglieventiculturaliitalianiperexpoenonsolo.it”, tradotto in inglese con “http://www.archiveoftheeventsofculturefromitalyforexpobutnotonlydotait.com”. Meglio, molto meglio, verybello.it, anche perché si presta a giocarci, tutti noi in questi giorni lo abbiamo un po’ adottato.
  2. L’approccio mobile. La cosa meno orrenda di questa operazione è il funzionamento mobile. Il che potrebbe voler dire che, nella miseria complessiva, sia stato pensato “mobile first”. Non condivido il parere di chi chiede una app, troppo onerosa per il turista. Molto meglio un servizio online, ben posizionato ed integrato (quest’ultima parte è ovviamente tutta da dimostrare).

Un po’ pochino direi.

Sono convinto che il nome pop sia stato la causa dirompente che ha portato a deflagrazione la povertà della soluzione complessiva. Se si fosse chiamato expoeventi.it non ci sarebbe stato quella carica emotiva che ha fatto gridare allo scandalo (la reazione di pancia di tutti noi). Tutto sommato, visto tutto il resto, meglio così.

Ci sono almeno tre livelli di problemi: problemi tecnici di vario genere, problemi di consapevolezza e/o comprensione delle dinamiche “digital”, e problemi di strategia complessiva.

  1. Sui problemi tecnici è già stato detto tutto. Mancano dei pezzi, nessuna comprensione delle esigenze degli utilizzatori, alcune realizzazioni sono imbarazzanti, e non si può non imputare a chi ha realizzato il sistema evidenti responsabilità. E’ certamente una operazione fatta di corsa, male, con tempistiche improbabili. Nel pensare a questa situazione non ho potuto non pensare alla mia recente esperienza in TDLAB, in cui, in soli cinque mesi, mi sono trovato ben due volte a dare un ultimatum ai miei committenti: “ci sto mettendo la mia faccia, a queste condizioni non ci sto più”. Si tratta di definire un livello minimo di qualità sotto il quale non è accettabile proseguire. Non si può assolvere l’azienda che ha combinato questo pasticcio: avrebbero dovuto rifiutarsi di pubblicare il sito. Ma i problemi veri stanno altrove.
  2. E’ chiaro che la comprensione e la consapevolezza delle dinamiche “digital” sia un grosso problema per chi ha pensato questa operazione. L’operazione è sbagliata da tanti punti di vista, perché nasce da un concetto sbagliato di comunicazione e di utilizzo dei mezzi di comunicazione. Il pensiero è semplice e lineare, in perfetto stile anni ‘90: “abbiamo gli eventi, facciamo un sito”. Come se promuoverlo, comunicarlo, farlo diventare parte dell’esperienza digitale dei turisti (già bombardati da mille altri servizi) fossero aspetti trascurabili. Come se si potesse immaginare uno spazio “altro” rispetto a italia.it o a expo2015.org, come se il mondo fosse vergine e non ci fosse altro che verybello.it. E in questo caso, non c’è azienda cui dare la colpa: il pesce puzza dalla testa, ed è evidente che la responsabilità non può che stare dentro il ministero, non può che essere in carico a chi ha sostenuto e portato avanti questo progetto.
  3. Ma il vero problema è ovviamente la strategia complessiva. Il ministro ha ragione quando oggi dice:

“Il ministero è impegnato direttamente per Expo e nulla impedisce di intraprendere autonomamente iniziative di questo tipo. Il TdLab non è stato coinvolto anche perché non è più operativo da metà ottobre quando ha esaurito il suo compito consegnando il piano per il turismo digitale.”

Le sue parole però rilevano drammaticamente il bluff complessivo. Ha ragione quando dice che non doveva coinvolgere TDLAB, anche perché, detta tutta, col cavolo che tornavamo a lavorare gratis per il ministero.

Invece il ministro doveva usare le indicazioni strategiche che TDLAB ha prodotto e che il ministro ha ripetutamente affermato di voler perseguire. Questo era il ruolo di TDLAB, identificare le azioni strategiche che poi altri avrebbero dovuto portare avanti. Come ricorda correttamente Edoardo Colombo, TDLAB ha affrontato il tema e identificato una soluzione che mi sento di sostenere caldamente.

L’operazione verybello è datata prima di metà novembre (quando avviene la registrazione del dominio). Il 16 ottobre il ministro aveva twittato:

quindi il “grande lavoro per le future azioni del governo” è durato si e no qualche giorno.

E conta poco ricordare che il sito avrebbe fatto 1.5M di visite in due giorni. E’ un approccio datato, di un mondo che non c’è più.

Non so se sia stato davvero Oscar Wilde a dire:

Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.

di certo questo approccio oggi non ha più senso. Perché è cambiato il modo di fare comunicazione e il modo di interagire con le persone, e non mi sento minimamente di supportare una strategia che, per farsi notare, porti a causare 1.5M di insulti.

La strategia di TDLAB è quindi finita direttamente in un cassetto, e ragionevolmente lì è destinata a rimanere, anche perché le reazioni alle critiche non sembrano prefigurare il minimo ripensamento.

E qui sta l’ultimo, forse il più grave, problema dell’intera vicenda.

Non hanno solo scelto una azienda inadeguata per realizzare un progetto sbagliato in una strategia improvvisata, ma non se ne rendono conto e non hanno la minima intenzione di ritornare sui loro passi.

Chissà, forse lo avevo intuito già allora che qualcosa non tornava, fa male rendersene conto solo ora.

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