Un altro giorno di dolore

Ho passato la prima ora della mia giornata di oggi a ricordarmi come si respira correttamente e la seconda da uno psicoterapeuta.
Quando sono uscita dal portone di quel palazzo signorile — le scale liberty, le piante rigogliose, la vista su un giardino fiorito anzitempo — Milano aveva un sole lieve e il cielo chiaro. Ho camminato lungo il marciapiede per tutto l’isolato fino al lato nord-ovest di Parco Sempione e ad ogni incrocio i vigili urbani dirigevano il traffico in modo plateale, sventolando palette e braccia. Avevano tolto la corrente elettrica in tutto il quartiere, i semafori erano spenti, i riferimenti tutti smarriti. Il caos stava prendendo forma e per un attimo ho avuto paura fosse colpa mia, ho temuto che il mio dentro si fosse espanso e dilatato tanto da raggiungere il mio fuori, ma mentre il vigile mi ha fatto cenno di passare ho pensato fosse un pensiero maniacale, non ci ho pensato più.
Lo sciopero dei mezzi era già iniziato, ho guardato Twitter e l’app dell’Atm diceva che la linea stava funzionando correttamente. Sono salita su un bus, sono arrivata a Cadorna, mi sono ritrovata con le linee interrotte e una Milano bellissima e piena di traffico.
Il sole era meno lieve, più caldo, il cielo più blu di quando l’avevo guardato l’ultima volta. Ho camminato per Via Minghetti, attraversato il Castello Sforzesco. Mi sono fermata proprio nel mezzo di quel rettangolo e ho pensato all’ultima volta in cui c’ero stata. Ho lasciato che quel ricordo scivolasse via uscendo dai miei pori, e quando sono arrivata davanti al Piccolo Teatro l’unico tram che mi avrebbe portata in ufficio è apparso magicamente, anche se lo sciopero era iniziato da un pezzo.
Mi sono seduta e ho ricominciato a respirare.
Quando sono arrivata in ufficio avevo tredici mail da leggere. Ho preso un caffè, sentito un dolore nel basso ventre, detto Tra un po’ prendo un antidolorifico, letto le mail, risposto a qualcuna, fatto una telefonata. Sono passati circa cinque minuti in tutto. Il dolore si è fatto più acuto mentre parlavo con un cliente, Appena metto giù prendo un antidolorifico, ho detto. Ma il cliente doveva dirmi ancora una cosa, i minuti sono diventati otto in totale.
Quando ho preso l’antidolorifico che dovevo prendere otto minuti prima — otto minuti — era già troppo tardi, mi sono ritrovata chiusa a chiave in uno dei tre bagni accanto all’open space in cui i miei colleghi stavano parlando e lavorando.
Mi sono messa a quattro zampe per terra — l’unica posizione in cui riesco a stare quando sto così male da avere la sensazione di essere sul punto di partorire — e ho iniziato a fare l’unica cosa che posso fare ogni volta in cui arrivo troppo tardi o non arrivo affatto ad afferrare quel dolore: aspettare.
Mentre ero a quattro zampe nel bagno del mio ufficio, cercando di respirare il più profondamente possibile, con i sensi allertati per percepire anche solo un microscopico effetto del ketoprofene, ho iniziato a pensare alla mia vita di donna, a ogni mese, alla stessa storia. Ho cercato di capire quando tutto è iniziato, e ho iniziato a fare due conti.

Quando avevo quattordici anni e dicevo di avere il ciclo molto doloroso, di non riuscire ad andare a scuola, a studiare, tutti mi rispondevano che ero esagerata. “Tutte le donne del mondo dall’inizio dei tempi hanno avuto le mestruazioni”, insomma ero io che non sapevo sopportare abbastanza, ero io ad avere una soglia del dolore troppo bassa, ero io che non stavo al passo degli altri.
Un giovedì di ottobre del 2004, mentre studiavo a casa di un’amica per un esame universitario, i dolori sono arrivati più forte, le gambe hanno iniziato a tremare e a smettere di funzionare. È una cosa difficile da spiegare, quando il tuo cervello dice alla tua gamba “muoviti” — un’intenzione a cui segue sempre un riflesso, un’azione a cui non pensiamo mai perché è scontata — è una cosa difficile da spiegare quando il tuo cervello dice alla tua gamba “muoviti” e la gamba non si muove; il panico ti invade in ogni parte del corpo, senti il sangue arrivare alla testa, il sudore freddo e le mani formicolare.
Arrivata al pronto soccorso un medico mi ha fatto un’ecografia interna, il dolore era così intenso, così vivo ed esteso ovunque che urlavo. L’espressione di quella dottoressa una volta inserito l’ecografo credo di non poterla dimenticare, né posso dimenticare il modo in cui, delicatamente, quell’ecografo l’ha tolto, mi ha guardata e mi ha detto: non so come abbia fatto a vivere dignitosamente fino ad ora, signorina. Sono scoppiata a piangere per tutte le volte in cui non sono stata presa sul serio e non sono stata creduta, poi mi sono sentita forte e ho capito che era una benedizione riuscire a sentirmi così, perché di forza avrei avuto bisogno.

L’endometriosi è una malattia subdola. Non si sa perché nasca e quando è sufficientemente sviluppata per essere vista è troppo tardi per curarla. La si può tamponare, tenere a bada, ma l’unico modo per eliminarla momentaneamente è operare e aspirare via il sangue in eccesso. E poi comunque ti torna. Ci sono passata, per quell’operazione. La suora che ti depila e ti infila il catetere, io che mi guardo attorno stranita, quasi mi viene da ridere, e penso che su quella scena prima o poi devo scriverci qualcosa. L’anestesia che ti fa vomitare, le cicatrici sulla pancia, e il dolore.
Non esiste cura per l’endometriosi, si può solo bloccare il ciclo per un po’ o per sempre, prendere la pillola senza smetterla mai. Se il ciclo non viene, il sangue non si genera, non si accumula, non si deposita dove non deve, e tu ogni sera, mentre prendi quella pillola, ti chiedi cosa non vada in te, nel tuo corpo, perché una cosa tanto naturale come il ciclo mestruale in te crei catastrofi.

A quattro zampe in quel bagno, stamattina mi sono ricordata di tutto quello che mi sono persa mentre ero a casa in posizione fetale dentro al letto, delle volte in cui ho declinato una serata con gli amici perché stavo male, di quando insistevano e io non sapevo cosa dire, perché il ciclo mestruale è come la cacca, non bisogna parlarne, agli altri fa schifo, non sta bene dirne. Di tutte le volte in cui ho cambiato borsa e controllato che nel piccolo beauty che porto sempre con me ci fosse almeno una razione doppia di medicine, della bottiglia d’acqua sempre piena che mi porto appresso, della fobia, letteralmente fobia, che mi prendeva ogni volta in cui dovevo andare a un concerto, in un luogo pieno di gente, dove tenevo sempre d’occhio le uscite di sicurezza. Di quando entro nei locali e controllo immediatamente dove sia il bagno, perché se sto male devo sapere dove andare senza potermi concedere il lusso di perdere due minuti per chiederlo, di quando prima di prenotare le vacanze guardo l’App del ciclo, ipotizzo i margini di anticipo e ritardo e sono costretta a cambiare i programmi, delle migliaia di volte in cui ho guardato il sito di autostrade.it prima di mettermi a guidare, guardando compulsivamente se ci fossero incidenti e code, dove ci sono le corsie di emergenza e dove no, quanti Autogrill ci sono dalla città di partenza a quella di arrivo. E se qualcosa non mi convinceva, delle volte in cui ho cambiato programma, ho fatto strade alternative, sono passata per i paesini e le campagne, dove un bar si troverà, dove qualcuno, se mi vedrà per terra, farà qualcosa. Ho pensato a tutti gli specialisti che mi hanno visitata, a quante volte mi sono sentita dire Se facesse un figlio sarebbe tutto più semplice. Ho pensato a quante volte le milioni di donne che nel mondo soffrono di endometriosi si sono sentite dire quella frase, buttata lì senza chiedere se quella donna un figlio lo volesse, in quel momento e in generale nella vita, come se quel figlio potesse averlo quando vuole, senza dover ricorrere a chissà quali cure nel caso in cui così non fosse, senza preoccuparsi della sua identità sessuale, dei suoi desideri, delle sue possibilità. E ho pensato a tutti i treni e i posti che ho scelto vicino a una donna che forse avrebbe capito quel dolore, se avessi avuto bisogno, e dei calcoli che ho fatto per distribuire equamente gli antidolorifici nel corso delle giornate. Se ne possono prendere tre al giorno, ma una dose non ti copre mai otto ore. È mezzogiorno e sto male, ma se prendo una pastiglia ora alle 18 inizia l’inferno, e se resisto per due ore alle 20 sarà tardi troppo tardi, e comunque non dormirò tutta la notte perché altre ore saranno passate. Allora dividi le dosi, provi a resistere, impari i trucchi o almeno li provi, sulla tua pelle. Scopri che se respiri meglio il dolore è più lieve, che l’alcol è meglio non berlo in certi giorni, che alcuni cibi non sai perché ti fanno male. Non sai se sei cauta o se stai diventando pazza, ossessivo-compulsiva, se stai esagerando e dando troppo spazio alla paura.

Allora riprovi ad andare a un concerto, ma solo con qualcuno a cui puoi dire tutto, con cui hai la confidenza per dire: se ti dico che sto male per favore credimi, non pensare che stia esagerando, non provare a convincermi che sedermi e bere un bicchiere d’acqua mi farà stare meglio. Non mi farà stare meglio.
Essere creduta è un tarlo che ti rimane dentro, negli anni. Ti rimane sempre il dubbio che gli altri pensino che sei esagerata, eccessiva.

Lo scorso anno, tornando a casa da un piccolo viaggio, leggevo sul bus Conversations with friends, di Sally Rooney. È un libro che parla di moltissime cose e la critica ne ha parlato molto bene, tutti hanno tirato fuori questo benedetto triangolo amoroso che non esiste e quasi mai hanno parlato di un argomento che mi è sempre sembrato accecante, da quanto presente, ovvero il corpo. La protagonista sta male, va a farsi visitare e scopre di avere l’endometriosi. Solo a leggere quella parola, per altro in una lingua non mia, ricordo di aver pianto sull’autobus. Ricordo di aver letto in poche righe una sensazione che mi ero portata dentro per tantissimo tempo, senza riuscire a tirarla fuori, ad elaborarla, farla capire, esteriorizzarla e non averne paura.

The doctor didn’t say anything else, did he? she said.
No, that was it.
I looked out the window at the station. I had the sense that something in my life had ended, my image of myself as a whole or normal person, maybe. I realised my life would be full of mundane physical suffering, and that there was nothing special about it. Suffering wouldn’t make me special, and pretending not to suffer wouldn’t make me special. Talking about it, or even writing about it, would not transform the suffering into something useful. Nothing would.
I thanked my mother for the lift to the station and got out to the car.

In tutti questi anni — ne ho trentasei e il primo ciclo l’ho avuto a undici — ho speso circa 2.600 euro in pillola anticoncezionale e circa 1.400 euro in antidolorifici. Ho visto tutti gli effetti indesiderati degli ormoni andare e venire su di me. Gonfiore, aumento del peso, perdita di peso, ritenzione idrica, stitichezza, calo della libido, sbalzi di umore. Mi sono spesso chiesta cosa fosse meglio, il dolore del sangue o tutta quella lista infinita che ha cambiato il mio corpo e che ha cambiato chi sono.
Dopo dieci anni, due anni fa ho smesso ogni farmaco, ho provato a riappropriarmi del mio corpo, mi sono sentita e scoperta felice ogni volta che vedevo il sangue.
Il ciclo è tornato, all’inizio senza dolore. Quando anche il dolore si è ripresentato ho di nuovo dovuto scegliere cosa era peggio. Il sangue o tutto il resto.
Ancora non l’ho capito, ma so che a carponi nel bagno ho pensato a questo otto marzo, a come lo stavo passando. A quanta strada ancora dobbiamo fare e a quante battaglie ci sono là fuori.
E ho pensato che forse la protagonista di Parlarne tra amici non aveva del tutto ragione.
Certo, parlarne, scriverne, non mi faceva alzare da quel pavimento, non avrebbe fatto scomparire il dolore che stavo provando.
Ma avrebbe raccontato una storia, la mia in generale e la mia di oggi, 8 marzo 2019, festa della donna, un giorno in cui sono stata malissimo, in cui ho cercato di mettere a fuoco il valore che vorrei ricevere e dare, in cui ho scelto cosa tenere e cosa lasciare.
E in cui ho deciso che di questo dolore non mi vergognerò più.

    Silvia Cardinale Pelizzari

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    Mi bocciano sempre gli articoli emotivi.

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