La confessione

Se lo scrivo forse mi passa. Se confesso questa mia debolezza, ossessione, forse riesco a smettere, forse riuscirei anche ad accettarlo…

Sono sempre in due. Colore dei capelli naturale per la giovane, ritoccato per la grande, stesso taglio del naso, occhi con la stessa espressione, complici si parlano e sussurrano oppure battibeccano, la giovane spesso stizzita, parla con aria di sufficienza, guardando la grande dall’alto verso il basso.

Le guardo passeggiare l’una nelle braccia dell’altra, vanno a fare shopping per il futuro bambino che la giovane sta portando in grembo, oppure mentre guardano una vetrina le borse esposte.
Le vedo riflesse nel vetro, se non fosse per l’età le scambieresti per sorelle.

Mi vergogno quando mi sorprendo a farlo, ma non posso farne a meno. Se le incontro capisco subito: sono madre e figlia. Sul tram mi siedo vicina a loro, ascolto i loro discorsi, mi immedesimo nella loro storia e penso, immagino cerco di ricordare e mi chiedo:

come sarebbe stato?

Cosa si prova ad avere una madre in età adulta? Quanto sollievo si riesce a percepire dal raccontarle confidenze, timori, gioie. Quanto vale una carezza, un gesto d’amore, un’attenzione fatta senza un perché se non il desiderio di dire: “ti voglio bene”
A volte anche un litigio può essere d’aiuto. Sentire che le dice.” domani ti accompagno io, non preoccuparti…”
Detto sia dalla figlia alla madre o dalla madre alla figlia. 
In entrambe i casi sono gesti d’affetto, d’amore infinito.

Madre e figlia

Io la mia non la ricordo. L’ho persa a 13 anni. Non me l’hanno fatta vedere da morta e per anni ho immaginato e sognato che tornasse.

L’ultimo ricordo che ho di lei è di una donna che urla sul letto per il dolore straziante, chiede di essere uccisa, lo ricordo come fosse ieri, no come fosse successo un minuto fa. Sono passati 34 anni.

Non sono riuscita ad elaborare il lutto, dicono. Chi lo dice poi? Non ne ho parlato mai con nessuno, sono frasi fatte, ascoltate ed assorbite quasi per darsi una ragione.
Con chi ne parlo? Non c’è persona che possa dirmi chi era, cosa desiderava, perché fumava, perché mi ha chiamato Silvia, chi era mia nonna e mio nonno? e dove viveva da ragazza, e sua madre e i suoi zii?

Mille e mille domande che non avranno mai risposte ed io non ho nemmeno il coraggio di andare al cimitero a trovarla, perché ero troppo piccola per poter fare ciò che aveva chiesto e adesso non poteri farlo comunque, perché i cimiteri sono luoghi per i vivi, non per i morti. 
Sono le esigenze dei vivi che prevalgono, perché i morti, loro non possono lamentarsi.
Io mi intrufolo nelle vite che trovo, mi nascondo alle loro spalle con fare furtivo, immaginando e cercando di entrare nella loro intimità, complicità, gioia, fastidio, dolore, sorrisi ed arrabbiature…

“Quel colore non ti è mai stato bene, mamma, prendi questo.”
La mamma sorride prende il foulard e si avvia alla cassa e mentre si avvicina per pagare, gira lo sguardo furtivo e guarda quella ragazza. 
Com’è orgogliosa di averla fatta. Le ricorda tanto lei quando aveva la sua età, glielo leggo in faccia, la soddisfazione sprizza da tutti i pori, da ogni ruga, da ogni dolore, cancellato da quel momento.

Mi è capitato di sentirmi dire:” Sei la fotocopia di tua madre, sei proprio uguale!”
Io non la ricordo e anche se mi guardo allo specchio, non la vedo, non la sento, la cerco e non la trovo. Ricordo solo la sua voce, la sua risata.

Se hai una mamma tienitela stretta e abbracciala da parte mia.

Ciao Ornella, un giorno ci incontreremo, spero.

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