Dario

Dario era un mio amico su facebook. Non avevo idea di chi fosse neanche quando illo tempore accettai la sua request per via dei molti mutual friends, di quelli che considero stimabili tra l’altro, ma non mi era mai sembrato di averlo conosciuto o intravisto in quelle occasioni sociali in cui avremmo potuto vederci. Dario mi dispensava likes a raffica, nessuna fotografia restava impunita, non so quanto tattici, a volte sembrava andare di default senza alcun criterio (neanche) estetico. Ogni tanto avevo l’impressione facesse delle vere e proprie ispezioni punitive sul mio profilo, ripescava foto postate mesi o quasi anni addietro, con assoluta nonchalance.

Un giorno mi decido (dopo essermelo studiato un po’ e averlo trovato simpatico, carino e padre) a mandargli un messaggio privato in cui gli chiedo più coordinate sulla sua persona e in cui lo ringrazio per il gradimento verso di me mostrato.

Mi risponde inizialmente con aria circospetta (me lo sono immaginato così), molto sulle sue, nel vano tentativo di mantere un profilo saldo senza alcuna possibilità di lasciarsi traviare. Stavo davvero tentando di traviarlo?

Mi dice che è padre e che i suoi likes alle mie foto fanno parte dei suoi soliti giri sulle praterie del bello (giuro che ha utilizzato esattamente questa espressione). Mi interdice, non fa riferimento a compagna alcuna, vive nel nord della nostra penisola e penso (voglio intensamente pensare, in realtà) che abbia sì un figlio, ma non per forza una moglie/compagna.

Poco dopo mi chiede di passare su whatsapp e allora gli scrivo. Dopo qualche battuta in cui continuava a rispondere sempre con aria sostenuta gli scappa la domanda fatidica: “parliamo da mezz’ora, quando scopiamo?”. Non so cosa rispondergli, in realtà ci stavo velatamente provando ma non mi ci stavo neanche impegnando.

Dario ed io iniziamo allora a chiacchierare quasi tutti i giorni. Ci scambiamo selfie che destano la reciproca approvazione, io non mi vergognavo a dirgli che sì, in condizioni più comode probabilmente ci si saremmo già fatti, lui tentava invece palesemente di prendere tempo e di fare lo splendido: ragazzina-io-sono-un-uomo-con-cervello-mica-alla-prima-biondina-mi-si-alza-il-cazzo. Non era di certo questo a cui ambivo.

Dario ha quarant’anni e lavora nella comunicazione di una fondazione istituzionale. Ha dei tatuaggi che lo rimandano al background musicale e al lavoro creativo, ma allo stesso tempo l’aspetto un po’ hipsterino professionale che lo radicano nella città hipsterina per antonomasia a nord dello stivale. Ha una compagna, evanescente, più adulta di lui di qualche anno, ma lui ha sempre tenuto a presentarsi ai miei occhi come padre, mica come compagno di una compagna. Dai suoi racconti sono in terapia di coppia distaccata, non fanno sesso da due anni.

Dopo un po’ di selfie il piano di comunicazione è diventato più profondo. Mi racconta che soffre di depressione genetica (ie madre e sorella con medesimo problema). Che fa terapia e che assume antidepressivi. Questa storia non mi ha preoccupato affatto, anzi, il fatto che conosca un certo tipo di sofferenza e il fatto che sia capace di fare introspezione sarebbe stato utile ai fini del nostro rapporto (di qualsiasi tipo esso sia).

Iniziamo a mandarci messaggi vocali prima e a telefonarci poi. Non mi aspettavo questa effettiva evoluzione. Dario inizia ad essere anche molto esplicito nelle dimostrazioni fisiche: mi chiede continuamente video e foto in cui sono nuda o in cui simulo un atto di autoerotismo. In realtà a me queste richieste creano un calo della libido fortissimo, soprattutto se a farmele è un quasi sconosciuto.

Pare non veda l’ora di mandarmi foto del suo pene e sebbene io le trovi assolutamente prive di appeal gli dico che sì, può inviarmele, anche per vincere questo limite (lo è? Non sono abbastanza disinibita se trovo le foto dei peni e delle vagine piuttosto inutili?).

Quando per la prima volta me ne invia una, io sono in giro a far festa con delle amiche. La guardo di sfuggita, gli rispondo che grazie, molto carina.

L’indomani mi fa una partaccia perché non ho commentato la sua foto a dovere, non gli ho dimostrato gradimento e si è sentito a disagio. Gli dico che senti, non è che sono abituata a ricevere foto di cazzi e a scriverne epitalli, abbi pazienza, migliorerò le prossime volte.

Dopo un po’ di sexting spinto, finisce che acconsento a mandargli mie fotografie in cui sono nuda. Le mie foto, come succede sempre e come è sempre successo, non sono mai abbastanza “porche”, mai abbastanza esplicite, ricevo indicazioni su come posizionare gambe e mani, che apertura avere, quanto culo mostrare, che espressione simulare.

Devo dire che, alla fine, dopo aver frequentato vari uomini ad una conclusione sono arrivata: non importa quanto tu sia intelligente, quanto tu sia colta, quanto tu sia interessante e quanto siano loro intelligenti, colti e interessanti ma a un certo punto dell’annusamento iniziale il lui di turno diventa monotematico. Richieste continue di fotografie, e non bastano neanche più quelle degli outfit che a meno che non si abbia la cabina armadio di Carrie Bradshaw le combinazioni finiscono per ripetersi, ma sono necessarie quelle in cui si è più nude possibili, e alla fine neanche solo nude, ma nude e porche.

Avendo visto l’andazzo ho iniziato a rallentare perché sinceramente satura quando, come un’illuminazione sulla via di Damasco, Dario (analogamente a molti altri) mi espone un monito: se non mi concedo abbastanza non devo meravigliarmi che lui si raffreddi. Nel frattempo, con tutta l’interdizione a mia disposizione, mi domandavo in nome di quale rapporto avrei dovuto sentirmi costretta a mandare foto in cui mi ficcavo delle dita nella vagina senza che lo volessi per dimostrarmi disponibile e assolutamente priva di remore. L’interdizione proseguiva. Continuavo a domandarmi se avessi davvero dovuto sentirmi frigida o poco disponibile o troppo pudica se non sentissi come “sexy” o “arrapante” farmi e condividere scatti di quel tipo.

Tra miriadi di messaggi vocali ci chiariamo, perché, in fondo, Dario si è sempre dimostrato aperto all’ascolto ma, puntualmente, si ricascava ciclicamente nelle incomprensioni, allora ancora miriadi di messaggi vocali, chiarimenti, comunicazioni di essere a cazzo dritto per me e ritornavamo a scambiarci i nostri canonici messaggini.

Un giorno all’improvviso Dario si decide, mi comunica che avrebbe avuto i week-end estivi liberi da impegni perché moglie e figlio sarebbero espatriati nella casa lacustre e che avremmo finalmente potuto suggellare il tanto agognato atto sessuale.

Dario sceglie l’hotel, ma chiede a me di prenotarlo. Dario mi indica le date, ma tocca a me pagarmi i biglietti. Non essendo quasi abituata a tali slanci di gentilezza cerco di palesargli le mie titubanze, lui mi rassicura che avremmo smezzato tutto. Ah beh, sembrava morissi così tanto dalla voglia di scopare un padre di famiglia con compagna al seguito da farmi cinque ore di treno e spendere trecento euro tra hotel e viaggio. Deve aver pensato che fossi a tal punto disperata, vai a capire.

Dopo aver effettuato quella prenotazione il rapporto, quasi terrorizzato dal doversi concretizzare, inizia ad incrinarsi, come se lo stessimo inconsciamente sabotando. Discutiamo, non ci capiamo, ci infastidiamo, penso sempre più spesso quantomistasulcazzoquestomadonna.

Un magico giorno, dopo la sua seduta dal terapeuta, tiene a comunicarmi che in realtà lui non sa cosa cerca ma sa perfettamente cosa non cerca: non cerca una donna, non cerca l’amore e non ha intenzione che “questa cosa” tra me e lui incida sul suo, di rapporto. In realtà io l’ho sempre saputo ma devo ammettere che quelle affermazioni così dure, come se le stesse effettivamente rivolgendo ad un oggetto inanimato e non ad una persona mi hanno ferito molto. Continua dicendomi che io sono parte di questo percorso di ricostruzione della sua sessualità/di uomo, sostituito negli ultimi due anni dalla sola identità paterna, e che io gli servivo per accarezzargli l’ego, ero la luccicanza, lo shining, il brio (testuali parole in un ordine più o meno analogo).

Prima lo ringrazio per la sincerità (con tanti vaffanculo corredati ma mai esplicitati) poi disdico immediatamente la prenotazione dell’hotel e glielo comunico. Lui si dice dispiaciuto, ma doveva (attenzione amici, “doveva”) essere sincero.

Dopo questo episodio, dopo aver investito, in maniera un po’ stupidina okay, emotivamente in questa pazzia (eh sì, sono un’emotiva scema), iniziamo a sentirci molto meno, venendo meno poi lo stimolo, da ambo le parti, del desiderio di realizzazione.

Dario ed io abbiamo poi smesso di sentirci, ma è ritornato a dispensare likes alle mie fotografie come agli inizi.