Cosa dico quando (non) parlo: o anche “La mia seduta di analisi”

Quando varco la soglia dell’antico stabile in cui si trova l’appartamento della mia analista, in piena Piazza Garibaldi, il portiere del palazzo mi saluta sempre con tanta accortezza e gentilezza. Mi sorride, mi dà della signorina, sembra sempre voglia parlarmi ma io arrivo con soli cinque minuti di anticipo dalla mia seduta (come le regole della psicoterapia richiedono) e non ho mai abbastanza tempo per fermarmi. Lo capisco proprio che ha voglia di rivolgermi la parola perché, le rare volte mi capita di chiedergli di cambiarmi delle monete dal taglio più grosso in altre da cinque centesimi utili per l’ascensore (che al quarto piano con gradini da quasi trenta centimetri l’uno mi viene un colpo apoplettico) ecco, in quei momenti, qualche domanda riesce a farmela: “va dalla dottoressa?” “E’ brava vero, la dottoressa?” “Anche il marito è una persona squisita”. Solo in questo modo ho scoperto, ad esempio, che le mie supposizioni fossero fondate: che si fosse sposata nell’anno in cui ero stata assente dalla sua stanza e che effettivamente l’altro nome sul citofono non fosse di un collega ma del marito.

La mia analista è giovane, ma non giovanissima. Ha dei colori molto mediterranei ma una fisicità sottile e minuta, sebbene non sia affatto bassa. E’ sempre vestita di colori tenui, di abiti leggeri, mi sembra di ricordare anche in inverno, svolazzanti, che raramente si appoggiano al corpo. Mi dà sempre del lei ed è sempre formale nei miei confronti e quella volta che le ho detto che sarebbe stata l’ultima (la prima delle successive tante) a fine seduta, prima di darmi la mano, mi ha chiesto addirittura il permesso di abbracciarmi e al mio pianto si è scatenato il suo. “Scatenarsi” non è il termine giusto, perché piangeva sì, ma in modo composto come solo lei immagino possa fare.

Io la associo ad una madre di altri tempi, il cui rapporto è fondato su regole impresse nella nostra mente ma non scritte, una presenza gentile e allo stesso tempo priva di fisicità attraverso cui estrinsecarla. Le ho attribuito una funzione regolatrice nella mia vita.

Quella sostenuta oggi è stata la mia ultima seduta prima delle vacanze estive, seduta in cui di solito la mia dottoressa ed io facciamo il consuntivo dell’anno appena trascorso.

Suono al campanello dell’appartamento, mi dà la mano, ci sorridiamo, varco la soglia di quella stanza e mi distendo sul divano mentre lei si posiziona dietro di me.

Oggi ho raccontato alla mia dottoressa della seduta psichiatrica della scorsa settimana, del fatto che il dottore mi avesse aumentato il dosaggio del farmaco (che avesse intenzione di farlo dopo aver fatto delle analisi specifiche rivelatesi costosissime) e che mi ero fatta tutta la chiacchierata con lui in lacrime. Ho raccontato alla dottoressa che lo psichiatra mi ha detto che non sono solo gli uomini che frequento un mezzo per me, ma pare che anche io stessa mi tratti come un mezzo. E adesso non ricordo neanche cosa volesse dirmi. Le ho detto che avevo posto al dottore la stessa domanda che avevo posto a lei qualche seduta prima: il rapporto disfunzionale con mio padre ha inciso sulle mie relazioni disfunzionali?. Ho aggiunto anche che era la prima volta che pronunciavo quella domanda ad alta voce perché sentirei di rivelarmi maledettamente clichè ma il dottore è immediatamente intervenuto a ricordarmi che se anche mi sforzassi sarei tutt’altro che cliché (e questa cosina qua mi era stata detta anche da un uomo di cui parlerò qualche post più avanti).

L’ultima cosa che le ho riportato della seduta psichiatrica è che il dottore mi avrebbe fatto una diagnosi con relativa esenzione per poter effettuare quelle analisi costosissime di cui ho parlato su.

Mi sono focalizzata allora con lei sulla questione della diagnosi. Non l’avevo mai fatto prima, non avevo mai pensato di poter avere un disturbo reale, per me è sempre stato tutto riconducibile a mood down e mood up. Sono sempre stata consapevole della fase in cui mi trovassi e a differenza degli anni scorsi avevo anche imparato a gestirle quelle fasi, sebbene questo non mi evitasse di vivermele comunque male. Avevo imparato ad esempio che tutto poteva variare da un giorno all’altro o addirittura nella stessa giornata. Avevo appreso l’esistenza dei ritmi circadiani e che di sera sarebbe andata meglio e che l’estate è un periodo sempre difficile.

Ho raccontato alla dottoressa il terrore e lo sconforto della possibilità di realizzare che tutto questo sia altro da me, che non posso controllarlo, che non ne sarò mai completamente immune, che negli anni potrebbe peggiorare e che tutto quanto agisca, inevitabilmente, sul modo in cui costruisco e vivo le relazioni.

Ho concluso la seduta condividendo con lei uno scorcio della mia infanzia che mi era venuto in mente in questi giorni in cui continuo a dormire molto poco. Mi sono ricordata di quando avevo tra gli otto e i dieci anni, forse tra i sette e gli undici, insomma, e avevo difficoltà ad addormentarmi. Ogni volta mettermi a letto mi generava un’angoscia indescrivibile. L’idea che fossi l’unica sveglia in un mondo che dormisse mi provocava un’ansia talmente forte da spingermi a dirigermi verso la camera dei miei genitori, arrivando sull’uscio della porta, in silenzio, terrorizzata dal fatto che potessero arrabbiarsi. Da bambina ero riservata, silente, mai capricciosa, eppure era reale la paura che i miei interpretassero quelle difficoltà come dei capricci. Puntualmente allora succedeva che si arrabbiassero davvero, mia madre detestava essere svegliata durante la notte, mi rimproverassero come se scegliessi io di non dormire, poi finiva che mia madre mi raggiungesse nel mio lettino ed aspettava che mi addormentassi oppure mi cedeva il suo posto nel lettone ed io mi sentivo meno sola. Perché, in fondo, mi ci sono sempre sentita sola.

Conclusa la seduta, la dottoressa ed io ci siamo augurate una buona estate, ci siamo sorrise, ci siamo date una stretta di mano e dopo essere passata in bagno a guardarmi allo specchio in cui, puntualmente, mi ritrovo il trucco scomposto, ho lasciato quell’appartamento.

Sex and the Hinterland

Written by

Iris, 26. My disastrous relationships made in Naples.