Tu mi ricordi

Mi ricordi certe notti, certe notti in cui si muore, non d’amore, ma di afflati, sottratti, trattenuti; di voglie inesaudite; quelle notti di stelle e di gran luna quando le luci al neon si spengono e l’energia — tutta quella maledetta energia che abbiamo nel corpo — si dilegua, si dissolve nel terreno che la assorbe e la disperde in altre centomila vite che non sono le nostre, già danzanti, mai appagate, vite senza fine alcuno se non un attimo di vita stessa, mentre ci saziamo con gli occhi arrossati dal vento come spine di vetro.

C’è quel luogo, che mi ricordi, che diventa buio ma non del tutto, lo spettro di luce che mi illumina il viso non è un faro, lontano, rassicurante, ma la tua mano, posta a contatto sulla mia fredda fronte. Pelle di daino le mie guance e fili di crine i miei capelli, ma tu sembri non vederli; il tuo sguardo è oltre, riempie quel posto dei miei ricordi, lo riempie di parole scritte dalle lucciole che non si possono toccare, svaniscono e ritornano, intermittenti e lontane.

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