«Riattivare Caorso? Ormai è impossibile»

Simone Ramella
Feb 5, 2005 · 7 min read

Se il nucleare avrà davvero un futuro in Italia, come auspica il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, questo futuro non passerà per la centrale nucleare di Caorso, che entro il 2020 sarà smantellata definitivamente. A stilare il certificato di morte definitivo per Arturo, come è stato ribattezzato il reattore nucleare che sorge nel territorio piacentino a una ventina di chilometri da Cremona, sono i responsabili della Sogin, l’ente cui il governo ha affidato il compito di smantellare le centrali nucleari italiane.

Raccogliendo l’assist di Berlusconi, Paolo Fornaciari, uno dei padri storici del nucleare in Italia ed ex responsabile di Enel in questo settore di attività, ha sostenuto che «se si decidesse di tornare al nucleare, le centrali di Caorso e Trino Vercellese si potrebbero riavviare nel giro di 12–15 mesi», aggiungendo che il riavvio di queste centrali «costerebbe una frazione infinitesimale rispetto ai fondi necessari per il loro smantellamento».

La replica dei dirigenti della Sogin, comunicata nel corso di una conferenza stampa organizzata giovedì mattina all’interno dell’impianto di Caorso, è pacata quanto perentoria: «Riavviare la centrale ormai è impossibile». A scandire più volte il concetto, di fronte all’insistenza dei giornalisti, è stato l’ingegner Angelo Papa, direttore tecnico di Sogin, che ha spiegato che «non è possibile riattivare l’impianto perché lo smantellamento è già in fase avanzata, non ci sono più alternatore e turbine, il combustibile fresco è stato venduto e mancano le ricariche, che è molto complicato procurarsi sul mercato».

E se il governo decidesse di procedere comunque in questa direzione, stanziando tutti i fondi necessari per far tornare la centrale in attività? Niente da fare, disco rosso anche in questo caso, perché, ha precisato Papa, «la centrale di Caorso è rimasta ferma per troppo tempo e per riprendere la normale attività dovrebbe ottenere una nuova licenza di esercizio rilasciata dall’autorità di controllo, l’Apat. Questa autorizzazione, però, verrebbe rilasciata solo se la centrale fosse in regola con gli standard attuali, ma l’adeguamento a questi standard non potrebbe mai essere autorizzato, anche perché gli addetti dovrebbero lavorare sotto il reattore, con conseguenze letali per la loro salute». Riattivare Caorso, dunque, non conviene né per motivi sanitari, né per motivi economici. «Nel caso — ha aggiunto Papa per non lasciare spazio a ulteriori dubbi — sarebbe molto più conveniente costruire una centrale ex novo».

A condannare a morte certa Arturo, quindi, è stata la lunga inattività. Terminata di costruire nel 1978, dopo circa dieci anni di lavoro nella campagna piacentina, la centrale era entrata in funzione all’inizio degli anni Ottanta, con una potenza pari a 840 megawatt. Nel 1987, però, la sua attività fu bloccata a seguito dell’esito del referendum con il quale gli italiani, scioccati dalle tremende conseguenze dell’incidente avvenuto l’anno prima nella centrale di Chernobyl, in Ucraina, dissero “no” all’uso dell’atomo per produrre energia elettrica.

La conferenza stampa alla centrale nucleare di Caorso del 3 febbraio 2005. Da sinistra, Renzo Guerzoni, Ugo Spezia (in piedi), Angelo Papa e Marco Del Lucchese

Da allora l’impianto ha smesso di produrre energia ma ha continuato a essere curato da una nutrita truppa di tecnici, come impongono le lunghe procedure di dismissione degli impianti nucleari. «Nel 1987, appena fermato l’impianto, i costi di gestione erano pari a 30 miliardi annui di vecchie lire, con un personale di 380 unità», ha spiegato l’ingegner Renzo Guerzoni, che lavora a Caorso dal 1980 e che poco più di un anno fa ha assunto la direzione della struttura. Oggi il numero dei dipendenti è sceso a quota 145. Un numero comunque consistente, anche perché come ha evidenziato l’ingegner Marco Del Lucchese, responsabile di Sogin per la disattivazione degli impianti nucleari, «la legge impone la presenza fissa sul posto di determinate figure con capacità specifiche».

È stato proprio Del Lucchese a indicare nel 2020 l’anno entro cui la centrale di Caorso sarà completamente smantellata, anche se l’esperienza insegna che quando si tratta di impianti nucleari le date vanno sempre prese con le pinze. «Prima di Natale — ha precisato infatti il responsabile di Sogin per la disattivazione delle centrali — il programma di smantellamento di Caorso prevedeva la conclusione delle operazioni entro il 2018. Dopo il decreto del 2 dicembre scorso, però, abbiamo dovuto riconsiderare tutte le previsioni, e visto che il provvedimento stabilisce che il decommissioning debba avvenire entro 20 anni, abbiamo spostato la scadenza un paio d’anni in avanti. Lo smantellamento vero e proprio a Caorso inizierà forse nel 2009, ma prima di procedere bisognerà eliminare tutto il combustibile irradiato ancora presente». I programmi di disattivazione prevedono come stadio finale il raggiungimento di quello che è stato battezzato il “prato verde”, un’immagine bucolica utilizzata per indicare il momento in cui il terreno occupato dalla centrale sarà completamente decontaminato e potrà tornare a disposizione della comunità locale.

Di fronte al filo spinato che circonda tutta l’area, ai militari che la presidiano per evitare attentati o il furto del materiale radioattivo e alla torre bianca alta diverse decine di metri che sovrasta la zona circostante, è difficile riuscire a immaginare quel momento. Ugo Spezia, responsabile comunicazione di Sogin, ha assicurato, però, che non si tratta di un sogno irrealizzabile e che «saranno gli amministratori locali a decidere cosa fare delle aree recuperate». Tutto questo a patto che nel frattempo non emerga un’altra destinazione possibile per l’area. Oltre all’ipotesi formulata proprio in questi giorni dal ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, la stessa Sogin, come ha precisato Spezia, «ha nel suo mandato operativo anche il compito di elaborare dei piani di sviluppo per i territori attualmente occupati dalle centrali. Per Caorso le ipotesi sulla carta sono tante, ma per ora non c’è nulla di concreto».

Per l’ingegner Papa, comunque, sarebbe un peccato abbattere gli edifici della centrale, «perché sono molto robusti, sono stati costruiti per resistere ai terremoti e una volta decontaminati potrebbero essere utilizzati senza alcun rischio per qualsiasi scopo, dalla protezione civile alle attività commerciali o sociali». Anche se l’idea che un giorno sul sito della centrale possa sorgere una scuola è di per sé affascinante, resta da vedere, però, in quanti sarebbero felici di mandarci a studiare i propri figli. Il sospetto, infatti, è che gli abitanti di Caorso, dopo anni di tormentata convivenza con l’impianto, al posto di Arturo preferirebbero vedere solo un semplice e banale prato verde.

Al via la procedura per lo smaltimento delle scorie

Sarà come ha detto Berlusconi, ovvero che avere le centrali a pochi metri di distanza o a diversi chilometri comporta lo stesso pericolo, ma osservare da vicino le barre radioattive adagiate nelle piscine della centrale di Caorso fa comunque un certo effetto, e non certo tranquillizzante. L’avviso di gara europea che precede l’emissione del bando vero e proprio per affidare il trasferimento all’estero di queste scorie altamente radioattive è partito qualche giorno fa e a contendersi l’assegnazione saranno due società specializzate: la francese Cogema e l’inglese Bnfl.

Ad annunciarlo a Caorso, in un’affollata assemblea pubblica, è stato Giancarlo Bolognini, amministratore delegato di Sogin, che ha anche preannunciato le tappe e le date della dismissione prossima ventura: «Contiamo di arrivare alla firma del contratto entro maggio o giugno 2005 — ha detto — Il primo trasporto dovrebbe avvenire alla fine del 2005 e l’ultimo tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. A quel punto si potrà dare il via allo smantellamento vero e proprio della centrale».

Gli elementi di combustibile irraggiato adagiati nelle piscine della centrale sono 1.032, pari a 187 tonnellate, e la loro destinazione sarà la Francia o l’Inghilterra, dove in base al contratto che verrà stipulato potranno restare stoccate fino a 20 anni, per un costo che è stato stimato in circa 300 milioni di euro. Nel frattempo il nostro paese dovrebbe finalmente riuscire a individuare un sito nazionale di stoccaggio delle scorie radioattive. Compito, questo, che il governo ha assegnato al generale Jean, della Sogin.

Piscina con le barre radioattive all’interno della centrale nucleare di Caorso

Per Caorso il Mit propone nuovi laboratori

«A Caorso potrebbero trovare posto dei nuovi laboratori sul nucleare». Questo la rivelazione fatta al Corriere della Sera dal ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, e pubblicata dal quotidiano milanese giovedì 3 febbraio, proprio il giorno in cui il ministro era atteso alla centrale per una visita, annullata all’ultimo momento per non meglio precisati «motivi di salute».

Il ministro, che nelle ultime settimane ha reagito piuttosto freddamente alle uscite del premier Berlusconi su un possibile ritorno dell’Italia al nucleare, ha spiegato al Corriere che il sito di Caorso potrebbe piuttosto ospitare un centro di ricerca internazionale sulla fusione calda, considerata da alcuni addetti ai lavori una delle opzioni energetiche relativamente pulite del futuro.

«È un’ipotesi che stiamo prendendo in considerazione e che non interferisce con le attività di smantellamento in corso — ha spiegato Matteoli — In tal senso abbiamo ricevuto un’offerta dal Massachussetts Institute of Technology, che in una lettera mi ha suggerito di utilizzare le strutture per attività di ricerca a livello internazionale sulla fusione, come potrebbe essere il progetto “Ignitor” del professor Bruno Coppi». Sulla presa di posizione pro-nucleare di Berlusconi il ministro se la cava con una battuta striminzita, «bene ha fatto a sollevare il problema dell’approvvigionamento energetico», salvo ribadire che «l’idea di riattivare Caorso è impraticabile».

All’interno dell’impianto, l’annuncio del ministro sulla possibile creazione in loco di nuovi laboratori di ricerca sul nucleare ha colto un po’ tutti di sorpresa. «Non ci sembra utile entrare nel merito della proposta», ha spiegato l’ingegner Del Lucchese, precisando però che «siamo ancora molto lontani dal poter utilizzare la fusione come fonte di energia. Gli esperti dicono che bisognerà aspettare almeno 40 anni». I responsabili della Sogin, comunque, assicurano che i rischi derivanti dalla presenza di laboratori di questo tipo sarebbero nulli. «È un’ipotesi che in ogni caso ci riguarda solo marginalmente — ha aggiunto Del Lucchese — Come Sogin, infatti, il nostro ruolo rispetto ai laboratori sarebbe limitato e non di tipo tecnico».

Articolo pubblicato il 5 febbraio 2005 sul Piccolo Giornale di Cremona


Pubblicato originariamente su Ramella.org

Simone Ramella

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Sono un precario ante litteram che da piccolo sognava di fare il giornalista e poi ha fatto anche molte altre cose.

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