Come educare alla gratitudine: la prospettiva di un coach umanista

Simone Matrisciano
Nov 6 · 4 min read

Questa riflessione nasce grazie a Instagram. Scorrendo le stories mi imbatto in una riflessione di @lavicostantino (actress, arts therapist e mindful educator), la quale — chiedo scusa se semplifico — solleva un tema molto importante: bisogna educare alla gratitudine in senso profondo, perché sin da piccoli ci viene insegnato a “dire grazie” in maniera “formale” ma non c’è una reale consapevolezza delle ragioni della gratitudine. Ringrazio Lavinia per aver provocato questo piccolo terremoto benefico in me.

La domanda è: come educare alla gratitudine?

Comincio con una provocazione: non credo si possano educare le persone alla gratitudine. Condivido il fatto che da bambini veniamo istruiti a dire un “grazie” che non è più di una reazione socialmente accettata e quindi “da fare”: si deve dire “grazie”. Qui però sorge una domanda: come si può educare alla gratitudine se non c’è una spinta interiore a essere grati? Possiamo sperare di far vivere alle persone esperienze legate alla dimensione del dono e che queste suggeriscano (meglio, smuovano) qualcosa affinché queste sentano il desiderio di allenare una potenzialità come il senso di gratitudine. Ma questa strada mi sembra una scommessa su un cavallo che nemmeno conosciamo. Se una persona non sente di voler essere grato, difficile che lo sarà — magari lo sarà per imposizione (culturale, sociale, politica, …). Se c’è il desiderio, il movimento, c’è la potenzialità da poter allenare (magari repressa per le più diverse ragioni personali); ma se è repressa non posso allenarla se non partendo da qualcos’altro che c’è.

Ma usciamo dalla teoria e facciamo un esempio concreto. Supponiamo che Giorgio (nome inventato) venga in sessione di coaching da me e mi dica che sta male; sta male perché vede ma non riesce a riconoscere agli amici i meriti che questi hanno legati ai suoi successi personali: sente che gli altri lo aiutano a preparare gli esami all’università — da solo non avrebbe i successi che ha — , sente quindi che hanno un ruolo nei suoi successi, ma ogni volta dopo gli esami pubblicamente riconosce i meriti solo a se stesso e questo, non solo lo fa star male con se stesso, ma spesso provoca reazioni negative degli amici. Ecco, qui c’è probabilmente una potenzialità repressa, che è proprio la potenzialità della gratitudine (che come coach definisco come “la potenzialità relazionale di sentirsi grati per avere ricevuto un dono”).

Ora, stando al concetto di “educare alla gratitudine” mi sfugge come potremmo fare per aiutare Giorgio a uscire dalla sua situazione di sofferenza. Non posso educarlo alla gratitudine spiegandogli cosa sia la gratitudine e insegnandogli l’importanza sociale della gratitudine, quindi partendo dalla gratitudine stessa: se un atleta non salta gli ostacoli, non posso dirgli “adesso alleniamoci saltando gli ostacoli”. Dovrò prima rintracciare quelli che sono i suoi originali punti di forza attraverso i quali allenare il senso di gratitudine.

Torno all’esempio. Durante i nostri dialoghi, Giorgio mi fa capire che è cresciuto in una famiglia dove il concetto “tu, e solo tu, sei l’artefice dei tuoi successi” la fa da padrone. Interessante, perché comincio a capire che questo paradigma nel quale è cresciuto, inizia a stargli stretto, a diventare limitante rispetto ai contesti che vive e alle potenzialità che ha sviluppato e sta sviluppando nel suo percorso di crescita. Dovremo quindi tematizzare e lavorare su questo paradigma. Ma Giorgio mi fa anche capire che sente di stare bene quando sta in ambienti ricchi di persone e può sviluppare relazioni e si sente bene quando riesce ad esprimere sé stesso sia in relazione alle decisioni da prendere sia nelle relazioni con gli altri. Decidiamo allora di lavorare insieme facendo leva sulla sua forma spiccata di felicità (= felicità relazionale) e da una potenzialità che è chiaro lo faccia stare bene (= in questo caso l’integrità — la capacità di essere sempre sé stessi). In altre parole — concedetemi la metafora — prendiamo energia dalla potenzialità dell’integrità per allenare una potenzialità presente ma in sofferenza: il senso di gratitudine. Elaboriamo insieme quindi un piano d’azione per cui Giorgio — insieme a un lavoro complesso sul paradigma dominante legato all’esperienza familiare — può fare esperienza del benessere che prova esprimendo sé stesso anche quando ha l’opportunità di dire “grazie!” agli amici in determinate situazioni.

Questo caso presentato— molto semplificato perché non rispecchia un lungo e faticoso percorso di coaching umanistico ma ne delinea solo un aspetto per quanto rilevante— esprime come secondo me possiamo tradurre l’educazione alla gratitudine senza che questa resti un buon proposito nella sfera dei desideri individuali e sociali.

Simone Matrisciano

Coach Umanista ed Educatore — Coach Partner della Scuola di Coaching Umanistico. Insieme a te scopro e alleno le tue potenzialità

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