Il finale di Glee

Che rimette a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Lo scorso weekend ho deciso di trascorrere giornate in intimità con la persona che mi dà maggiori soddisfazioni in questo periodo: il divano. Ho quindi approfittato per portare a termine la visione di Glee. E l’ho fatto con piacere, cosa che non avrei mai pensato prima di iniziare a guardare controvoglia questa sesta e conclusiva stagione. Quanto mi appreso a scrivere, ovviamente contiene spoiler.

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Glee era iniziato nel 2009 con un episodio trasmesso in anteprima (e con molto hype) su Fox il 19 maggio che si concludeva con questa iconica performance di Don’t Stop Believing. Io, ovviamente impazzito come le ragazzine di fronte alle foto in mutande di Justin Bieber, urlavo ossessivamente “CAPOLAVORO”.

Anche la prima delle due puntate del series finale, la 6x12 (intitolata 2009) si conclude con questa stessa performance, chiudendo idealmente il cerchio cominciato sei anni prima. L’episodio, infatti, ripercorre i giorni in cui il Glee Club viene riportato in vita da Will Schuester, focalizzandosi (al contrario della 1x01) sulle storie dei protagonisti. Ed era anche l’unico modo possibile e sensato per riproporre Finn (Cory Monteith, scomparso nel 2013) in una performance musicale.

2009 è l’episodio che celebra il passato, rende omaggio al gruppo di ragazzi che abbiamo imparato a conoscere e che, bene o male, ci ha accompagnato per sei (in alcuni momenti interminabili) stagioni. Rivederli nei momenti in cui tutto è cominciato, a distanza di così tanto tempo, ci ha permesso di apprezzare i cambiamenti e la crescita dei protagonisti che nemmeno lo sforzo di truccatori e parrucchieri è riuscito a celare. La presenza di Finn si avverte quasi in ogni scena, anche se non si vede (fino all’esibizione finale, quella con il filmato d’archivio).

Il finale vero e proprio, dicevamo. La 6x13, intitolata Dreams Come True, è una puntata coraggiosa. Coraggiosa innanzitutto perché gli sceneggiatori decidono di risparmiarci l’ennesima competizione del Glee Club ai campionati nazionali e di passare direttamente a quel che succede oltre. Anzi molto oltre, perché ci spingiamo nel futuro. Scopriamo infatti che cosa ne sarà dei ragazzi “da grandi”. Senza abbandonare il geniale nonsense che ha caratterizzato tutta questa sesta stagione: Will Schuester diventa preside del Liceo, Sam prende le redini delle New Directions, Mercedes diventa opening act del tour di Beyoncé, Kurt e Blaine non ho capito bene cosa fanno a New York e perché fanno irruzione in un asilo, Rachel ovviamente star di Broadway e vincitrice di Tony Awards. Sue diventa invece Vice Presidente degli Stati Uniti e fa un bellissimo discorso conclusivo, in cui spiega il significato del Glee Club (e di tutta la serie).

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In una sola parola, anzi sigla: WTF.

Una sigla che è ben in grado di sintetizzare tutta la sesta stagione e che rappresenta, dal mio punto di vista, il motivo principale per cui vale la pena essere arrivati fin qui. Glee è tornato ad essere brillante, eccessivo, inaspettato. Quasi nulla di quello che abbiamo visto in questo 2015 ha avuto senso, ma almeno ci ha fatto sorridere, emozionare, ridere di gusto, cantare, cadere la mascella. In soli 13 episodi (grazie a Ryan Murphy che ha ripreso in mano la scrittura degli episodi) Glee è tornato ai fasti del 2009 (e non solo grazie al titolo della 6x12).

Due higlight che porterò nel cuore di questo finale. Il primo è la performance di Rachel che dà l’addio alla McKinley cantando il brano scritto da Darren Criss (Blaine) This Time.

Il secondo è, ovviamente, il congedo finale. Tutti (o quasi) i protagonisti di questi sei anni sul palco insieme a cantare I Lived dei One Republic.

Quindi grazie, Glee. Grazie per essere stato coraggioso, noioso, monotono, spettacolare, senza senso, pazzesco, commovente e aver parlato di tutti noi. Perché, come ci ricorda Sue Sylvester:

It takes a lot of bravery to look around and see the world not as it is, but as it should be.
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