Una portineria di quartiere, una startup: a Monza è nata “Semchì”

Tutti ne parlano, tutti la vogliono: la portineria di quartiere, esperimento di economia collaborativa che dalla Francia di Lulù dans ma rue si è diffuso anche in Italia, sembra già entrata nel ventaglio delle buone pratiche di resilienza urbana. Da un lato una risposta concreta ai tanti, piccoli o grandi, problemi pratici del quotidiano; dall’altro una modalità relazionale inedita e antica allo stesso tempo, basata sulla fiducia, l’apertura, la vicinanza: un antidoto alla paura, l’alienazione, l’isolamento. La condivisione del servizio, estesa da un solo condominio ad un intero quartiere e facilitata dalle tecnologie digitali, viene letta come la chiave di volta per conciliare risparmio economico e utilità sociale.

Posta la bontà della proposta, una portineria di quartiere può essere un’attività economicamente sostenibile? Come deve essere articolata l’offerta di servizi per intercettare la domanda? Si tratta effettivamente di un nuovo mercato che può generare occupazione e altre forme di reddito? O è piuttosto un modello destinato a essere sovvenzionato e/o necessariamente legato ad altre attività più remunerative?

E’ con questi interrogativi che parte il nostro progetto di portineria di quartiere a Monza. Non avendo trovato risposta nelle pratiche attualmente diffuse in Italia, il nostro progetto vuole testare, a partire dalla validazione dell’idea e senza modelli prestabiliti, la sostenibilità economica del servizio. Cinque mesi, a partire da febbraio 2018, per capire se e in che modo una portineria di quartiere può essere non solo sostenibile, ma anche replicabile in altri contesti. Cinque mesi in cui racconteremo, passo dopo passo, successi e fallimenti di questo percorso, per condividerlo non solo con gli abitanti di Monza, ma con tutte le persone interessate a questo nuovo modo di essere comunità.

Non saremo noi a gestire la portineria: il ruolo di Silva 26 sarà piuttosto quello di mettere a disposizione non solo lo spazio fisico (situato all’interno del Centro Civico San Giuseppe San Carlo, dove ha sede anche il nostro coworking), ma anche il suo capitale di conoscenze, strumenti e competenze in ambito imprenditoriale — con il supporto di Impact Hub Trentino e dei suoi partner sul territorio.

Primo step: trovare le persone giuste, pronte a sperimentare

Abbiamo lanciato una call volutamente misteriosa, veicolando un semplice messaggio: Ti piacerebbe avviare e gestire una portineria di quartiere a Monza? La risposta è stata incredibile: in pochissimi giorni, grazie soprattutto a Facebook, la notizia dell’avviso si è diffusa rapidamente e il numero di candidature è stato decisamente superiore alle aspettative. Ne abbiamo selezionate tre: Eloisa, Chiara, Fiorenza. Tre donne, tutte in cerca di lavoro, tutte con una grande voglia di mettersi in gioco, in qualcosa che unisse creatività, opportunità, innovazione sociale… Un’intuizione comune del senso del progetto, ma tre bagagli di esperienze, vissuti, relazioni, profondamente diversi.

Secondo step: si parte con la validazione

Semchì, che in dialetto lombardo significa “siamo qui”: è questo il nome che le tre ragazze hanno dato alla portineria. Dopo le prime due giornate di formazione le nostre portinaie hanno già predisposto un questionario, da distribuire sia attraverso il web che porta a porta, per raccogliere informazioni utili a costruire il primo pivot di offerta. 
Nel frattempo si lavora alla grafica, alle strategie di comunicazione e ingaggio online e offline, agli strumenti più adatti ed efficaci da mettere in campo.

…E si vola alto con la fantasia, perché immaginare servizi per il proprio quartiere genera entusiasmo creativo, tira fuori competenze e idee inattese. Si vola alto, tenendo però i piedi saldi a terra su un business plan condiviso da costruire, procedendo per tentativi ed errori, analizzando dati e risultati, non dando nulla per scontato: attraverso l’ascolto attivo e il dialogo, con il quartiere e con chi vorrà essere parte di questo piccolo-grande progetto di apprendimento sociale.

Elena Taverna