Paura

Nella mia piccola ma intensa vita, ho avuto paura una sola volta. Anzi, due.

Non è una questione di fifoneria, eh, anche perchè io sono abbastanza fifona e ciononostante, soprattutto con l’esperienza del Comitato pro Maresca, ho fatto cose che non credevo avrei mai potuto fare nella mia vita, cose che magari mi hanno messa a rischio, ma di cui non avevo paura perchè sapevo che avrei potuto utilizzare la parola, il dialogo, il confronto. Spavento, a volte, ma paura mai. La paura te la senti salire e scendere dentro lo stomaco.

Vigilia di Natale 2013, in città c’è da sempre la tradizione di scendere per strada e brindare in compagnia fino a ora di cena. Sono le cinque del pomeriggio, la gente inizia lentamente a scemare, siamo tutti più o meno giovani e più o meno vicini, fisicamente e anche ideologicamente, pure se oggi non si parla di politica, e non si guarda di sottecchi l’amico più o meno di sinistra, più o meno piddino, più o meno coerente: è la Vigilia di Natale, Cristo.

Nel giro di dieci secondi, il “cin” coi bicchieri di carta diventa il rumore assordante di una bottiglia spaccata sulla testa di un amico, che si accascia su se stesso e si tocca la tempia e si ritrova il suo sangue sulle dita. Nel giro un millesimo di secondo, attorno a noi succede il finimondo. Le persone si allontanano dall’epicentro del parapiglia, spingono, l’aria si fa pesante, un manipolo di ragazzi vestiti di nero si accentra e poi si allontana, corre. Corrono anche i tuoi amici, una parte dei tutti che erano là, a fare “cin” un minuto fa, a fare “cin” sperando invano di tornare a casa per cena in condizioni decenti e con la testa sulle spalle. Paura profonda, paura che sale al cervello e scende nelle ginocchia, mentre chi è rimasto inneggia alla calma e non c’è nulla di cui stare calmi e tutti si guardano e si contano, si riconoscono, trattengono il fiato e poi tornano a respirare.

Inverno scorso. A Torre del Greco viene valutata da parte dell’Amministrazione Comunale l’idea di aprire un centro per rifugiati, e gli abitanti della zona interessata iniziano a rumoreggiare per i pericoli che questa scelta potrebbe comportare per loro. In molti si discostano dalla protesta, mentre pochi ne diventano i leader indiscussi, e tra questi ci sono quattro, cinque persone di mia conoscenza; in questo contesto ancora civico e vertenziale, si inserisce CasaPound Comuni Vesuviani, che chiama a raccolta tutti i suoi adepti per una manifestazione pacifica, indovina un po’, nel piazzale antistante la Stazione Centrale cittadina.

Tutta la zona viene recintata da una dozzina di camionette della Polizia e tenuta sott’occhio da una cinquantina di persone tra Carabinieri, Polizia e Digos. Intravedo un paio di facce amiche, persone che si sono radunate fuori dal “quadrato magico” e che non possono accedervi per motivi di sicurezza, e che sono rossissime e arrabbiatissime perchè “tutta la feccia del Vesuviano si è radunata qua” e io non posso non entrare nel quadrato magico, io devo vedere, quindi faccio finta di non conoscerli e mi faccio largo, supero indenne il controllo visivo del poliziotto e sono nel quadrato. Percorro i primi venti metri e sono sola, ed è buio. Appena svolto sulla destra e sono quasi nello spiazzale vedo una grande nuvola nera, c’è un’unica macchia nera che fa ondeggiare bandiere tricolori e mantiene lo striscione, “No al centro d’accoglienza”. Sono al massimo in trenta, ma intimoriscono come se fossero cento, a prima vista; hanno preso possesso dello spiazzale e accendono fumogeni come cani che pisciano attorno al loro albero. Non riesco a distinguere le loro facce e non riesco a riconoscere la mia città, questo mi inquieta, mi fa accapponare la pelle, e poi penso ancora ai tirapugni negli zaini, ai vestiti che li rendono tutti uguali, alla voce che è una e una sola e non si sente una risata nè un sussurro, a quanto stasera questa città sia buia e a cosa succederà quando tutta la polizia andrà via e qualcuno di loro potrebbe non riprendere il treno e tornare a casa. A quanti di loro abitano a Torre del Greco. Questo, però, non mi fa ancora davvero paura, è solo la visione improvvisa ed evanescente del “che cosa sarebbe successo se”, ma sono di certo meno di trenta, la nicchia della nicchia della nicchia. Soli, isolati, distanti dal tessuto cittadino. Non sono nessuno.

La paura che sale e scende nello stomaco arriva adesso.

Di fronte allo spiazzale, proprio vicino a me, c’è un gruppo di signore che conosco bene, con cui ho condiviso la vertenza del Comitato pro Maresca lungo gli anni della mia adolescenza. Hanno dai 50 ai 75 anni, e hanno scoperto l’attivismo cittadino grazie a noi. Non è stato facile trovare dei punti d’accordo (infatti, a distanza di un anno, queste sedicenti signore hanno preso la loro strada), ma noi ci abbiamo sempre provato. La parola, il dialogo, il confronto. Alcune le detesto, altre le ho sopportate per così tanti mesi che mi sono simpatiche, ad altre ancora voglio bene sinceramente, nessuna di loro mi è indifferente. Adesso sono qua a perorare la causa dei fascisti pur non essendo in mezzo a loro, rimangono a guardarli, spalle al muro, in silenzio, mi intercettano con gli occhi e abbassano lo sguardo. Mi avvicino, la parola, il dialogo il confronto, ma qualcuno mi intima di andare via, chè quello non è il posto per me. Ha ragione. Qui non c’è una parola che sia una.

Anche loro, forse, hanno avuto paura di loro stesse.

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