Le conseguenze della grafica: un meme vi seppellirà

Le conseguenze della grafica, catalogo

Domenica 4 dicembre, Michele Galluzzo presenterà i risultati del Laboratorio di sintesi del corso di graphic design della CFP Bauer tenuto insieme al sottoscritto. Intitolato “Le conseguenze della grafica” sulla scorta del film di Paolo Sorrentino, il laboratorio è stata un’occasione per esaminare l’impatto della comunicazione visiva in un contesto caratterizzato da un’evidente fusione tra cultura alta e cultura bassa, tra produzione e consumo di immagini, tra ricezione e critica, tra professionalismo e amatorialità.

Posso rintracciare l’idea di sviluppare tali tematiche in una discussione avvenuta su Facebook alcuni mesi fa. Oggetto della discussione era un’analisi comparativa delle strategie di comunicazione di Hillary Clinton e Bernie Sanders. Io approvavo senza remore la tesi dell’autrice secondo cui il sistema di comunicazione di Sanders, meno rigido e decisamente più incasinato (dal suo punto di vista più “autentico”) dell’impeccabile immagine coordinata sviluppata da Michael Bierut/Pentagram per la Clinton risultasse paradossalmente più forte, poiché in grado di accogliere spinte differenti e addirittura contraddittorie, dunque in ultima analisi più “vere”.

Il laissez-faire di Sanders.
Il rigor mortis della Clinton.

Alla luce dei risultati delle elezioni, devo ammettere di essermi sbagliato. Non certo perché il sistema Clinton si sia rivelato più efficace, bensì perché la mia posizione non è stata sufficientemente estremista. La “meme machine” ha svolto un ruolo cruciale nell’ascesa di Donald Trump. I meme forgiati su 4chan e 8chan, poi “andati a morire” su reddit, ripresi dunque dagli account ufficiali del candidato, sono stati ricondivisi su scala globale e discussi sulle maggiori testate giornalistiche sotto l’etichetta dell’Alt-Right. L’amatorialità radicale dei sostenitori di Trump mescola riferimenti cinematografici, appropriazioni di comics, simboli del Terzo Reich. Il tutto utilizzando a volte software liberi come Gimp.

Imparare facendo

La pseudo-corporazione del progetto grafico, specialmente in italia, è assolutamente cieca nei confronti di questi sviluppi. Al contrario, i progettisti si lamentano del cugino che gli ruba il lavoro e propongono insistentemente di “educare il pubblico”. Io credo invece che siano essi stessi i primi a dover essere “educati” (io compreso, ovviamente). I grafici si sentono parte di un’elite che esiste sempre più come romantico reperto storico. Di giorno in giorno, la professionalità a cui essi fanno riferimento si sgretola sotto i loro piedi. Persino i progettisti emergenti (“i giovani”), a parte qualche rara eccezione, sono incapaci di includere riflessioni su queste dinamiche all’interno della propria pratica.

Alla luce della vittoria di questa ambigua, complessa e non certo rozza modalità comunicativa in cui la ricontestualizzazione sconfigge l’autorialità, qualsiasi istituzione che pretende di “insegnare” i meccanismi della comunicazione visiva ha il dovere di fare un esame di coscienza. Ogni scuola deve partire da una posizione dubitativa sulla propria posizione e sul proprio ruolo nella società contemporanea. La disciplina stessa del progetto grafico deve capire come estendere il proprio orizzonte cognitivo al di là di quello che l’autrice chiama “il graphic design dei graphic designer”. Progettisti, teorici ed educatori devono essere pronti a imparare dal teenager che pubblica l’ennesimo Pepe. In caso contrario, un meme li seppellirà.

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