Libertà di stampa, Italia 40esima nel mondo

Simone Ramella
Oct 24, 2006 · 5 min read

Nel World Press Freedom Index 2006, il quinto rapporto sulla libertà di stampa nel mondo pubblicato oggi da Reporters sans frontières (Rsf), l’Italia figura al 40esimo posto — guadagnando così due posizioni rispetto all’anno precedente — ma è stata scavalcata da Paesi come Bolivia, Ghana, Bulgaria e Panama, e tra gli Stati dell’Europa occidentale precede (di poco) soltanto la Spagna. Il piccolo passo in avanti dell’Italia, precisa l’organizzazione, si deve «alla fine dell’era di Berlusconi» e soprattutto al fatto che durante l’ultima campagna elettorale il suo abuso degli spazi televisivi è stato ripetutamente criticato.

La maglia nera ancora alla Corea del Nord

La classifica della libertà di stampa, che quest’anno comprende 168 nazioni (ovvero quelle per cui è stato possibile raccogliere dati sufficienti), è capeggiata in coabitazione da quattro Paesi dell’Europa settentrionale — Finlandia, Irlanda, Islanda e Olanda — dove negli ultimi 12 mesi non sono stati registrati casi di censura, minacce, intimidazioni o aggressioni a danno di giornalisti. In particolare, i primi 15 posti sono tutti occupati da Paesi membri dell’Unione Europea, con le sole eccezioni di Norvegia e Svizzera, a conferma del primato del vecchio continente.

La maglia nera della repressione spetta invece, ancora una volta, alla Corea del Nord. «Purtroppo nell’ultimo anno nei Paesi in cui la libertà di stampa era più minacciata non è cambiato nulla — sottolinea Rsf — In Corea del Nord, Eritrea, Turkmenistan, Cuba, Birmania (Myanmar) e Cina, infatti, i giornalisti continuano a rischiare di morire o di essere imprigionati. Queste situazioni sono estremamente serie. È necessario, quindi, che i leader di questi Paesi prendano atto di queste critiche e mettano fine alle continue repressioni che gravano sui mezzi di informazione».

La buona notizia, invece, è che anche quest’anno alcuni Paesi delle regioni meno sviluppate del mondo hanno scalato diverse posizioni nella classifica della libertà di stampa, scavalcando anche gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei, Italia compresa. È il caso, in particolare, della Bolivia, balzata in un colpo solo dal 45esimo al 16esimo posto, che condivide con Austria e Canada. Rsf sottolinea inoltre l’ulteriore passo avanti della Bosnia Herzegovina, che dalla fine della guerra nella ex Jugoslavia è stata protagonista di un’ascesa graduale che l’ha portata fino all’attuale 19esima posizione.

Usa sempre più giù. Male anche Francia e Giappone

Fa scalpore in negativo, al contrario, l’ulteriore scivolone degli Usa, che hanno perso altre nove posizioni rispetto a un anno fa e oggi compaiono solo al 53esimo posto (nel 2002 erano 17esimi). Secondo Rsf i rapporti tra i media a stelle e strisce e l’amministrazione Bush «si sono gravemente deteriorati dopo che il presidente è ricorso al pretesto della “sicurezza nazionale” per sollevare sospetti sui giornalisti che hanno messo in discussione la sua guerra al terrorismo». L’organizzazione, in particolare, critica lo zelo dei tribunali federali, che rifiutano di riconoscere ai media il diritto di mantenere riservate le proprie fonti, anche nel caso di inchieste giornalistiche che non hanno nulla a che fare con il terrorismo.

Tra i casi citati con nome e cognome quello di Josh Wolf, un blogger freelance finito in prigione per aver rifiutato di consegnare il suo video-archivio. E quelli del cameraman sudanese Sami al-Haj, un dipendente della televisione satellitare araba Al-Jazeera rinchiuso senza processo nella base militare di Guantanamo fin dal giugno 2002, e di Bilal Hussein, fotografo dell’Associated Press trattenuto in Iraq dalle autorità americane a partire dall’aprile scorso.

Preoccupanti anche i passi indietro di Francia e Giappone. Il Paese transalpino, che pure precede l’Italia al 35esimo posto, dal 2002 ha perso 24 posizioni, cinque delle quali nell’ultimo anno, caratterizzato da un aumento delle perquisizioni nelle redazioni dei giornali e nelle abitazioni dei reporter. I giornalisti francesi sono rimasti vittime anche di numerose aggressioni durante la disputa sindacale scoppiata attorno alla privatizzazione dell’azienda corsa Sncm e nelle rivolte delle periferie del novembre 2005.

La caduta del Giappone dal 37esimo al 51esimo posto si deve invece all’emergere di un’ondata di nazionalismo, culminata nelle aggressioni di diversi giornalisti da parte di militanti di estrema destra (Uyoku) e nell’attentato al quotidiano finanziario Nihon Keizai Shimbun di Tokyo, colpito nella notte tra il 20 e il 21 luglio da una bomba che ha fatto molti danni ma — fortunatamente — nessuna vittima.

Le vignette anti-Maometto costano il primo posto alla Danimarca

Le minacce piovute contro gli autori delle vignette satiriche del profeta Maometto pubblicate dal giornale Jyllands-Posten hanno fatto perdere alla Danimarca il primato di un anno fa. «Per la prima volta in anni recenti — osserva a questo proposito Rsf — in un Paese molto rispettoso delle libertà civili alcuni giornalisti hanno dovuto ricorrere alla protezione della polizia».

La stessa vicenda è costata uno slittamento di quattro posizioni anche allo Yemen, dove diversi giornalisti sono stati arrestati e alcune testate sono state chiuse per aver ripubblicato le vignette incriminate. E persecuzioni analoghe, ricorda l’organizzazione, hanno avuto luogo in Algeria, Giordania, India e Indonesia.

Fatta eccezione per lo Yemen e l’Arabia Saudita, comunque, nella classifica appena pubblicata i Paesi della penisola araba hanno migliorato parecchio le proprie posizioni. Su tutti spicca il Kuwait, che precede al 73esimo posto gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, rispettivamente in 77esima e 80esima posizione.

La (poca) libertà di stampa nella Russia di Putin

A pochi giorni dall’assassinio di Anna Politkovskaja, il giudizio di Rsf non poteva essere tenero con la Russia di Vladimir Putin, che figura al 147esimo posto, nove più in basso rispetto al 2005. L’organizzazione, in particolare, ricorda che continua a restare impunito l’omicidio di Paul Klebnikov, il direttore dell’edizione russa di Forbes ucciso a Mosca il 9 luglio del 2004, e sottolinea che «gruppi industriali vicini al presidente Putin stanno progressivamente assumendo il controllo di quasi tutti i mezzi di informazione indipendenti», con conseguenze immaginabili in un Paese che soffre già di un forte deficit, per usare un eufemismo, di democrazia.

Le cose non vanno meglio in Asia centrale, dove il presidente Islam Karimov continua a governare con piglio sovietico l’Uzbekistan, al 155esimo posto della classifica stilata da Rsf. La situazione si è ulteriormente deteriorata dopo la rivolta del maggio 2005 ad Andijan. Per i giornalisti stranieri, considerati alla stregua di agitatori e terroristi, è diventato sempre più difficile ottenere visti di ingresso nel Paese, e le redazioni dei corrispondenti della Bbc e di Radio Free Europe/Radio Liberty sono state chiuse.

La classifica completa del World Press Freedom Index (.pdf — 103 Kb)


Pubblicato originariamente su Ramella.org

Simone Ramella

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Sono un precario ante litteram che da piccolo sognava di fare il giornalista e poi ha fatto anche molte altre cose.

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