Le magliette di Prisciandaro

Simone Ramella
May 7, 2005 · 2 min read

«Ho sbagliato a indossare la maglia senza badare allo slogan, ma tutto è accaduto senza malafede. Ho voluto stare in curva con i tifosi senza lanciare messaggi di alcun tipo, ho solo fatto festa. Non è nel mio stile offendere». Questa la replica del bomber grigiorosso Gioacchino Prisciandaro alle accuse che gli sono piovute addosso dopo la gaffe commessa domenica scorsa a Grosseto, quando l’euforia da promozione lo ha spinto a indossare una maglietta molto “politically scorrect” nei confronti dei “cugini” piacentini.

In fondo non c’è motivo di dubitare della sua buona fede. Se gli odi e gli amori calcistici delle tifoserie, infatti, sono duri a morire (ma “Amo Cremona” non sarebbe meglio come slogan?), è improbabile che i professionisti della pedata, spesso costretti dalla carriera a tanti trasferimenti da un capo all’altro della penisola, arrivino a provare pulsioni così profonde. Chiedere a Fabio Capello per averne conferma.

In fatto di magliette, però, il centravanti della Cremonese è recidivo. Le cronache della trasferta in Toscana si sono limitate a stigmatizzare l’episodio della t-shirt indossata in curva, senza prestare attenzione all’altra maglia indossata dal bomber nel corso della giornata. Quella che si può “ammirare” anche nella foto qui accanto.

Il suo stile sportivo potrebbe far pensare che Jeffrey Dahmer sia un atleta d’oltreoceano. In realtà, come onestamente riporta anche un’altra scritta presente sulla maglia e come molti lettori ricorderanno, si tratta del “cannibale di Milwakee”. Un cannibale vero, non simbolico, responsabile tra gli anni ’80 e ’90 di almeno 15 omicidi, conditi da inumane efferatezze commesse sui cadaveri delle sue vittime. Arrestato nel 1991, morì in un carcere del Wisconsin tre anni dopo per mano di un altro ergastolano, che lo ammazzò con la convinzione di eseguire una volontà divina.

Non sappiamo dove Prisciandaro sia riuscito a scovare un simile capo di abbigliamento, ammesso che non si tratti di un altro regalo di qualche tifoso. Nel tentativo di scoprirlo ci siamo imbattuti in diversi siti Internet che di questo serial killer hanno fatto un lugubre business, mettendo in commercio tazze, felpe e altro merchandising a lui ispirato, ma una maglia identica a quella indossata a Grosseto dal cannoniere della Cremonese non siamo riusciti a trovarla. Siamo anche convinti che oltre a non odiare Piacenza l’attaccante grigiorosso, che ci auguriamo vesta la maglia della Cremonese anche il prossimo anno, non sia un fan delle gesta di questo serial killer a stelle e strisce.

Una cosa però è certa, e vale anche come consiglio: un personaggio pubblico come lui, che finisce spesso in tv e sulle pagine dei giornali, dovrebbe prestare un briciolo di attenzione in più a quello che indossa. È un piccolo prezzo da pagare alla notorietà.

Editoriale pubblicato il 7 maggio 2005 sul Piccolo Giornale di Cremona


Pubblicato originariamente su Ramella.org

Simone Ramella

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Sono un precario ante litteram che da piccolo sognava di fare il giornalista e poi ha fatto anche molte altre cose.

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