Aspettando tempi migliori, che non vengono mai

Roma, Largo Argentina ( Foto di Sergio Ragone)

Quando seggo al tavolo per scrivere non ho più idee, un momento prima erano tutte lì, in attesa, nella loro ipocrita disponibilità. Mi restano dei brontolìi di tristezza, non più sentimenti ma risentimenti. E qualche presentimento. Poco o niente mi interessa, solo sentire un po’ di musica, leggere qualche vecchio libro, passeggiare nella campagna di Monte Sacro. Roma mi respinge. Dappertutto una diffusa volgarità, facce che invecchiano senza grandi vizi, per una accettazione abitudinaria alla vecchiaia, come deve essere in un campo di concentramento. Viaggiare? Comincio a sentirne il fastidio: non cambierei d’umore cambiando luogo. I musei, le bellezze artistiche… Allora i buoni alberghi, le trattorie famose! Oh, il guaio dell’albergo, dove bisogna disfare la valigia, e ci si ritrova in un letto sconosciuto con i frivoli giornali e le riviste che abbiamo preso per viltà, per non restare soli. E le trattorie. Tutto bello, piacevole, all’inizio. A metà del pranzo l’incanto è sfumato, non resta che finire presto e andarsene. Ma dove, se tutto congiura contro di te? Dove andare? È la fine, sono già maturo per finirla con questa vita che è stata un seguito di sbagli, di esaurimenti nervosi, di guai. Finirla. Ma non ne sarò capace, lascerò fare al tempo, aspetterò la vecchiaia, il gran catarro, le cacarelle, i colpi. Diventerò avaro, sospettoso, indeciso, cattivo e sempre più annoiato. Odierò i giovani, il chiasso, la luce. Ma Roma, soprattutto, questa città che non mi riguarda assolutamente, che non riuscirò mai a capire, perché non mi piace. Non è una città, un bivacco sulle rovine, aspettando tempi migliori, che non vengono mai. 
(Ennio Flaiano — Diario degli errori. Ed.: Adelphi)

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