Attenzione, prego

“Attenzione, prego” è il titolo del mio racconto che state per leggere. È incluso nella raccolta di racconti C A L D O, uscita su Finzioni e che potete scaricare gratuitamente, in pdf o epub, QUI.
L’assistente di volo ci ha fatto scendere in fretta e furia dall’aereo.
Al microfono ha detto che alcune attività dovevano ancora essere concluse, che il servizio di pulizie non era stato ultimato, ma nessuno di noi le ha creduto davvero.
Siamo scesi dalla scaletta guardandoci con scetticismo, nessuno ha detto una parola per qualche minuto e sulla pista sembra tutto immobile, l’aria non si muove, siamo tutti impegnati a tenere le nostre mani in movimento, mossi da un’agitazione collettiva.
Siamo arrivati venti minuti fa con una navetta senza alcuna scritta luminosa a indicarne la destinazione. Siamo saliti e scesi dall’aereo nel giro di pochissimo e ora siamo qui sotto ad aspettare di partire.
Non potremmo stare sotto l’aeromobile, né sotto l’ala. L’hostess è stata chiara, ci ha detto di metterci in fila davanti alla scaletta, di non tornare al gate, di tenere sotto osservazione i bambini (chi ce li ha).
La gente ha iniziato a parlarsi e a farsi domande. Si chiede se la storia delle pulizie sia vera o se non ci sia invece un problema più grande e non ci stiano tenendo all’oscuro di qualcosa.
Londra sembrava così vicina, fino a qualche minuto fa. Ora mi sento come sulla Delorean, e il posto del mio cuore sembra essere distante, oltre che nei chilometri, anche nel tempo, come se qualcuno lo avesse allungato con un elastico.
Una ragazza con i capelli neri e lunghissimi ha fatto una scenata al suo ragazzo e se n’è andata lasciandolo solo, seduto sul suo trolley.
Lei ha urlato “te lo puoi scordare che salga sull’aereo dopo un segno grande come questo. È così palese che non dobbiamo partire”. Ha detto Palese come a volerne sottolineare il suono, il significato reale e anche quello che gli stava attribuendo lei.
Lui dev’essere abituato a queste manifestazioni eccessive perché l’ha guardata senza troppa enfasi e non si è preoccupato dell’evidente imbarazzo che si era creato attorno a loro. Le labbra di lui hanno sussurrato Tanto poi torna, ma senza guardare nessuno di preciso, quasi lo dicesse a se stesso.
Non è tornata. Quando l’ha capito si è alzato e ha sbuffato, poi si è incamminato verso il terminal.
Nessuno sta parlando di terrorismo, né di attentati. Nessuno parla in realtà di niente. Tutti insinuano senza dire troppe parole.
“Fa un caldo maledetto” dice poco lontano da me una ragazza con una fascia rossa in testa alla signora accanto a lei. “Ha mai sentito tanto caldo?”
Giro lo sguardo altrove, non voglio dare segnali che facciano sentire gli altri in diritto di raccontarmi la loro vita. Ho una serie di strati di vestiti addosso che non sono riuscita a infilare nel bagaglio a mano.
In volo ho sempre freddo, ogni volta maledico le compagnie low cost per l’aria condizionata altissima, ogni volta chiedo al personale di bordo se possono alzare la temperatura, quindi mi sono attrezzata. Ora mi sto spogliando più che posso, ho l’impermeabile e un maglione di cotone sulle ginocchia.
“È veramente assurdo che ci facciano aspettare qui, con questo caldo infernale. Sento le gambe gonfiarsi ” risponde la signora. La sua voce è secca e dura, ma vedendo quella ragazza sola, che le rivolge la parola come per trovare conforto, si addolcisce di colpo. Le si legge un cambiamento nel viso, come se le avessero tolto un pensiero dalla testa, o un peso dalla pancia.
“Ho dei problemi di circolazione, prendo delle pastiglie ogni giorno. Sarà meglio che mi sieda” continua. “Mi sembra di non aver mai sofferto il caldo come ora. Ma tu perché viaggi da sola tesoro? Che bella che sei, potresti essere mia nipote”.
Non faccio in tempo a sentire la risposta. Prima arriva una folata d’aria calda, mossa da qualche tipo di corrente che gli occhi non vedono. Poi l’assistente di volo, senza microfono, dall’alto della scaletta ci ringrazia per la pazienza e ci assicura che entro massimo dieci minuti potremo risalire a bordo e partire. Si alza un brusio di lamentele generalizzate, qualcuno chiede dell’acqua.
Mi giro verso la ragazza con la fascia rossa e la signora con le gambe gonfie. Stanno ridendo raccontandosi qualcosa.
Guardo altrove e vedo un gabbiano in un punto lontano. Il caldo rende la striscia di spazio tra l’asfalto e il cielo sfocata, ondulata, così che anche l’uccello sembri vero solo in parte, un miraggio in aeroporto, accanto a una freccia che di notte si illumina e che adesso non è di nessun colore.
Penso a tutti i posti in cui ho sentito più caldo di così. Mi convinco che questo mi aiuterà a sentirmi meglio, a trovare un rivolo di fresco che dal mio cervello arrivi fino al mio corpo, a non pensare alla maglietta fradicia che mi si appiccica alla schiena, alla gola secca, alla testa che mi gira.
Arriva un’altra folata di vento, devo tenere ferme le pagine del mio quaderno con la mano sinistra.
Mi guardo la mano, ritorno con lo sguardo sulla carta.
Penso al Texas e ai miei 16 anni, l’estate in cui ho capito che l’amore poteva essere feroce. San Antonio in luglio, con le bandiere americane che sventolano ovunque e soprattutto nel suo centro finto, pieno di piccole cascate e musica e odori messicani.
Le distese senza niente, i grandi mall che strabordano di gente con contenitori di Coca Cola di una grandezza imbarazzante, che non credevo potesse esistere. La finale Spurs — Knicks e Michael che mi guarda come non mi aveva mai guardata nessuno, e io che penso “allora è questo l’amore” subito prima di pensare “tra un mese torno a casa”.
L’asfalto si scioglieva per strada. Io non me n’ero resa conto, aggredita dai 14 gradi di qualsiasi posto al chiuso, finché non era stato possibile andare a Dallas. L’autostrada era stata chiusa. Il nostro weekend cancellato.
Ho passato quel mese in Texas a mettermi e togliermi la felpa.
Provo la cherry coke, è la cosa più tremenda che io abbia mai assaggiato. Ma voglio uniformarmi, voglio sentirmi americana, voglio essere parte di quel gruppo di amici sportivi, voglio essere una cheerleader come Ashley, voglio essere amica del quarterback della sua scuola. Non voglio più tornare a casa, il mio liceo di provincia mi sembra una barzelletta in quel momento. Qualsiasi cosa mi sembra improvvisamente sciocca.
A San Antonio, Texas, mi sento Io. Sono finalmente Io e sono accettata così come sono. Anche con i miei fianchi larghi, il mio sedere grosso. Lì sono un valore aggiunto, lì io sono addirittura troppo magra. Potrei essere la Beyoncé italiana, penso, mentre in macchina, verso una festa in piscina, la radio passa Bills, bills, bills. Beviamo sangria di nascosto. Mi sembra assurdo che possano guidare e non bere. Sembra loro assurdo che io possa bere e non guidare.
Penso a Lisbona e all’estate del 2014. Un viaggio che doveva essere solo un altro viaggio con qualcuno a cui volevo bene. Un viaggio che è stato l’inizio dello sgretolarsi di un’amicizia. Lisbona non ci era piaciuta, non facevamo che dircelo ridendo. Troppo malinconia, troppo sporca. Spazi troppo dilatati, tempi infiniti tra un momento e quello successivo. Troppe salite, troppo caldo. Avevamo fumato nella scala a chiocciola esterna dell’appartamento che avevamo affittato su Airbnb in Rua de Macau. C’erano un sacco di piante grasse che entrambe potevamo far morire solo con uno sguardo, e il sole ci batteva addosso ed era così caldo anche se era settembre, e l’aria che ci investiva sempre quando arrivavamo nelle grandi piazze ora sembrava solo un ricordo, su quel piccolo terrazzo che dava su palazzi enormi, sporchi e degradati.
L’afa sbatteva sull’asfalto e sul ferro della scala su cui eravamo sedute. Rimbalzava a terra e poi ci veniva addosso, si appiccicava alla nostra pelle abbronzata.
Stavamo spesso in silenzio. Qualcosa stava cambiando, tra noi, e io quel cambiamento lo riuscivo a toccare. Avevo provato con tutte le forze che avevo a girare altrove la faccia, avevo provato con tutte le forze che avevo a pensare che non era vero, a esorcizzare la paura che si faceva carne e verbo. Ma sarebbe solo stato questione di tempo. Per quanto l’abbiamo detto, che Lisbona non ci era piaciuta. Ma il tempo cambia tutto, e ora anche quella vacanza mi sembra bella, mi sembra lontana e piena di significato, solo perché eravamo ancora amiche, perché fino a quel momento, qualunque cosa era successa, eravamo sempre state dalla stessa parte.
Scopro che anche con certe amicizie si sperimenta quello che si sperimenta con certi amori: il tempo ci fa sembrare meno pesante anche quello che pesante lo era, i contorni si sbriciolano, sbiadiscono. Le cose non sono più distinte dalle altre e tutto è solo “una settimana”, senza nomi di città, senza giorni diversi, senza cose viste che ci sono piaciute e cose che non abbiamo apprezzato.
Penso che mi manca come eravamo, mi manca quello che avevamo quando avevamo qualcosa di autentico. Penso ai silenzi e al rispetto, all’orgoglio e alla paura. Mi dico che ci separano un treno e un telefono. Ma è più di così. Quando fare qualcosa ci sembra solo la possibilità di peggiorare tutto, forse vuol dire che non è il momento. E allora ecco la paura, come quando un elefante è in una stanza piena zeppa di bicchieri e basta un solo gesto, e tutto può andare ancora di più in malora.
Mentre ci penso, si alza un brusio e a terra si fa ombra.
Tutti si sono alzati e si stanno ammassando sotto la scaletta. L’hostess sta dicendo qualcosa, ma io non la sento. Mi alzo e mi metto in coda, avanziamo di un niente ogni 10 secondi.
Ogni mio passo sulla scaletta pesa quanto un ricordo.
Un amore lontano, un’amicizia finita.
Ho il futuro davanti e la mia città preferita che mi aspetta. Ma le persone che ho perso, le posso tenere lo stesso con me, anche in questo viaggio?
La ragazza con la fascia rossa è ora in piedi davanti a me. Mentre tutti sono fermi nel corridoio, aspettando che chi è davanti sistemi il trolley nell’apposita cappelliera, lei si è girata di 45 gradi, proprio all’ingresso dell’aereo, ed ora ne posso vedere il profilo, a quindici centimetri da me.
Ha il naso sottile e piccolissimo, un neo vicino al lobo dell’orecchio, profuma di giovinezza.
“Mamma mia, che gran caldo faceva, lì sotto”, mi dice. “Tu avevi mai sentito tanto caldo?”
“No, mai. E tu?”