Quanto tempo ci vuole per avviare una Portineria di quartiere?

Tra guerrilla marketing di quartiere e acrobazie burocratiche, continua la scommessa di Sèm chì

Un mese fa c’eravamo lasciati con l’obiettivo di non farsi scoraggiare dalla burocrazia e con l’importanza di condividere con la comunità il senso del progetto: le finalità, le azioni possibili, i risultati attesi e magari anche degli indicatori plausibili di impatto sociale e sostenibilità economica. Come stanno andando le cose per Sèm chì?

“Nell’incertezza ci concentriamo sulla comunicazione e il coinvolgimento”, commentano Chiara, Eloisa e Fiorenza, le ragazze che stanno portando avanti il progetto di portineria di quartiere a Monza, non senza alcune difficoltà.

Due delle portinaie a Base Milano intervistate da Radio Raheem

Il problema principale sembra essere dato dalla non coincidenza dei tempi: quelli brevi e stringenti del progetto (finanziato con un bando regionale) e quelli necessariamente più lunghi della validazione del modello, dell’ingaggio della comunità, della costruzione e ri-costruzione dei legami fiduciari. “Da una parte l’immediatezza con cui le persone aderiscono ci trasmette ottimismo. Dall’altra siamo ben consapevoli che per costruire fiducia ci vuole molto tempo”. La fiducia, d’altra parte, nasce dall’esperienza: non è sufficiente che poggi su solide basi, come l’appartenenza alla stessa città o la conoscenza reciproca, perché la fiducia si guadagna con l’esempio pratico, con un comportamento reiterato nel tempo. Di questo le portinaie erano consapevoli sin dall’inizio, quando hanno scelto emblematicamente il nome “Sèm chì”: siamo qui, tutti i giorni, puoi contare su di noi, sulla nostra presenza.

La strategia di comunicazione continua quindi su questa scia: si gira (e si condivide sui social) per i mercati di zona, per le piccole attività commerciali, per le scuole. Si partecipa alle consulte di quartiere, agli eventi pubblici della città: esserci, farsi conoscere da tutti, perché può portare vantaggi per tutti, il successo di Sèm chì. E le reazioni degli abitanti sono incredibili: basta pronunciare l’espressione “portineria di quartiere” per destare interesse, ricevere attenzione, strappare sorrisi (selfie e co-branding inclusi).


Chi si rivolge alla portineria? E perché?

“Tanto ascolto e anche parecchio attivo”: è la sintesi di questi primi mesi di Sèm chì. La portineria serve perché il telefono squilla ogni giorno, le richieste sono diverse (alcune pure assurde, come da copione), e in molti casi confermano le intuizioni teoriche di studiosi e ricercatori sociali. Chi sono le persone che chiamano? “C’è un po’ di tutto: semplici curiosi, aspiranti portinai di altre città (da Catania a Vercelli passando per Roma), persone che vorrebbero trovare un modo semplice per offrire le proprie competenze professionali”. Ma la maggior parte delle richieste si muovono nell’ambito dei servizi alla persona: si tratta di persone che non vogliono affidarsi al pubblico per ricevere prestazioni, perché hanno bisogno di un’assistenza su misura, flessibile e allo stesso tempo di fiducia. E l’informalità del servizio portineria permette loro di esprimere in maniera articolata tutte le esigenze del caso, quei micro-aspetti problematici che difficilmente sono ascoltati e contemplati dal sistema di welfare tradizionale.

La fine (del progetto) sarà il nostro inizio?

Giugno si avvicina e l’ottimismo della volontà è inevitabilmente accompagnato dal pessimismo della ragione. Sèm chì non ha una personalità giuridica, e questo elemento sembra ostacolare lo sviluppo della parte notoriamente ostica nei processi di innovazione sociale: la formalizzazione degli scambi di valore, laddove non esiste già una contrattualistica applicata. D’altra parte, sappiamo bene quanto controverso sia il rapporto tra economia collaborativa in senso lato e regolamentazione, tra la necessità di trasparenza, garanzia delle parti, tutela della concorrenza e l’opportunità di incentivare un’innovazione radicale nel modo di scambiare valore, con un enorme potenziale trasformativo, in chiave mutualistica, delle relazioni.

Le portinaie non sono rimaste quindi con le mani in mano, ma hanno deciso di investire (letteralmente, una parte del budget a loro disposizione) per approfondire la materia con un avvocato esperto e trovare soluzioni. Non appena sarà messa a punto (e ci siamo quasi), la contrattualistica costituirà uno degli asset principali da mettere sul piatto per i potenziali acquirenti e/o finanziatori, insieme al modello di business, al database contatti (punta dell’iceberg “capitale relazionale”…), all’immagine coordinata, all’identità costruita e ormai riconosciuta da tutti in questi mesi di sperimentazione.

Nel frattempo Chiara, Eloisa e Fiorenza lavorano a un “evento di comunità” da realizzare negli spazi antistanti alla portineria, nella cui organizzazione coinvolgeranno altri attori e realtà attive sul territorio, e, parallelamente, studiano il terzo pivot per la validazione del modello. L’ultima proposta “commerciale” di Sèm chì sarà pubblicata entro la prima metà di maggio e costituirà la prova conclusiva della sperimentazione: da qui a fine giugno saranno raccolti gli elementi mancanti per giungere ad una valutazione finale sulle strade da percorrere (o da evitare). Ma, soprattutto, una valutazione sulle persone, sulle organizzazioni profit e non profit interessate, sugli enti pubblici con cui, se ci saranno le condizioni, continuare il cammino.

Elena Taverna | Impact Hub Trentino | Silva26