
LARIEN
—Vattene.
— Perché?
— Perché non ti voglio qui.
L’uomo si alzò dalla poltrona e andò verso la porta. La aprì e prima di uscire chiese piano — Perché?
La donna non si girò. I lunghi capelli neri si scossero suggerendo l’alzata di spalle più che mostrarla.
L’uomo esitò, ma poi uscì, chiudendo la porta dietro di sé.
Larien sapeva di averlo trattato male, ma non le importava affatto. Ora la sua attenzione andava alla notizia che le era stata portata: suo figlio e Il padre di lui erano in quella città. Dopo averli tanto cercati, eccoli.
Infranse la sua immobilità e andò alla finestra. Al suo sguardo le ceneri del camino vuoto lasciarono il posto al grigio sporco di una mattina livida, fuori dalla finestra di quell’hotel esclusivo.
I cambiamenti della sua vita non erano tali da esaltarla. Vestiva di cashmire e abitava in luoghi lussuosi, ma in fondo non le importava affatto. Il grigio era ancora il suo colore. L’unica differenza era che ora voleva vedere suo figlio. Ora che sapeva dov’era. La domanda se Joseph l’aveva voluto nascondere da lei non l’angosciava più di tanto. Pensava di no, in fondo. Non poteva essere cambiato tanto. Andò allo specchio incorniciato di legno dorato e osservò freddamente la pelle ambrata e i lunghi occhi scuri. Il ventre piatto non faceva pensare che potesse mai aver partorito. Sì, quel figlio era l’unico elemento fuori schema della sua vita.
La casa era normale. Di una normalità che lei non aveva mai conosciuto. Il suo percorso dalle stalle alle stelle non aveva previsto le mezze misure. E le stalle quanto le stelle le erano ugualmente indifferenti. Forse era il suo distacco a sedurre il mondo intorno a lei. La mancanza di passione e la capacità uguale e contraria di fingerla avevano guidato le sue mosse. Dunque ora la completa anonimità di quella costruzione a due piani, malmessa, colorata e in preda al disordine, risultava indecifrabile ai suoi occhi. Non aveva mai vissuto l’ordinaria quotidianità suggerita dall’auto nel vialetto, con un faro rotto, dall’altalena gialla che il vento muoveva e dai giocattoli ammucchiati ai lati del portoncino d’ingresso.
Non capiva perché rimaneva dall’altra parte della strada a guardare. La mente le diceva di attraversare e di suonare il campanello, ma il corpo era ancorato lì, accanto al tronco di un albero, le cui foglie sussurranti la prendevano in giro. Nemmeno questo pensiero era da lei.
Poi la porta si aprì e lo vide. Il bambino corse fuori ridendo, con un guantone più grande di lui.
— Dai papà, vieni! Eddaii!
Gridava, saltava, batteva sul cuoio nuovo. Aveva pantaloni corti di felpa, nonostante il freddo, e una maglia larga, rossa. I capelli liscissimi e neri, che gli cadevano sugli occhi. I suoi occhi. Suo figlio aveva i suoi occhi.
Sentì come se il viso si deformasse, la bocca aperta, come se la pelle delle labbra dovesse spaccarsi e gli occhi spalancati, la fronte incisa da mille pieghe. Sentì le ginocchia che si piegavano e il ventre dolere come se fosse stato colpito da un calcio.
Nulla di tutto questo era vero. Dall’esterno qualcuno avrebbe potuto percepire un lieve turbamento, come lo stupore per una folata inaspettata o una foglia sul viso. Quel che a lei parve una deflagrazione fu una bolla di chewing gum scoppiata all’angolo della bocca di un monello.
Suo figlio ebbe per lei la potenza di un terremoto. E allo stesso modo la terrorizzò. Ancor di più agì la somiglianza, a suggerire che qualcuno avesse rubato un pezzo di lei a sua insaputa, per dargli vita propria e indipendente. Si sentì espropriata, mutilata, tronca.
Non aveva provato molto partorendolo. Un ingombro da incubo che le aveva deformato il corpo troppo a lungo. Una malattia da cui era guarita bene. Non aveva voluto vederlo, ovviamente, ed era tornata se stessa.
Ma ora, da quello, come avrebbe mai più potuto tornare se stessa?
Poi uscì lui. L’uomo raggiunse il bambino nel cortile brandendo una mazza e una palla. Quando si voltò per prendere posizione la vide. Non rimase a guardarla, si girò verso il figlio, ma non giocò. Sembrava un monumento al baseball in carne e ossa. Il bambino gridava.
— Papà dai tira! Tira!
Il tempo che l’immagine di lei raggiungesse dalla retina il cervello, e lui riprese una postura normale. Con le braccia abbandonate lungo i fianchi.
Lento la cercò, e di lei si vedevano solo i capelli che volavano in lunghe strisce da dietro all’albero.
Disse al bambino di entrare in casa, ignorando le sue proteste deluse.
Quando la porta si fu chiusa attraversò la strada e la raggiunse. La schiena era scivolata lungo il tronco e lei era a terra con la fronte sulle ginocchia, abbracciate strettamente. Solo i capelli avevano la vita del vento.
Le spalle erano scosse dai singhiozzi. Era spezzata.
Per un po’ lui non seppe cosa fare. Lei non sapeva nemmeno che era lì. E i singhiozzi non accennavano a smettere. Lui pensò persino di essersi sbagliato. Non l’aveva mai vista nemmeno turbata. Alla fine si costrinse a toccarla, a sollevarla.
Lei reagì come qualcuno che venga picchiato e poi si decise ad alzare lo sguardo. Non sembrava neanche riconoscerlo. Lui si guardò intorno come cercando un aiuto di qualche tipo. Ma non c’era nessuno. La Jaguar in fondo alla strada era l’unica che non fosse del vicinato, quindi doveva essere la sua. Ma come fare?
Poteva solo portarla in casa. Forse chiamare un’ambulanza. Magari se la fossero portata via! Forse era un’idea.
Non riusciva a stare dritta. Dovette prenderla in braccio, lei, il suo cappotto di vigogna e i suoi singhiozzi. Varcò la soglia e la depositò sul divano.
—Perché piangi?
Il bambino la guardò un poco e poi si avvicinò e le scostò i capelli dal viso.
— Sei bella. Disse. Poi se ne tornò a giocare.
La donna batté le palpebre e altre lacrime scesero, mentre il mondo intorno continuava a tremare, all’esterno del suo nucleo liquefatto.
Mise i piedi a terra e guardò suo figlio che mimava scontri fra le macchinine.
— Ciao. Disse l’uomo, sentendosi sciocco.
Gli occhi di lei lo misero a fuoco con una specie di stupore attonito. Poi entrambi contemplarono il gioco in silenzio, pensando che in fondo non c’era molto altro da aggiungere.
