Il Rivoluzionario

“Buca!” La pallina si infilo’ agilmente nell’incavo sospinta da un abile colpo della mazza.
 L’uomo dalla divisa verde la raccolse, percorse il breve tratto sul green che lo separava dal suo caddy e con un largo sorriso gli porse la mazza e chiese un driver.
 Miguel si affretto’ a scambiare i ferri.
Quel gioco, anche a distanza di anni, proprio non lo capiva. Cioe’, non ne capiva il senso, non riusciva a spiegarsi quale piacere procurasse inseguire una piccola palla di gomma dura attraverso distese di prati e campi per colpirla con quegli arnesi di metallo.
In aggiunta, rimanendo alla merche’ di questo sole tropicale a volte per ore vestiti di tutto punto con solo l’ombra di qualche rado albero dove potersi riparare.
Piuttosto, durante il gioco e in quel posto, sembrava a Miguel che si svolgessero riunioni dove si prendevano decisioni importanti.

Era stato cosi’ nel periodo degli ‘yanquis italiano’, decine di anni prima, quando il Club era frequentato da facoltosi uomini che scendevano fina la’ in aerei privati da Chicago, Boston e New York.
Se lo ricordava bene come funzionava in quegli anni: americani con origini italiane, gente importante e con le tasche piene di soldi. A causa di quelle origini, lui non li capiva quando parlavano perche’ tendevano a mescolare all’inglese la loro strana lingua ricca di inflessioni dialettali.

Doveva essere gente importante, perche’ erano spesso accompagnati da guardie personali, bell’imbusti grandi e grossi che pativano il caldo insieme a lui nelle interminabili partite. Che fossero guardie lo si capiva dal modo in cui seguivano i loro protetti e perche’ erano armati; in piu’ occasioni il calcio della pistola era spuntato di sotto le giacche eleganti.

Uno di quei facoltosi uomini venuti dal Nord una volta lo aveva chiamato ‘stupido latino’ perche’ si era preso la liberta’ di consigliargli una mazza diversa da quella che voleva usare. “Come ti permetti! Ma tu cosa ne sai, tu non hai diritto di parlare, sei meno di niente, sei solo un latino, uno stupido latino!” gli aveva urlato in faccia con quel suo accento e usando come intercalare delle parole dialettali che Miguel non capiva. E poi, rivolgendosi ai suoi pari: “Avete sentito? Il nostro amigo vuole dirmi quello che devo fare!” terminando la frase tra l’ilarita’ generale.

Gia’, latino.
Il suo aspetto tradiva inconfondibilmente le umili origini e un patrimonio genetico rimescolato dai secoli, a partire dai ‘conquistadores’ spagnoli che a suon di crocifisso e spada per primi colonizzarono l’isola sterminando nel giro di pochissimi anni i pochi locali che la abitavano prima del loro arrivo. A seguire francesi, inglesi, americani e non ultimi gli schiavi africani. Le righe del suo volto e gli incavi delle sue mani narravano storie di sfruttamento e persecuzioni, di intere generazioni soggiogate con la violenza dall’invasore di turno. Fatti di sangue divenuti nella cultura collettiva delle storie trasmesse di padre in figlio per mantenere viva la memoria e coltivare il germe della ribellione.
E’ per questo che quando la rivoluzione era sbarcata, era stata vista come l’opportunita’ di riscatto cosi’ a lungo bramata, come un frutto che dopo aver a lungo maturato e’ pronto per essere colto. Anche Miguel aveva creduto che fosse arrivato il ‘tempo nuovo’, che la nuova era preparava a lasciarsi alle spalle le ingiustizie accumulate. Non si poteva palesare chiaramente, ma era euforia quella che si respirava nelle campagne, dove quel movimento cresceva di giorno in giorno e di vittoria in vittoria guadagnava terreno verso la capitale.
Ed eccoli finalmente li’ di fronte a lui, i rivoluzionari che giocavano a golf esibendosi in pose generose per i fotografi stranieri raggruppatisi per l’occasione, mentre fuori dal campo i servizi di sicurezza, miliziani delle brigate ribelli non ancora abituatisi ai nuovi compiti ufficiali, masticavano canna da zucchero cercando riparo dalla calura pomeridiana.
Certo, la riforma agraria e la redistribuzione delle case erano state delle misure rapidissime che avevano segnato il culmine dello slancio rivoluzionario e dei consensi, ma sopratutto delle promesse mantenute che non erano andate perse nell’etere degli slogan di propaganda.

Il cambiamento era stato tangibile e Miguel lo aveva
sperimentato in prima persona quando aveva visto, doveva
ammetterlo con una certa soddisfazione, molti ricchi scappare in altri paesi, mentre i pochi rimasti venire espropriati di gran parte dei loro beni ritrovandosi da un giorno all’altro a non avere alcun potere per mantenere i loro privilegi.
Anche il circolo del golf era tornato di proprieta’ dello stato e dopo tanti anni al servizio di padroni stranieri, Miguel aveva con orgoglio accettato di lavorare per il nuovo paese e di contribuire, come recitava uno slogan all’ingresso, alla ‘crescita e al benessere del popolo’.

La scomparsa dei turisti, pero’ aveva fatto svanire le laute mance distribuite al Golf Club e col passare dei mesi la povera situazione di Miguel e di quelli come lui che lavoravano per l’azienda- stato non era cambiata granche’.
Tra le strade polverose dei paesini dell’interno non passavano piu’ i camion dei battaglioni di ribelli e le visite dei nuovi capi di Governo erano andate diradandosi come la foschia nella baia che si disperde al sorgere del sole.

L’entusiasmo era scemato e la vita che continuavano a fare i familiari che Miguel aveva lasciato alla comunita’ agricola d’origine, si presentava sempre piu’ dura, sudata e sporca di sempre.
Ecco perche’ ora, alla vista degli eroi e icone della rivoluzione li’ di fronte a lui sul campo da golf, non provava piu’ l’entusiasmo e l’orgoglio dei primi momenti, non sentiva riaffermato il diritto dei latín come lui soggiogati da generazioni e da sempre senza voce.

Quella scena ricordava a Miguel tutte le persone ricche e potenti che si erano succedute su quei terreni e sebbene si sforzasse, non trovava piu’ nessuna differenza ora, in quell’immagine, tra loro e gli ‘altri’ che avevano solo fatto i propri interessi nella loro terra, una terra di conquiste.