Vespe, merli e altri animali. La fattoria della retorica ai tempi della “guerra al terrorismo”

Simone Ramella
Nov 24, 2003 · 6 min read

È difficile evitare di essere retorici quando si parla di retorica. Lo dimostra bene il corsivo di Francesco Merlo sui carabinieri caduti a Nassiriya, pubblicato lunedì 17 novembre sulla prima pagina di Repubblica (e, per chi non l’avesse letto, anche sul sito del quotidiano). Partendo dall’affermazione che «la retorica non fa bene ai carabinieri», Merlo infatti se la prende con le barzellette, avventurandosi in una lunga e contorta dissertazione per sostenere la tesi secondo cui «dopo i funerali di Stato, lentamente ma con tutta la loro forza, i pregiudizi ormai secolari sui carabinieri si riproporranno tutti, perché è più facile disintegrare un atomo che distruggere un luogo comune».

Il tutto tirando in ballo, riga dopo riga, Fabrizio De André, il generale golpista De Lorenzo, la Grande Guerra, il generale Dalla Chiesa, Luca Casarini, Salvo D’Acquisto e Mario Placanica, «che, a Genova, smarrito in un agguato di piazza e armato da panico e confusione, per legittima difesa ha lasciato a terra esanime un ragazzo come lui, un suo sosia, il suo ritratto di Dorian Gray, il povero Carlo Giuliani che ancora oggi viene usato per alimentare la retorica contro i carabinieri».

Smarrita nelle sue stesse argomentazioni, l’ex firma del Corriere della Sera conclude il suo pezzo anti-retorica con un crescendo molto retorico. «Il funerale di un soldato è un nucleo d’onore attorno a cui si raccolgono gli italiani, i buoni italiani — scrive Merlo — Quando moriva un acheo si raggruppavano tutti i migliori guerrieri del campo e su loro sputacchiava l’astioso e miserabile Tersite che aveva sempre un motivo per tentare di disonorare l’onore dei soldati, immaginandoli come ragazzi allo sbaraglio, pennacchi inadeguati, “piume di pollo”, vittime sprovvedute incolpevoli e inconsapevoli di una presunta e giusta resistenza. Invece oggi nella camera ardente e domani al funerale celebriamo il costo che la nostra complessa e fragile civiltà paga per stare in piedi. Se restiamo in piedi, senza lacrime, lo dobbiamo a questi morti che ci sorreggono e ci confortano, ai carabinieri che hanno saputo essere migliori di noi pur essendo poveri ragazzi come noi. Ebbene, i migliori non si piangono, i migliori si imitano».

Forse è proprio in virtù di queste acrobazie d’inchiostro, che mettono a dura prova la pazienza del lettore, che l’opinionista della Repubblica si è guadagnato un posto di rilievo sulle pagine dei più importanti quotidiani italiani. Un cronista di provincia, infatti, si sarebbe limitato a prendere atto del fatto che i carabinieri, al pari dei dipendenti pubblici, dei piccoli imprenditori e dei metalmeccanici, sono tanti, e dunque è normale che tra di loro possano convivere brave persone come Salvo d’Acquisto e loschi figuri come il generale De Lorenzo.

A differenza di dipendenti pubblici, piccoli imprenditori e metalmeccanici, però, intorno ai carabinieri è fiorita una vasta produzione di fiction televisive, dal “Maresciallo Rocca” della Rai ai “Carabinieri” targati Mediaset. Il perpetuarsi di barzellette intorno agli uomini dell’Arma, che tanto rammarica Francesco Merlo, è anche il frutto di questa sovraesposizione mediatica, che porta inevitabilmente al raffronto quotidiano tra il carabiniere televisivo, incarnato dal bonario Proietti e dalla maggiorata Arcuri, e i tanti carabinieri in carne e ossa che popolano le caserme della penisola.

Quello delle barzellette, però, è un fenomeno che invece di gettare fango sulla Benemerita testimonia, semmai, quanto sia radicata la sua presenza nell’immaginario collettivo. Del resto, in un paese che si è scelto come capo del governo un uomo capace di ironizzare su Mussolini e sui campi di sterminio, le barzellette sui carabinieri, una volta elaborato il lutto, sono il minimo che ci si possa attendere.

Parafrasando l’attacco del corsivo di Francesco Merlo, viene piuttosto da dire che la retorica che trasuda dai commenti sui tragici eventi di questi giorni fa male all’Italia e a tutti gli italiani, non solo a quelli che indossano una divisa. La copertura mediatica, e soprattutto televisiva, riservata all’attentato contro i nostri soldati suggella infatti un mutamento significativo, per quanto ignorato, nella storia dell’informazione del nostro paese. È quella che, con un ardito neologismo, potrebbe essere definita la “dianizzazione” dei mass media italiani, dal nome della principessa del Galles rimasta vittima di un incidente stradale nell’estate del 1997.

La condanna a pubblico ludibrio che in Inghilterra, nelle settimane successive all’incidente, colpì qualsiasi opinione fuori dal coro di beatificazione della principessa, trova infatti un’eco molto simile nella stragrande maggioranza delle cronache di questi giorni, che ruotano intorno alla ripetizione ossessiva di alcune parole d’ordine come patria, eroi, onore e sacrificio, di fronte alle quali non viene ammessa alcuna possibilità di replica.

Il giornalismo nostrano, tanto affezionato al condizionale, strumento linguistico perfetto per tirare il sasso nascondendo la mano, all’improvviso riscopre le virtù di indicativo e imperativo. Così Francesco Merlo ci ammonisce, come abbiamo visto, affermando che «i migliori non si piangono, i migliori si imitano», mentre Bruno Vespa, aprendo la puntata di Porta a porta nel giorno dei funerali dei caduti di , ci informa, anzi ci intima, che «oggi, dopo tempo immemorabile, l’Italia è davvero unita». A prescindere che lo sia davvero e dai sondaggi di Renato Mannheimer.

Tra gli studi sulle comunicazioni di massa, l’ipotesi dell’agenda-setting sostiene che i mass media hanno il potere di fissare l’agenda delle questioni più importanti all’ordine del giorno, di dare cioè visibilità a un tema piuttosto che a un altro, presentando una lista degli eventi attorno a cui avere un’opinione e discutere. L’informazione del dopo-Nassiriya, però, non si è limitata a questo ruolo, ma è andata oltre, indicando al proprio pubblico non solo di cosa discutere, ma anche quale opinione avere in proposito. Senza se e senza ma. Nell’Italia del conflitto di interessi il fenomeno non è nuovo in assoluto, ma in questo caso ha agito con una virulenza di gran lunga maggiore rispetto al passato.

Sarà un caso, ma questa volontà di promuovere un punto di vista a verità assoluta si sposa alla perfezione con l’operato del nostro governo, che finora si è dimostrato abile solo a risolvere i problemi personali del suo capo. Un governo che non fa quello che dovrebbe fare, cioè governare, ma promuove una serie di iniziative che mirano a imporre un unico codice (im)morale, il suo, a tutti i cittadini.

Gli stessi provvedimenti di espulsione, varati in fretta e furia dal ministero dell’Interno per colpire alcuni presunti fiancheggiatori del terrorismo di matrice islamica, sono parenti stretti del famigerato Patriot Act, che negli Usa di Bush ha consentito di imprigionare o deportare centinaia di cittadini stranieri sospettati di “attività terrorista” aggirando la giurisdizione dei tribunali regolari. E rivelano la smania della “Casa delle libertà” di «fare come cazzo le pare», come aveva puntualmente profetizzato alla vigilia delle ultime elezioni politiche la satira dell’Ottavo Nano, in barba agli altri poteri dello Stato e alle più elementari regole della democrazia.

Resta da chiedersi se accettare “usi a obbedir tacendo”, come recita il motto dei carabinieri, la retorica degli “angeli in divisa”, che ci è stata propinata a ogni ora del giorno e della notte come unica verità inconfutabile, sia davvero il modo migliore per onorare la memoria delle vittime ed evitare che altre tragedie simili si ripetano. A giudicare da quanto avvenuto oltreoceano all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, si direbbe di no. È stata proprio l’accettazione incondizionata della dottrina della guerra preventiva, infatti, a portare gli Stati Uniti al varo della più fallimentare campagna militare dai tempi della guerra in Vietnam e, in ultima istanza, ai 19 morti italiani del 12 novembre 2003.

Se i dirigenti Rai non fossero troppo impegnati a censurare trasmissioni satiriche anti-governative e a celebrare i successi di audience conquistati dalla televisione pubblica grazie alle trash-performance di Pappalardo e Bonolis, verrebbe perciò spontaneo chiedere loro di onorare le vittime di Nassiriya rompendo la monotonia retorica che sta paralizzando l’informazione televisiva italiana.

Come? Per esempio non lasciando l’onere di portare avanti un serio lavoro di inchiesta ai pochi e volenterosi giornalisti di trasmissioni come Report e C’era una volta, ma estendendo il loro modello anche al resto della truppa giornalistica delle reti di Stato. E magari togliendo il monopolio dell’approfondimento sull’attualità dalle grinfie di Bruno Vespa, restituendo uno spicchio d’etere a personaggi come Enzo Biagi e Michele Santoro, che forse sarebbero in grado di spiegarci i veri motivi per cui i nostri soldati sono stati spediti, contro la volontà della maggioranza degli italiani, in quello che sulla copertina di Internazionale è stato definito il “pantano iracheno”.

La Rai, però, non è la Bbc, e dunque accontentiamoci di spegnere il televisore. Almeno fino a quando non approveranno una legge che ci impedisce di farlo.


Pubblicato originariamente su Ramella.org

Simone Ramella

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Sono un precario ante litteram che da piccolo sognava di fare il giornalista e poi ha fatto anche molte altre cose.