Acqua, gli Inca contro la Bechtel

Simone Ramella
Mar 20, 2003 · 6 min read

«Per molti anni i governi hanno creduto che la fornitura di acqua potabile e lo smaltimento in sicurezza delle acque reflue fossero questioni troppo importanti per essere lasciate al business. Oggi sappiamo che non è così. La nostra azienda ha già dimostrato che risorse notevoli, applicate con professionalità da imprese private coscienziose, possono togliere dalle spalle dei governi un fardello notevole e trasformare così le vite dei cittadini».

Il messaggio che accoglie gli internauti, sul sito della International Water Limited, stride con il caso della Bolivia, dove l’apertura ai privati del mercato dell’acqua, decisa dal governo alla fine del 1999, per alcuni mesi trasformò per davvero le vite degli abitanti della città di Cochabamba. In peggio, però, visto che le bollette per la fornitura idrica subirono in un brevissimo arco di tempo aumenti in molti casi superiori al cento per cento. Protagonista negativa di questa vicenda, la società Aguas del Tunari, un consorzio controllato dalle più importanti imprese mondiali del business dell’acqua (il 50 per cento delle azioni appartiene, infatti, proprio alla International Water Limited, che a sua volta è di proprietà della statunitense Bechtel e della “nostra” Edison), cui il governo boliviano, su istigazione della Banca mondiale, aveva affidato il controllo della Semapa, l’azienda municipale di Cochabamba che gestiva la fornitura dell’acqua.

Manuel de la Fuente, professore di economia all’università di Cochabamba, di recente in Italia per partecipare alle giornate internazionali sull’acqua organizzate a Perugia dall’Università del bene comune, ha ricordato come, all’inizio del 2000, l’azione congiunta di sindacati, ordini professionali, associazioni di quartiere, contadini e operai, raggruppati nella Coordinadora en defensa del agua y de la vida, abbia costretto il governo boliviano a fare marcia indietro e a rinunciare ai suoi piani di privatizzazione. L’allontanamento dal paese della Aguas del Tunari ha rappresentato però solo il primo episodio di una lotta di resistenza che è ancora lontana dal concludersi.

A partire dalla metà degli anni ottanta, la Bolivia, incalzata dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale, ha privatizzato molti settori, dalle ferrovie al petrolio. Nel caso dell’acqua, però, la mobilitazione della società civile è riuscita a bloccare questo processo. Come è stato possibile?
Ai tempi degli Inca, prima della colonizzazione spagnola, l’acqua era considerata un dono della pachamama, la madreterra, e di Viracocha, il dio sole. La civilizzazione degli Inca aveva realizzato opere in grado di convogliare le acque dei ghiacciai delle Ande in ogni angolo dell’impero. Il sistema di gestione dell’acqua si basava sul lavoro comune, la cosiddetta mitta: ogni comunità doveva contribuire, a turno, alla costruzione e alla manutenzione di tutte le opere e le attrezzature idrauliche. In cambio, l’impero garantiva a tutti l’accesso all’acqua, anche nelle regioni dove era presente in quantità scarsa. La situazione è cambiata drasticamente dopo l’arrivo degli spagnoli, che hanno preso il controllo di tutte le risorse del territorio, ma il sistema della mitta è sopravvissuto in alcune aree del paese e, dopo la rivoluzione del 1952, l’acqua è tornata a essere gestita come all’epoca degli Inca. Per i contadini, dunque, è inconcepibile che l’acqua possa essere trasformata in una merce. Per loro, oltre a essere una risorsa preziosa, ha anche un importante valore culturale e simbolico, e rappresenta un elemento di forte coesione per le singole comunità.

Da dove deriva la forza della Coordinadora?
Si tratta di un’organizzazione molto orizzontale, che ha saputo mobilitare il capitale sociale, il capitale comunitario che esiste in Bolivia, dando spazio alle opinioni di tutti.

La copertina dell’Almanacco di Carta dedicato alla guerra dell’acqua

Nonostante il dietro-front di tre anni fa, il governo non sembra però essersi rassegnato ad abbandonare definitivamente i suoi piani…
È vero. Questo rischio è ancora presente e restano molte questioni da risolvere prima di considerare la partita davvero chiusa. Mi riferisco, per esempio, al problema dei permessi che il governo vuole imporre ai contadini per i loro sistemi di irrigazione, permessi che dovrebbero essere rinnovati ogni due anni. I contadini, viceversa, chiedono che l’attuale sistema di gestione dell’acqua venga automaticamente riconosciuto dallo Stato a tempo indeterminato, senza scadenze prefissate, perché non vogliono correre il rischio che il governo possa negare loro l’autorizzazione. Un’altra questione tuttora aperta riguarda l’organismo tecnico cui il governo vorrebbe affidare la supervisione di tutto il sistema idrico del paese. I funzionari di questo organismo, i superintendencias, dovrebbero segnalare eventuali problemi legati alla gestione dell’acqua e proporre soluzioni. I contadini però non si fidano, anche perché i funzionari generalmente rappresentano soltanto gli interessi delle grandi imprese e delle élites locali, e vogliono che questo compito di supervisione venga affidato a un “consiglio dell’acqua” che comprenda, oltre al governo, anche le organizzazioni dei contadini e le altre espressioni della società civile, in modo da favorire il dialogo e la mediazione tra gli interessi di tutte le parti coinvolte, oltre a garantire un certo controllo sociale sulle politiche dello Stato. Non bisogna poi dimenticare la questione dell’esportazione dell’acqua, che il governo avrebbe voluto vendere al Cile senza aver neppure valutato quale potrebbe essere l’impatto sui sistemi di approvvigionamento delle popolazioni frontaliere nella regione di Potosi, una delle aree più povere della Bolivia. Anche in questo caso la protesta popolare si è rivelata utile, perché ha spinto il governo a rimandare la decisione fino a quando non si conosceranno i risultati di uno studio sull’impatto ambientale.

Tutto bene, dunque?
In realtà l’intenzione del governo resta quella di privatizzare l’acqua, di trasformarla in una merce, per vendere i diritti di sfruttamento alle compagnie minerarie e alle multinazionali. Per ora sta semplicemente prendendo tempo, confidando in un eventuale indebolimento del fronte contrario alla privatizzazione.

In questo contesto, che ruolo può giocare il movimento transnazionale che si oppone alle politiche neoliberiste?
La solidarietà e il sostegno internazionale ha già da tempo un ruolo molto importante per la lotta contro la privatizzazione dell’acqua in Bolivia. Dopo la retromarcia del governo boliviano, la Aguas del Tunari, sotto la direzione della Bechtel, si è rivolta ai tribunali internazionali per chiedere un risarcimento di 25 milioni di dollari, che corrispondono ai profitti che, a suo dire, avrebbe realizzato se avesse continuato a gestire l’acqua a Cochabamba. Per contrastare questa iniziativa sono stati creati quattro comitati. Uno in Bolivia, su iniziativa della Coordinadora, per fare pressione sul governo e convincerlo a non scendere a patti con la Bechtel. Il secondo comitato è stato formato con l’aiuto dei sindacati Usa a San Francisco, dove c’è il quartier generale della Bechtel, per spingere l’azienda a rinunciare al risarcimento. Il terzo comitato è attivo a Washington, sede del Centro internazionale per la risoluzione delle controversie in materia di investimenti (Icsid), al quale si è rivolta la Aguas del Tunari, e il quarto è in Olanda.

Perché proprio in Olanda?
Perchè è lì che è stata spostata la sede legale della Aguas del Tunari, che inizialmente si trovava alle Isole Cayman, noto paradiso fiscale. Il trasferimento è avvenuto pochi mesi dopo l’avvio delle attività della compagnia a Cochabamba, e si spiega con il fatto che tra Bolivia e Olanda esiste un accordo bilaterale di protezione degli investimenti. È stato proprio grazie a questo accordo che la Bechtel ha potuto fare causa al governo boliviano. Il comitato cerca dunque di influenzare il governo olandese, affinché neghi il suo appoggio alla Bechtel, e lo fa sottolineando come l’aiuto effettivo fornito dall’Olanda per la cooperazione e lo sviluppo in Bolivia non possa coesistere con il sostegno a un’impresa come la Bechtel.

A parte i 25 milioni di dollari, qual è la vera posta in gioco di questo braccio di ferro?
Si tratta di evitare qualsiasi pretesto perché il governo colombiano possa scendere a patti e accordarsi con la Bechtel, garantendo per esempio all’azienda una corsia preferenziale nel momento in cui il clima sociale dovesse diventare meno ostile al progetto di privatizzazione dell’acqua. E bisogna fare in modo che la gente non perda fiducia nella Coordinadora, perché questo è proprio quel che si augurano il governo e le multinazionali. Non va poi dimenticato che la lotta contro la privatizzazione dell’acqua è una lotta che coinvolge tutti i paesi e tutti i popoli, non solo quello colombiano. Se noi vinceremo, altri vinceranno. Questa è una battaglia che dobbiamo combattere insieme.

Intervista pubblicata il 20 marzo 2003 sull’Almanacco del settimanale Carta dedicato alla guerra dell’acqua


Pubblicato originariamente su Ramella.org

Simone Ramella

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Sono un precario ante litteram che da piccolo sognava di fare il giornalista e poi ha fatto anche molte altre cose.

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