Pedofili, la lista della vergogna

Simone Ramella
Aug 31, 2000 · 6 min read

Come uccellacci che volteggiano nel cielo in attesa di piombare sulla loro preda, gli sciacalli della politica non hanno esitato a cavalcare l’onda del dolore e della rabbia provocata dalla morte delle piccole Hagere Kilani e Graziella Mansi, le due bambine brutalmente assassinate a distanza di poche ore a Imperia e Andria.

È davvero desolante lo spettacolo di opportunismo messo in scena da questi politici, che invece di affrontare in modo serio un problema grave come quello della pedofilia, non esitano a strumentalizzare per i soliti fini, quelli elettorali, la comprensibile voglia di vendetta e di giustizia dei parenti delle due giovani vittime.

Per Alessandra Mussolini, nipote del Duce e deputato di Alleanza Nazionale, l’unico modo per evitare nuove violenze ai danni dei bambini è quello di castrare chimicamente i pedofili o, in via alternativa, il loro isolamento sociale a vita in strutture ad hoc. Va oltre Irene Pivetti, già autorevole esponente leghista e presidente della Camera, che ora si deve accontentare della presidenza dell’Udeur di Mastella: «Capisco il linciaggio — ha spiegato senza esitazioni — La pedofilia è un reato contro l’umanità, l’unico per il quale temo che la pena di morte sia necessaria. Se si facesse un referendum sulla pena di morte per i pedofili, gli italiani risponderebbero sì».

Resta però da vedere se la pena di morte, vendetta a parte, servirebbe a evitare il ripetersi di casi simili. L’esperienza degli Stati Uniti, dove la pena capitale continua a essere largamente praticata a dispetto degli appelli del Papa e dell’Europarlamento, sembra provare il contrario.

Maurizio Gasparri, altro esponente di Alleanza Nazionale, oltre a invocare pene più severe per i reati contro i bambini, ha annunciato invece l’intenzione di pubblicare sulla sua rivista telematica la lista dei pedofili condannati: «Non c’è garante della privacy che tenga — ha affermato il parlamentare, già assurto a notorietà per le sue crociate antidroga — Le notizie certe e verificate sui responsabili di pedofilia devono essere divulgate. Non c’è forse un bollettino dei protesti? Forse che chi emette una cambiale a vuoto è più pericoloso di un pedofilo?».

Gasparri è stato però bruciato sul tempo da Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Libero, che il 23 agosto ha pubblicato i primi 16 nomi di una lista di persone condannate con sentenza definitiva per reati sessuali sui minori. «Ora si continuerà a discutere se sia eticamente accettabile l’esposizione di nomi e cognomi di chi si è reso responsabile di un reato quale la violenza (e simili) sui minori e se serva a prevenire — ha scritto Feltri nel suo editoriale — Non sono sicuro di niente tranne che di una cosa: rimanere inerti di fronte a bambini sottoposti ad atti di libidine da parte di adulti, seviziati e magari uccisi, accoltellati e bruciati, è peggio».

La scelta di Libero ricalca quella presa poco più di un mese fa dal giornale domenicale inglese News of the World, che ha deciso di dare il via alla pubblicazione di nomi e fotografie di diversi pedofili. Una decisione accolta con entusiasmo dalla maggioranza dei lettori, ma osteggiata dalle autorità e dalle forze dell’ordine, convinte che la pubblicazione della lista potesse scatenare una caccia all’uomo da parte dei comuni cittadini. Questi timori hanno trovato puntualmente conferma nei fatti di cronaca, tanto da spingere il direttore del giornale, Rebekah Wade, a sospendere la campagna antipedofili.

La marcia indietro del News of the World evidentemente non è servita da lezione a Feltri, che fin dai tempi della direzione del Giornale si è guadagnato la fama di giornalista ruvido e senza peli sulla lingua. Eppure anche un duro come lui nell’editoriale del 23 agosto ha confessato un timore, quello «che fra i pedofili (il cui nome è stato pubblicato da Libero, ndr) ci sia un padre di famiglia i cui figli vengano poi guardati dai compagni di giochi o di scuola come ragazzi da non frequentare. Sarebbe per loro un supplemento di sofferenza immeritata. Ma ci sono momenti in cui il rischio vale la pena, e questo lo è».

Ma vale davvero la pena correre questo rischio? I dubbi in proposito sono più che giustificati e sono stati ben illustrati dal procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, che ha sottolineato come molti pedofili siano sconosciuti alla legge. È il caso degli assassini delle piccole Hagere e Graziella, che non avevano precedenti di questo tipo e non sarebbero dunque comparsi in nessuna lista. Per Vigna, inoltre, «la lista può avere il peso di una condanna definitiva, mentre in molti casi persone già coinvolte in casi di pedofilia, una volta curate, sono state recuperate». Senza dimenticare gli episodi di aggressione, minacce, case incendiate, in cui sono incappati in altri Paesi i pedofili i cui nomi erano stati pubblicati sui giornali.

Di fronte alla brutalità degli omicidi di Imperia e Andria, le aggressioni e le minacce ai danni dei pedofili possono apparire come un rischio che vale la pena affrontare per proteggere altri bambini. Si tratta, però, di un ragionamento degno del far-west, che non dovrebbe trovare spazio e megafoni compiacenti in un Paese civile, o presunto tale, come l’Italia. A scoraggiare la voglia di linciaggio dovrebbe bastare il caso di quel commerciante romano, padre di una bambina di tre anni, che ha trovato il suo nome pubblicato nella lista di “Libero”. Un semplice caso di omonimia, che ha però fatto infuriare l’uomo, terrorizzato dall’idea di essere scambiato per un pedofilo: «Pubblicare dei nomi così, senza un criterio, è da criminali. Sono sicuro che chi mi conosce si metterà a ridere, ma tutti quelli che non mi conoscono…».

Difficile dire se anche il problema dell’omonimia rientri tra i rischi che per Vittorio Feltri vale la pena di correre per il bene dei bambini (e della tiratura del suo quotidiano). Di certo non si tratta dell’unica pecca della crociata condotta da Libero, che nella sua lista della vergogna inserisce di tutto un po’, dal padre condannato perché abusava della figlia, alla madre finita in carcere perché fingeva di non sapere nulla delle violenze perpetrate dal marito nei confronti dei due figli, passando per le tre donne finite dietro le sbarre per un reato connesso alla violenza sessuale su minori: in pratica avevano concesso a un pedofilo le proprie abitazioni per permettergli di abusare di una ragazzina.

La colpevolezza di queste persone non è in discussione ed è stata sanzionata dai magistrati, ma è giusto mettere sullo stesso piano la madre che finge di non sapere nulla con il padre che violenta la figlia? È giusto etichettarli tutti, padre, madre, donne, come pedofili irrecuperabili?

Rispondere non è facile, ma questa incertezza testimonia la necessità di approfondire gli studi e le riflessioni su un fenomeno ancora poco conosciuto come quello della pedofilia, che porta con sé effetti devastanti per le vittime, ma anche per i pedofili e per la società nel suo complesso. Non sarà il tipo di soluzione che piace a Feltri, ma è l’unica soluzione che ha qualche chance di successo. A questo proposito, sono condivisibili le parole del ministro della Solidarietà sociale, Livia Turco, che commentando le uscite di Gasparri, Pivetti e Mussolini ha detto: «Non condivido il cinismo per cui succedono episodi sconvolgenti e ci si inventano proposte che poi sono dimenticate il giorno dopo. Un problema va preso sul serio studiandolo e affrontandolo».

A Vittorio Feltri e agli altri giornalisti tentati dall’idea di pubblicare liste di pedofili, vale la pena ricordare il contenuto della Carta di Treviso, un codice di deontologia varato il 5 ottobre del 1990 al termine di un convegno che ha avuto luogo a Treviso per iniziativa della Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) e dell’Ordine dei Giornalisti, in collaborazione con Telefono Azzurro. La Carta prevede il rispetto dei minorenni sia come autori che come vittime di reati. Si tratta di un rispetto che i giornalisti sono tenuti a garantire con il mantenimento dell’anonimato e la rinuncia a pubblicare elementi che ne consentano, anche indirettamente, l’identificazione.

Questo tipo di tutela è estesa anche a fatti che non costituiscono reati (suicidi di minori, adozioni, affidamenti). I mezzi di informazione devono inoltre farsi carico della responsabilità di valutare se quanto intendono pubblicare sia davvero nell’interesse dei minori. Nel caso di minori rapiti o scomparsi, la pubblicazione dei loro dati personali e la divulgazione di immagini può avvenire solo dopo aver verificato il preventivo assenso dei genitori e del giudice competente.

È chiaro che la scelta di Libero di pubblicare nomi e cognomi di pedofili condannati in via definitiva, e in particolare quelli di padri e madri che abusavano dei figli, viene meno al rispetto dei minorenni previsto dalla Carta di Treviso perché non tutela l’anonimato delle vittime. Per il direttore Feltri si tratta di una decisione sofferta ma inevitabile, ma sarebbe interessante conoscere l’opinione in proposito dell’Ordine dei Giornalisti, che tra i suoi compiti ha anche quello di vigilare sul rispetto della deontologia professionale.


Pubblicato originariamente su Ramella.org

Simone Ramella

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Sono un precario ante litteram che da piccolo sognava di fare il giornalista e poi ha fatto anche molte altre cose.

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