E invece non avevo capito niente

In sostanza, tranne negli ultimi cinque o sei anni, ho sempre fatto uso di droghe leggere e ho sempre frequentato persone per le quali non rappresentava un problema. Quasi tutti avevano provato a fumare almeno una volta, una buona parte l’aveva fatto più volte e agli altri non era piaciuto e avevano smesso.

Nel mio piccolo mondo è sempre stata una cosa trasversale. Sono cresciuto in un quartiere borghese e di destra (Balduina, #RomaNord) e ho frequentato anche gente piuttosto tradizionalista o convintamente cattolica e praticante, che non si faceva alcuno scrupolo a farsi una cannetta ogni tanto. Tutte persone con le quali si è sempre condiviso lo stesso ragionamento, vecchio quanto la proibizione di hashish e marijuana: ma perché l’alcol è legale e l’erba no? Vengo da un mondo, forse davvero piccolo, per il quale il problema delle droghe leggere consiste solo nel chiedersi quando le legalizzeranno.

Qualche squarcio su una prospettiva diversa mi è stato aperto nel corso di una delle tante estati nelle quali venivo spedito in un centro estivo di tennis sull’Appennino modenese. Là appresi che un amico che era con noi l’anno prima, scoperto dai genitori in possesso di una modica quantità di prodotto, era stato spedito in una comunità di recupero. Alla gente del mio piccolo mondo pareva una follia: “Ma come, per dell’erba?”. Sì, per dell’erba. E non ho modo di sapere quanto, in questo piccolo mondo, il racconto sia diventato una sorta di leggenda. So che ne ridevamo tutti, mentre tremavamo al pensiero di come potesse essere avere una padre e una madre così.

Intendiamoci: la maggior parte di noi aveva dei genitori che non solo non avrebbero approvato, ma avrebbero punito severamente l’uso di sostanze psicoattive o che, pur non disapprovando, ci avrebbero puniti lo stesso perché il ruolo di genitore lo impone. Ma mai avrebbero pensato ad una comunità di recupero per un po’ di fumo.

Il nuovo squarcio mi è stato aperto dalla vicenda ultracommentata (scusate se mi ci metto anche io) di Lavagna. Come scrive giustamente Antonio Talia su Facebook, “un suicidio è un atto imperscrutabile per definizione” ed è difficile parlare di un ragazzino di 16 anni che, di fronte ad una perquisizione della Guardia di Finanza, si lancia dal balcone e si toglie la vita: io ricordo abbastanza vagamente come ero a quell’età e i lampi di memoria che mi si presentano sono di dolore, di cambiamento continuo, tensione perpetua, costanti oscillazioni d’umore. E’ altrettanto difficile, se non si è genitori, capire quanto sia laborioso, in alcuni casi persino impossibile, trovare gli strumenti per confrontarsi con i propri figli. E quanto sia facile, di contro, cedere alla disperazione e cercare di delegare ad altri (militari, in questo caso) ciò che non riusciamo ad ottenere con un dialogo costruttivo che talvolta ci viene rifiutato. Il circo mediatico ormai si è attivato e si esprime a gramellinate, pietismo cazzaro, “la madre coraggio”. Si titola con alcune parole della donna (“non sballatevi”) per evitare la profondità di altre parole, più dolorose e rivelatrici (“perdonami per non essere stata capace di colmare il vuoto che ti portavi dentro da lontano”).

Resta il mio stupore di fronte ad un mondo così culturalmente lontano da me, un mondo che mi aspettavo diverso perché la mia generazione, ora, è la generazione dei genitori. Una generazione che mi aspettavo più libera, liberale e libertina e che invece scopro diversa. La propaganda sui danni delle droghe leggere e l’idea secondo la quale siano paragonabili a coca o eroina ha attecchito molto più profondamente di quanto non immaginassi e fatto proseliti in maniera inaspettata. E’ un piccolo shock: è una delle tante torri d’avorio nelle quali mi ero rifugiato che crolla.

Però, pur di fronte a tanto dolore e alla necessità di riserbo, c’è qualcosa che non penso debba essere taciuto e attiene al comportamento degli uomini delle forze dell’ordine. Qua nessuno vuole gettare la croce su gente che ogni giorno fa il suo mestiere bene e che per la maggior parte del tempo si occupa di cose serie: questi stessi finanzieri hanno probabilmente sequestrato quintali di coca nel porto di Genova, hanno scoperto centinaia di migliaia di euro di evasione, si sono occupati di reati finanziari e di corruzione. Ma nessuno deve avergli spiegato come si gestisce un adolescente.

La stessa procuratrice dei minori per la Liguria, Cristiana Maggia, me lo ha detto ieri in diretta: hanno proceduto come si fa con gli adulti, quando sarebbe bastata una telefonata al magistrato dei minori di turno che li avrebbe dissuasi. Anzi, sono andati a colpo sicuro, proprio perché chiamati dalla madre e hanno perquisito un ragazzino davanti a scuola. Avete idea di come ci si possa sentire? Non a caso il Secolo XIX di oggi riporta le linee guida che da tempo si è data la Polizia di Stato genovese, che prevedono tra l’altro l’uso dei cani solo in assenza degli studenti e mai operazioni e controlli sui singoli ragazzi in luoghi pubblici. Il rischio è quello di lasciare su un adolescente fragile lo stigma di “quello che ha problemi con la giustizia”. Quanto ha pesato quella scena davanti a scuola? Quanto ha fatto pendere la bilancia da una parte? Non lo sappiamo, rientriamo nell’imperscrutabilità di cui sopra. Ma è un punto che va tenuto presente.

Sempre a Radio24 il comandante dei finanzieri di Genova, Nisi, alla domanda “poteste tornare indietro, rifareste le cose come le avete fatte?” risponde così: “Se dovesse capitarci di nuovo di affrontare una situazione con un minore coinvolto, non considereremmo più sufficiente stare nel suo ambiente famigliare come una salvaguardia, penseremmo a qualcosa di più, magari l’intervento di un esperto”.

Non è detto che da tutte le storie di cronaca si debba trarre una qualche lezione. Qua mi pare che non ce ne siano, di certo non “i ragazzi non si devono sballare” o “le droghe leggere vanno liberalizzate”. Forse ci ricorda che il lavoro di preparazione e di attenzione ai dettagli che i genitori devono mettere in campo è immenso e un solo sbaglio può distruggere una vita? Forse che la fragilità di oggi non sono più gestibili con i modelli di ieri? Lo so, suona tutto terribilmente banale, ma evidentemente non è abbastanza banale perché sia lampante per tutti.

E’ sperabile, ultima riflessione, che il vero insegnamento lo tragga chi, come quei finanzieri, in un’altra situazione simile che coinvolga un minore, possa usare la delicatezza che questa volta è fatalmente mancata.

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