La grande bellezza che ha diviso l’Italia

Il primo film italiano che vince un Oscar nel XXI secolo è il bersaglio di un vortice di polemiche. Ma, in fondo, è soltanto un trucco. 


Mentre una capitale morente arranca per ottenere il decreto salva Roma, Paolo Sorrentino sale sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles e impugna l’Oscar per il miglior film straniero in concorso. E’ l’immagine cristallina della dolente contraddizione su cui l’Italia fa da secoli l’equilibrista.

La grande bellezza è il quattordicesimo film italiano che viene premiato con l’Academy Award: prima di Sorrentino, hanno conquistato la prestigiosa statuetta Fellini, De Sica, Petri, Tornatore, Salvatores e, 15 anni fa, Benigni.

Con La grande bellezza, gli italiani sono tornati a parlare di cinema, in quel modo a tratti goffo di chi non ha dimestichezza con la materia, di chi insegue un pensiero senza riuscire a cristallizzarlo e lo lascia correre nel si heideggeriano, molto simile al bla bla bla bla di quel Jep Gambardella magistralmente interpretato da Toni Servillo. Tutti hanno un’opinione e scalpitano per condividerla, per twittarla, scatenando il nuovo tormentone, nella forma di un hashtag che ha rapidamente conquistato le prime posizioni nei trending topic: #LaGrandeBellezza.

Il grazie del sindaco di Roma dopo la consegna dell’Oscar.

Uno dei primi a congratularsi con “Paolo” è Ignazio Marino, primo cittadino di quella scenografia superba e immota nella quale è andata in scena la mediocrità di un paese sull’orlo del baratro che vive di improvvisi e stupefacenti miracoli.


La grande bellezza è una provocazione che ha colpito nel segno, suscitando reazioni contrapposte: noia ed entusiasmo incondizionato, sdegno e venerazione. D’altronde qualcuno direbbe: “l’importante è che se ne parli”, e Mediaset, per nulla ignara di questo logoro meccanismo della mondanità, ha trasmesso la pellicola di Sorrentino lo scorso 4 marzo, suscitando infinite polemiche, ma assicurandosi uno share da record: quasi 9 milioni di italiani si sono incollati davanti al televisore, dando l’avvio a una vera e propria cronaca sui maggiori social network. Qualcuno scrive di essersi addormentato già nei primi minuti, mentre qualcun’altro bolla il lungometraggio come un banale susseguirsi di fotogrammi privi di trama. Come una partita dei mondiali, il film di Sorrentino ha letteralmente intasato i discorsi degli italiani: ci si è interrogati sul significato della pellicola dal parrucchiere, al mercato, nelle scuole e nei circoli dei lettori. Mentre qualcuno si chiedeva “ma sarà davvero così il mondo dei vip?”, qualcun’altro si divertiva a creare il quadrato semiotico delle critiche mosse al film.

Il quadrato semiotico delle critiche a La grande bellezza, twittato dagli Sqaudrati.

Su Twitter non sono mancati i contro-hashtag: da un modesto #lagrandebruttezza al perentorio #LaGrandeBellezzafaschifo. La trasmissione televisiva Piazza Pulita, in onda il lunedì su La7, ha invece utilizzato #LaGrandeVergogna per lanciare il reportage di Alessandro Sortino e Laura Buonasera, che hanno fotografato i dettagli più miseri della città eterna, quelli corrosi dalla bruttezza e dalla decadenza. Il reportage, una palese risposta al film di Sorrentino, è intriso di citazioni alla pellicola: non si fa mancare le solenni musiche sacre e neppure il frivolo tormentone della Carrà, ma le immagini che scorrono sono diverse da quelle del film. Un minuzioso elenco di tutti gli oggetti buttati al ciglio di una strada romana suona come uno stillicidio dannato, una implacabile condanna, mentre una voce accattivante continua a dirci: “a far l’amore comincia tu!”. Risponde a queste immagini Umberto Contarello, sceneggiatore del film premio Oscar, evocando “la fatica di vivere e l’eccentricità meravigliosa”: i poli di quell’ossimoro che il popolo italiano vive e mette in scena ogni giorno, non soltanto sul set.

Una settimana dopo l’uscita del film, nel maggio del 2013, Cristiano Governa scriveva che il film di Sorrentino non è un film perfetto, ma “semplicemente un grande film, talmente grande da avere gli stessi pregi e gli stessi limiti di ciò che intende mostrare”.


Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito.

Il film rimane, come il suo protagonista, prigioniero di sé stesso, intrappolato in quel mondo che tenta di descrivere senza poterlo e volerlo giudicare. Il film ha due tempi, due anime, due storie da raccontare: Paolo Sorrentino, in un’intervista, ha parlato del passaggio indolente dalla notte alle prime luci dell’alba, quasi una metafora dell’intera pellicola.

Paolo Sorrentino a Che tempo che fa, 18 maggio 2013.
La notte diventa alba, e dal patetico si passa al sublime.

Quando Fabio Fazio chiede al regista perché, in fondo, egli non sembri condannare i suoi personaggi, Sorrentino risponde con queste parole:

Sono affettuosamente innamorato. Al cinema ci si può consentire questo meraviglioso gioco di amare anche chi normalmente non è amabile.

Questo meraviglioso gioco si riflette, come in un labirinto di specchi, nelle parole che sono state spese sul film, facendo sì che opinioni diverse corrano veloci e rimbalzino di tweet in tweet, come un chiacchiericcio inarrestabile.


Marco Travaglio, nel suo editoriale, non condanna il film di Sorrentino, ma gli italiani, “ gli unici a non averlo capito”.

In realtà, il film è bellissimo, ma è un film molto pessimista che dipinge l’Italia come una splendida necropoli, dove le uniche cose belle risalgono a sei, sette secoli fa, opera di artisti morti e sepolti, comunque molto più vivi di quelli che oggi si credono vivi. I protagonisti sono: uno scrittore che non scrive, pensatori che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, chirurghi da botulino, cardinali che non sanno nulla di Dio, ma tutto di culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano sempre delle brave persone e politici inesistenti.
Marco Travaglio, Servizio Pubblico, 6 marzo 2014.

Travaglio condanna tutti coloro che sono pronti a salire sul carro dei vincitori senza essere disposti a riconoscere che le contraddizioni disegnate da La grande bellezza sono esattamente quelle che tutti noi disegniamo nel corso della nostra esistenza.

Può darsi che abbia ragione: almeno a giudicare dai lusinghieri commenti della stampa straniera, pare proprio che gli italiani non abbiano capito il film. Peter Bradshaw lo giudica il miglior film di Sorrentino, accostandolo a Il Divo, L’amico di famiglia e Le conseguenze dell’amore, per la prospettiva caricaturale e la soavità cosmopolita che li accomunano, ma rintracciando ne La grande bellezza un nuovo senso della passione, dell’amore e della perdita, e persino un più acuto e penetrante senso delle forme del potere. Bradshaw afferma che vale la pena guardare l’ultima sequenza fino alla dissolvenza in nero, per la sua intensa e insostenibile malinconia.


Affidiamoci allora alla voce di Jep Gambardella, che sembra essere l’unica a fornire una chiave di lettura nello smarrimento descritto da Sorrentino.


“ Finisce sempre così: con la morte. Prima però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla…

E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.

Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo… bla bla bla bla…

Altrove c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio.

In fondo, è solo un trucco.”