L’estate del 1993

Questo racconto è apparso sul sito Abbiamo le prove

La foto è di Federico Tamburini

Ogni tanto il passato torna a tirati per la manica della giacca, e difficilmente, quando lo fa, puoi provare a non dargli retta. Lo fa sapendo che porti in equilibrio un vassoio pieno di bicchieri colmi d’acqua — sono tutte le cose che hai preferito dimenticare — e il minimo movimento crea onde piccolissime, di per sé, che rischiano però di generare una marea che sovverte le cose.

Se penso alla mia infanzia, se ci penso sul serio, eliminando tutti gli orpelli e tenendo a galla solo le cose che rimangono davvero e che non si perdono, penso al profumo dei pini marittimi di Riccione, in fila ai bordi della strada che costeggia il mare, ai negozi di souvenir fuori moda già nel momento presente, quelli di magliette con la scritta col nome colorata accanto a un personaggio dei cartoni animati, che volevo ogni estate e non ho mai avuto. Dalle sale giochi escono i suoni dei jingle a qualsiasi ora del giorno e le edicole profumano di crema solare, della plastica dei giochi da spiaggia, della carta dei libri a 4.900 lire in allegato ai quotidiani.

Sulla riviera romagnola io e mia madre abbiamo passato molte estati insieme, io e lei sole, negli anni prima, durante e dopo la separazione tra lei e mio padre, a provare a diventare grandi insieme. A Riccione — un luogo così assurdo da raccogliere nella sua pancia il retrò delle balere e la vita notturna più all’avanguardia insieme — i settantenni con le vene varicose e le mogli con lo stomaco grande dividono la spiaggia con i ventenni in hangover, che si trascinano nel tardo pomeriggio a dormire sulle sdraio lasciate libere dalle famiglie con bambini, già tornate in albergo a fare la doccia, a vestirsi per la sera, a mangiare nell’albergo con pensione completa prima di fare la vasca in via Dante e comprare la granita.

La Riviera d’estate genera una bolla di magia: hai la sensazione che il tempo corra velocissimo, sembra sfuggire dalle mani. Solo l’anno successivo ti accorgi che rimane fermo, che gira su se stesso ma senza movimento di rivoluzione attorno a qualcosa.

La mia infanzia è finita a Riccione nell’estate del 1993, quando ho visto mia madre piangere per la prima volta in una mansarda vicino al mare che avevamo preso in affitto quell’anno. Avevo dieci anni e molti ricci, ero felice perché avevo ricevuto un paio di espadrillas con i lacci in tela che si legavano attorno alle caviglie. Una foto di quell’estate mi ritrae con un foulard in testa e un vestito a fiori, sono in piedi davanti al letto con la testa piegata da un lato e una posa ammiccante che male si mescola con il mio corpo ancora acerbo, la mia giovinezza, i miei fianchi senza morbidezza.

Eravamo tornate a casa dopo una giornata di mare, camminando a bordo strada tra il ciabattare generale delle infradito di chi tornava come noi dalla spiaggia e il fastidio della sabbia addosso. Avevamo attraversato il sottopassaggio passando davanti a una discoteca molto in voga in quel periodo che ero convinta avrei frequentato assiduamente una volta diventata adolescente. La guardavo ogni giorno con desiderio e con smania, aspettando che il tempo passasse. Io la vedevo sempre chiusa: la mattina con i segni e i residui di chi l’aveva appena lasciata, la sera pronta ad accogliere di nuovo i suoi figli.

La sera in cui la mia infanzia è finita cantavo in bagno, davanti allo specchio, appena uscita dalla doccia. Cherish di Madonna, perché ero molto affezionata alla cassetta di Like a prayer di mia madre, consumata fino allo sfinimento negli anni di balli da sola in camera. Storpiavo le parole in un inglese inesistente, fingevo di essere Francesca da Bellaria di Non è la Rai. Uscita dalla porta, avevo sentito la musica uscire dallo stereo che avevamo portato da casa. La macchina di mia madre di allora, una Y 10 rossa, non aveva la radio. Così per i viaggi lunghi in macchina portavamo lo stereo portatile di casa, che arrivate a Riccione era stato posizionato in cucina, per poter ascoltare la musica mentre mia madre cucinava la sera.
Mi ero zittita di colpo e mi ero sporta in silenzio dall’atrio verso il salotto, a piedi nudi e con ancora l’accappatoio addosso. Madonna ora cantava solo nella mia testa, ma si mescolava ad altro, storpiava e veniva storpiata.

Mia madre era seduta sul divano in salotto, le gambe abbronzate e sode, i gomiti appoggiati alle cosce.
Le cadevano lacrime grandi come ciliegie. Le scendevano dalla faccia e precipitavano così veloci sul suo grembo da non darle il tempo di asciugarsi con il braccio, di fermarle prima che diventassero reali.
Era un pianto dolce, ad essersi impossessato di lei. Triste, ma remissivo, quasi liberatorio. Sembrava che le lacrime non potessero far altro che sgorgarle dagli occhi, che fosse l’unica cosa che poteva accadere in quel momento, un evento ineluttabile che stava accettando con rassegnazione.

Aveva messo una musicassetta di Antonello Venditti nello stereo in cucina, dalle piccole casse usciva Ricordati di me, e piangeva come una bambina, in silenzio.
Sono diventata grande in quel momento. Improvvisamente mia madre non era un’arca, era nella tempesta tanto quanto me. Non era il rifugio al quale tornare, era lei stessa alla ricerca di un riparo — lo siamo tutti, ma questo lo avrei scoperto con il tempo.

L’attimo in cui ti accorgi che i tuoi genitori non sono imperturbabili, che non sono dei giganti dentro i quali potrai nasconderti e abbandonarti per sempre, è un momento di totale disillusione che ti tocca e ti sveglia come da un incantesimo.
Non lo avevi capito e non lo credevi possibile, ma sono vulnerabili quanto te; sbagliano, si redimono, cercano la giusta via senza avere alcuna mappa in mano. Vagano alla cieca, guidati dalle responsabilità e dalla fiducia, e non te ne eri mai accorta.

È un click nel cervello, un momento che riconosci e che diventa lampante. È il momento in cui anziché proteggerti dal loro dolore — piangere in silenzio da soli quando credono che i figli stiano facendo la doccia dopo una giornata di mare — si rivolgono a te per una vertigine, un dolore al braccio; diventi la mano che sorregge una scatola dei gioielli, anziché il gioiello da custodire e proteggere.

E quando succede, ti si apre qualcosa nel petto che assomiglia alla tenerezza.
Perché mia madre stava piangendo? E per chi?
Piangeva per mio padre? Per un altro uomo?
Perché non le bastavo io per essere felice? Perché non era sufficiente guardarmi, vedere che stavo bene, per pensare che tutto sarebbe sempre andato bene?
Davvero esisteva una sua vita che non aveva a che fare con me?

Scoprivo per la prima volta che era una donna prima di essere mia madre. Scoprivo che esisteva prima della mia esistenza, nonostante la mia esistenza, che era anche un’altra cosa, che solo una piccola parte di lei mi era visibile e accessibile.
Ricordo il mio gesto di protezione verso me stessa e di rispetto di quel momento solo suo. La guardavo di nascosto con la porta semi chiusa. Ricordo di aver fatto mezzo passo indietro e di essermi appoggiata allo stipite della porta, continuando a guardare. Il legno toccava e premeva su una striscia verticale della mia faccia. Ne sentivo la pressione e mi ci abbandonavo.
Negli anni, quell’album — In questo mondo di ladri — lo avrei ascoltato molte volte. Sarei sempre tornata a lui, ogni tanto.
Il mio scheletro nell’armadio — l’avrebbero definito gli amici; la mia coperta di Linus — l’avrei definito io.
Era la mia tana, la mia infanzia perduta, la mia personale madeleine, il mio modo per fermare il tempo e capovolgerlo a quel momento preciso, l’estate del 1993 e la mansarda vicino alla discoteca in cui non avrei mai messo piede. Mi bastano le prime tre note per sentire un tuffo allo stomaco e vedere gli asciugamani appesi ai fili sui terrazzini degli alberghi che affacciano sul mare.

Niente sarebbe stato più lo stesso, anche se allora non lo sapevo.
Stavo assistendo a un dolore non mio, ma che mi toccava. Ne ero esclusa e inclusa contemporaneamente.
Avrei voluto stringere mia madre, ma le mie braccia sembravano troppo piccole, non sarei mai stata capace di abbracciarla per intero e di mettere dentro quell’abbraccio tutto quello che mi sembrava mancarle.
E mi appariva chiaro, all’improvviso. Così palese, anche se con parole diverse.
Mi sentivo ancora piccola, non sapevo niente, ma qualcosa era cambiato per sempre, e lo sentivo.
Avevo perso l’innocenza.

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