Ciao, piccola

E anche tu ci hai lasciato. A modo tuo, da gatta testarda fino all’ultimo, con lo stile che hai sempre avuto. Ma te ne sei andata.

Sedici anni. Un’età notevole per un gatto, ma sempre pochi, troppo pochi. Sedici anni che la tua mamma ha vissuto con te. Poco meno di sei per me, ma per me sei stata mia tanto quanto. Non ci siamo amati subito. O meglio, tu hai deciso che avrei dovuto sudare per entrare nelle tue grazie.

Il primo giorno che ti ho vista ti sei presa un pezzettino di me come ricordo e da allora ogni tanto decidevi di fare un richiamino. Una delle cose che racconto più spesso è di quando stavo lavorando al mio portatile, tu saltasti sul tavolo, mi guardasti e soffiasti come un cobra.

Eppure sapevo di essere un privilegiato, anche allora. Era il tuo filtro, perché tu non concedevi le tue attenzioni di sicuro a chiunque. Infine hai deciso che ero degno. Degno di venirti a sdraiare sulle mie gambe appena mi mettevo sul divano. Degno di nutrirti quando avevi fame. Di sopportarmi (a malapena) quando ero a letto al tuo posto.

E io ho imparato ad amarti. Come fossi stata mia da sempre. Come se ti avessi avuto da cucciola. Quando Stitch se n’è andato tu sei stata la mia consolazione prima di ogni altra cosa. Il tuo venirmi in braccio è stato il calore di cui avevo bisogno. Anche quando sono arrivati loro tre, che anche oggi non lo fanno. Ora non ho più nessuno che mi venga in braccio.

Non ho più occhi azzurri da ammirare.

Scrivo e piango. Così come ho pianto tante volte in questi giorni, sapendo che mancava poco. Te ne sei andata alla stessa ora di Rooney. Te ne sei andata stanotte in un giorno così particolare.

Probabilmente non significa un cazzo, magari significa tutto, non lo so. So solo che per quanto lo sapessimo, per quanto fossimo preparati, per quanto tu abbia scelto il modo migliore (se esiste) per salutarci, non fa meno male. Eravamo preparati, ma non pronti. Mai pronti. Non si è pronti a salutare una parte del tuo cuore.

Io so solo che ora non troveremo più Pippo in giro, portato a spasso da te a farti compagnia. So solo che non ci sarà più da capire cosa vuoi mangiare un giorno piuttosto che l’altro. So solo che non ti avrò più in braccio, scocciata se mi sposto o se le gambe non sono messe bene per stare comoda. So solo che non ti vedrò giocare dietro un filo come se fossi una cucciola. Che non avremo più le tue testate che dicono “ti voglio tanto bene”. Che non sarai sul tavolo mentre facciamo colazione. Che non verrai a cercare da bere nei nostri bicchieri. Che non entrerò più in casa trovandoti sul tappeto a rotolarti, pronta a fare un agguato o a farti coccolare a seconda di come ti gira. Che non farai più il tuo giro sullo zerbino a farti le unghie quando torniamo a casa. Che non mi verrai più a cercare quando andrò via. Che non ti sdraierai più sui libri della tua mamma.

E fa schifo.

Fa schifo e basta.

Ti chiamavo piccola pazza psicopatica assassina. Ma eri la nostra piccola pazza psicopatica assassina. La verità era che tu, il tuo amore, lo davi a pochi e conquistarlo è stato uno dei doni più grandi per me.

Ti ho voluto bene, Pucca. Più di quanto pensassi possibile. E la tua mamma ti ha adorato, così come tu hai adorato lei.

Non ti dico che ora potrai giocare con Rooney, Stitch e Zen, perché non saresti tu. Ti immagino arrivare da loro, guardarli con sdegno, tirare una soffiata e poi trovarti un posto comodo e caldo dove dormire, in attesa della prossima pappa. Che rifiuterai finché non ti verrà dato quello che desideri oggi. Spero il servizio sia buono, dove sei.

Ciao, piccola.

Grazie.

Grazie di tutto.

E scusami se non sono capace di scrivere tutto ciò che sei stata. Non sono bravo abbastanza. Non per descriverti. Non per spiegare quanto ci hai dato.

Ciao, piccola.

Ti vogliamo bene.


Originally published at …E a volte, quando cadi, voli.