Un lento, costante declino (1927–1938)

Simone Ramella
Nov 7, 1993 · 3 min read

Il sorprendente secondo posto nel girone B di prima divisione della stagione 1925–26 rappresentò il punto più alto raggiunto dalla Cremonese nella prima fase della sua storia. Da allora cominciò un lento ma costante declino. Il cammino della società di via Persico si tinse sempre più di grigio, come quelle vecchie fotografie in bianco e nero maltrattate dal tempo, che rappresentano l’unica testimonianza visiva di quegli anni lontani.

La partenza dell’ungherese Jezmas, vera punta di diamante dell’attacco, e dei migliori talenti locali, accalappiati dalle ricche squadre delle grandi città, obbligò i grigiorossi a ridimensionare notevolmente le proprie ambizioni. Per qualche tempo la Cremonese riuscì a barcamenarsi nelle acque sempre più agitate del campionato, ma al termine della stagione 1929–30 la retrocessione fu inevitabile. E dolorosa.

Proprio nell’estate di quel 1930 il calcio celebrò la sua nuova dimensione internazionale con la disputa della prima edizione della Coppa del Mondo, in Uruguay. Un’edizione in tono minore, con 13 nazionali soltanto ai nastri di partenza, e l’Italia assente. Intanto il pubblico grigiorosso aveva progressivamente abbandonato la Cremonese al suo destino. Un destino che all’inizio degli anni Trenta non sembrava riservare altro che qualche mediocre piazzamento in serie B.

Meglio dedicare l’attenzione, quindi, a quanto stava accadendo a livello nazionale ed internazionale. Al congresso di Stoccolma dell’ottobre 1932 i delegati italiani della Federazione calcio erano riusciti a far assegnare al nostro paese l’organizzazione della seconda edizione della Coppa del Mondo. Così, dopo una prima fase eliminatoria, il 27 maggio del 1934 presero il via i primi mondiali “made in Italy”, con la partecipazione delle rappresentative di 16 nazioni.

L’Italia, giocando in casa, era una delle squadre favorite. Il commissario tecnico Vittorio Pozzo poteva contare sulle prodezze dei frombolieri Meazza e Schiavo, sulle parate dello juventino Combi, e sulle giocate dal sapore sudamericano dell’oriundo Orsi. Tutti personaggi entrati di diritto nella leggenda dello sport della pedata. La nostra nazionale rispettò il pronostico e si aggiudicò la Coppa battendo la Cecoslovacchia per due a uno nella finale del 10 giugno.

La partita si disputò a Roma, allo stadio del Fascio, l’attuale Flaminio. In tribuna, a raccogliere gli applausi e la gloria del successo, il Duce, seduto accanto ai principi di Savoia. Alla radio, a raccontare le gesta degli atleti a tutti gli italiani, il mitico Niccolò Carosio: la sua voce sarebbe diventata sempre più familiare agli sportivi della penisola.

Fu una vittoria quasi obbligata per gli azzurri. I gerarchi del regime avrebbero infatti mal sopportato una sconfitta. Anche il calcio doveva contribuire a dare dell’Italia un’immagine forte, virile, potente. La stessa ostentata con orgoglio dal fascismo. Un’immagine sapientemente costruita, che la nazionale contribuì ad irrobustire con la sua impresa.

La Cremonese, intanto, vivacchiava tra la serie B e la C. Le sfide con le grandi del calcio italiano rappresentavano ormai un capitolo chiuso per la società di via Persico. Il presente non aveva imprese memorabili da regalare, qualche soddisfazione però sì. Il cremasco Olmi, per esempio, dopo due stagioni disputate in maglia grigiorossa, approdò prima al Brescia, poi all’Inter, e partecipò come riserva ai Campionati del Mondo del 1938, in Francia. In quell’occasione l’Italia di Piola e Meazza confermò la sua supremazia in campo internazionale, e nella finalissima di Parigi superò l’Ungheria con il perentorio punteggio di quattro a due.

Purtroppo non tutti i giocatori della Cremonese ebbero la fortuna di Renato Olmi. Il terzino Aristide Rossi, impegnato con i grigiorossi nella serie B del 1936–37, perse la vita in seguito a un incidente di gioco avvenuto durante la partita esterna di Messina.

Quarto capitolo della storia della Cremonese, pubblicato il 7 novembre 1993 su Forza Cremonese, mensile ufficiale della società grigiorossa


Pubblicato originariamente su Ramella.org

Simone Ramella

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Sono un precario ante litteram che da piccolo sognava di fare il giornalista e poi ha fatto anche molte altre cose.

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