La radio accesa

“La radio è spenta?”, mi chiede mio fratello, col suo modo meraviglioso e unico di trovare le parole per descrivere le cose. Con questa domanda vuole sapere quando può tornare ad abbracciarmi.

La radio in questione non trasmette canzoni né programmi più o meno divertenti, ma è solo il nome che lui ha dato ai miei giorni di isolamento post ablazione con iodio radioattivo.

Due giorni di clausura in ospedale e poi isolamento casalingo, una brandina arrangiata in un’altra stanza, la candeggina da usare ovunque, due metri di distanza da misurare con chiunque, non vedere bambini, non usare bagni pubblici, non mangiare pesce, non andare al cinema, lavare tutto.

Chi l’ha fatta lo sa. Per me è stata la prima volta. Ho acceso la radio e ho iniziato questo nuovo viaggio dopo una tiroidectomia che mi ha lasciato un sarcastico sorriso sul collo.

Francesco dice che adesso sorrido doppio. E io ci provo, anche se a volte devo tentar parecchio prima di sorridere (anche una volta sola).

Il ricovero in ospedale non è stato malaccio, eccetto il cibo, si intende. Eravamo in quattro. Quattro vite che fino a qualche ora prima non si conoscevano costrette a trascorrere 24 ore insieme, rinchiuse in una stanza. Quattro storie diverse che si ritrovano accomunate da quel secondo sorriso di cui prima.

[Di quelle 24 ore porto con me: le coperte untrici; pranzo e cena improponibili ma conditi da risate sincere; le storie delle altre, tutte; la legge dei grandi numeri che ha tradito le grandi speranze (non esiste quella legge e se c’è democrazia nel dolore, non c’è certo equanimità nel distribuirlo); i limoni rancidi; i gettoni per l’acqua (e con loro la conta degli scarichi, otto litri a scarico); le fantasticherie su una pizza che non è mai arrivata; i discorsi su cicatrici, Eutirox, creme, scompensi ormonali; il non sentirsi più sola].

Il tempo degli abbracci deve ancora arrivare. Prima c’è un nuovo viaggio a Pisa, un altro controllo, altri giorni a distanza e poi, forse, spegniamo la radio.