E poi arrivò Carol

Il film di Captain Marvel ha vissuto uno strano percorso legato all’hype, a partire dall’annuncio fino ad arrivare agli ultimi giorni.

Quando ne fu data notizia, il clamore maggiore fu dovuto al fatto che Carol Danvers ha raggiunto il gotha dei personaggi marvel soltanto negli ultimi anni/decenni fumettistici: possono sembrare molti, ma se consideriamo che buona parte dei personaggi portati sullo schermo sono in giro dagli anni ’60, possiamo comprendere quanto in realtà sia significativo: giusto per i Guardiani della Galassia era accaduto qualcosa di simile e, infatti, l’hype arrivò solo dopo i primi trailer dando loro lo spazio enorme che meritavano.

Nel caso di Carol la questione era, però, ancora più delicata, considerando l’ovvio aspetto del sesso del personaggio, che rende il suo film il primo Marvel con protagonista assoluta una supereroina. E non solo una supereroina qualunque, stiamo parlando di qualcuno con poteri superiori a quelli di ogni eroe finora comparso nel Marvel Cinematic Universe. Non c’è bisogno di sottolineare l’importanza simbolica della scelta di portarla sullo schermo, anche e soprattutto dopo il successo di quel Wonder Woman della Distinta Concorrenza il cui pregio maggiore stava nel perfetto casting della protagonista.

Nonostante Carol non sia sempre stata Capitan Marvel e, anzi, il suo ruolo originario sia stato di spalla femminile del Capitan Marvel originale, a livello fumettistico il suo personaggio non è mai stato troppo comodo negli stereotipi femminili dell’epoca, covando in sé le promesse di ciò che sarebbe poi potuta diventare. Negli anni è stata Miss Marvel, è sparita dalla circolazione (mentre una nuova Capitan Marvel, Monica Rambeau — ricordate questo nome quando andate a vedere il film, veniva creata sulla pagine dell’Uomo Ragno per non perdere i diritti sul nome), ha perso memoria e poteri per mano di Rogue degli X-Men, ha conquistato un potere ancora superiore diventando un essere di nome Binary, è tornata sulla Terra con l’identità di Warbird (e alcuni problemi di alcolismo) ed è infine assurta al titolo che la attendeva da troppo tempo, con un costume finalmente adatto al ruolo e al personaggio.

Insomma, come troppe volte accade, anche fumettisticamente il personaggio più potente, in quanto donna, ha dovuto faticare parecchio di più delle sue controparti prima di vedere riconosciuti i propri meriti.

E arriviamo quindi al film. Capitan Marvel arriva nel momento più delicato per il MCU. La fase 3 si sta concludendo, siamo tutti a pezzi dopo Infinity War e, soprattutto, sappiamo bene che i nomi che abbiamo amato fino a qui raggiungeranno il capolinea con Endgame. Il compito di Capitan Marvel, quindi, era molteplice: inserire Carol nella continuity dell’MCU, spiegarne l’assenza durante i film precedenti e dare il pubblico un nuovo personaggio da amare che non fosse una scopiazzatura dei predecessori e introducesse novità e freschezza per la fase 4. Il tutto mettendo insieme un film che fosse all’altezza dei precedenti e che preparasse adeguatamente a Endgame. Un po’ quello che già ha fatto Black Panther, per capirci.

Ci è riuscito? In breve, assolutamente sì.

Per quanto sia ben lontano dall’essere un film perfetto e presenti alcuni difetti di ritmo soprattutto nella parte iniziale, questi si fanno perdonare facilmente. Anzitutto perché Brie Larson è Carol Danvers così come Robert Downey Jr. è Tony Stark o Chris Evans è Capitan America, ma soprattutto perché c’era bisogno di un personaggio del genere. È vero, avevamo già avuto la Vedova Nera come bad-ass e Scarlet come personaggio estremamente potente, ma si tratta di comprimari che — pur ben delineati — ancora devono ricevere il proprio spazio (e lo avranno, dato che la prima avrà un film e la seconda una serie tv). Carol, inoltre, è qualcosa di diverso ancora: non è una spia addestrata per essere tale come Natasha e non è una giovane cresciuta nella sofferenza come Wanda. È una donna forte, sana, cresciuta in un modo ostile al suo sesso e col carattere adeguato per non rimanere mai a terra, che sa abbracciare il suo potenziale in modo spontaneo e travolgente.

Un personaggio, insomma, che giusto sfigati maschilisti possono non apprezzare, gli stessi che hanno iniziato a proporre il boicottaggio del film prima ancora che uscisse perché colpevole di minacciare le loro tremolanti sicurezze (un po’ come accadde con Rei in Star Wars).

Ma, dicevo, il film sa farsi perdonare creando una retrocontinuiy quasi perfetta, riportandoci Fury in una chiave nuova (che può piacere o meno, ma che io ho apprezzato parecchio) e fungendo da anello perfetto nell’attesa di Endgame, sotto vari punti di vista, nessuno dei quali svelerò qui.

Questo è un altro pregio di ciò che gravità intorno al film: non se ne sa realmente quasi nulla, perché i trailer hanno coperto sì e no la prima mezz’ora dei 120 minuti che lo compongono. Una scelta ideale che ha permesso a chiunque era in sala di godersi le non poche sorprese narrative. E poi c’è Goose. E Goose da solo dovrebbe bastarvi.

Ribadisco, non è un film perfetto: è un film di genere che va a inserirsi in una saga composta da altri 20 titoli, ma lo fa trovando una propria identità e regalandoci un personaggio che (non è uno spoiler, si sa da sempre) sarà meraviglioso poter rivedere in Endgame e vederlo interagire con chi ci ha condotto fin qui, prendendone in mano le consegne.

Qui sopra parlavo di Wonder Woman. Quando uscì il film Warner rimasi estremamente tiepido: per quanto fossi felice che ci fosse finalmente un film di supereroi con un personaggio femminile protagonista e forte, trovai il film in sé piuttosto mediocre. Mi sembrava ci si stesse accontentando nonostante, ripeto, l’importanza simbolica che aveva e che era giusto avesse.

Capitan Marvel va oltre e ci regala quello che dev’essere un film del genere. Non raggiunge l’innovazione di un Black Panther, ma ci ricorda perché la Marvel è ciò che è.

C’è un nuovo Capitano. Ed è una Meraviglia.


Originally published at …E a volte, quando cadi, voli.