La prima verità

“Apriti a una parola, bocca, qualcuno risponde sempre anche se tu non sai da dove.”

“Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,
scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.
Dalla punta del mio mignolo scorre un fiume.
Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
È di nuovo la verità prima, il mio ultimo desiderio.”
(Ghiannis Ritsos, Lascito)

Un colpo allo stomaco, orrore, stupore, incredulità. E poi la voglia di scoprire, pagina dopo pagina, la prima verità, quella più autentica, quella che ferisce, che ammutolisce. Quella più pura. Questo libro, vincitore del Premio Campiello 2016, si sente nella pancia, scuote con durezza, ma lascia anche una grazia inconsueta. Apre una riflessione sulla follia e chiama in causa tutti; è una storia che si muove tra mille fantasmi e inevitabilmente mette in gioco anche quelli di chi legge, in un percorso che unisce passato e presente, affabulazione e realtà, e che costringe a interrogarsi sul futuro.

All’inizio del 1992 la giovane ricercatrice Angela sbarca a Leros, l’isola del Dodecaneso oggi tristemente nota a causa degli sbarchi dei migranti. Dal 1959 questa terra in mezzo al mare fu la sede di un manicomio-lager, aperto fino a pochissimi anni fa, dove venivano relegate persone da tutta la Grecia con problemi psichici. Durante la dittatura dei Colonnelli (21 aprile 1967–24 luglio 1974) vennero rinchiusi qui in un campo di concentramento anche gli oppositori politici e i soggetti ritenuti pericolosi, tra cui intellettuali e poeti. Angela viene da subito catapultata in un’atmosfera inquietante, avvolta da fitti misteri, che la mette innanzitutto di fronte a se stessa e ai fantasmi personali, e in seguito anche di fronte a quelli esterni, che a poco a poco si svelano e aggiungono fili alla trama di questo romanzo. Sull’isola è recluso anche il poeta Stefanos, ispirato alla figura del poeta greco Ghiannis Ritsos — che fu deportato a Leros nell’epoca dei Colonnelli –. Quest’uomo solitario e schivo, che non smette mai di scrivere poesie, costruisce un rapporto delicato, fatto di parole e silenzi con altri due bellissimi personaggi: Nikòlaos e Teresa. Il piccolo Nikòlaos tiene in bocca un sassolino e ha deciso di non parlare più, e legge poesie, mentre Teresa, una giovane donna dal passato amaro e doloroso, le ascolta e le impara a memoria. Sembra che la poesia sia l’unica possibilità per salvarsi, per non mettere a tacere la volontà, la verità, il proprio cuore. Per sentirsi esistere, per sentire esistere il mondo.

La vicenda si evolve da Leros in Africa, in un ospedale psichiatrico, e infine in Italia a noi vicina nello spazio e nel tempo. Questo romanzo è un susseguirsi di storie che, come onde, arrivano violente e poi si ritraggono, lasciando in ogni lettore un senso di vergogna, di colpa, di responsabilità. Le pagine di Simona Vinci fanno riflettere sulla diversità, la follia, l’abbandono, la solitudine, l’ignoranza da cui siamo circondati. E fanno riflettere sulle nostre fragilità, che sono le fragilità di noi tutti esseri umani.

Simona Vinci, La prima verità, Einaudi Stile libero big, pp.408, 20 euro.