UNA NENIA PER AMATRICE

La “pietà” di Amatrice, foto tratta dal web.

Alle 3.36 del 24 agosto una scossa di magnitudo 6.0 ha smembrato interi paesi dell’Appennino centrale. L’epicentro, Accumoli (RI), è il punto di terra in movimento che cuce altre tre regioni colpite dall’ultimo sisma italiano: Abruzzo, Marche, Umbria. L’elenco dei danni, dei feriti, dei morti è ancora in aggiornamento, una tragica lista di lutti e devastazione, pietre che comprimono polmoni e cuori, polvere che copre coscienze e responsabilità. È prematuro ragionare su ciò che sta accadendo in queste ore, con la macchina del soccorso partita e le vite da scavare, il quotidiano che ancora non è ricordo che si affaccia dalle stanze sventrate, il sangue da tamponare, le macerie da scalare, i morti da identificare.
 
 Oggi bisogna piangere.

Fare i conti con il boato, i secondi fatali, il mondo che inghiottisce chi eri, quella che era casa che ora è un cumulo di materiale inerte. “Il paese non c’è più” e bisogna vestirsi a lutto, il tempo che serve per fare i conti con la morte, sgorgare le lacrime che lavano polvere e dolore, imprecare, pregare, battersi il petto, rotolarsi sulla terra maligna e piangere.
 Oggi bisogna piangere.

Deve farlo l’Italia ad alto rischio sismico, devono piangere i campanili non messi in sicurezza, i ponti non collaudati, le gallerie fatiscenti; sgorghino lacrime dalle frane pronte a muoversi, gli argini che cederanno; gli appaltatori e gli imprenditori non s’azzardino a ridere; singhiozzino i piani regolatori mai attuati, i paesi di pietra e malta e i palazzi di cemento e sabbia.

La tragedia, la catastrofe, la fine del mondo si affronta piangendo.

Il pianto porta l’uomo dalla Natura alla cultura e al tempo stesso ne segna le faglie interne (cfr. H. Plessner, Il riso e il pianto. Una ricerca sui limiti del comportamento umano, tradotto da V. Rasini e pubblicato da Bompiani nel 2000), il pianto è la prima reazione umana e — poi — culturale a un trauma.

L’Italia — senza distinzioni di altitudini — sta, partecipando al dolore, “compatendo”, lo sta facendo senza fare i conti con il proprio passato e al tempo stesso guardandosi indietro, dalla propria tastiera o attivandosi per raccogliere alimenti e indumenti, donando il sangue e sparando sentenze, forte dei propri pregiudizi e della generosità che la contraddistingue.

Cartina di tornasole di queste ore di strano cordoglio sono i social network: i post, i commenti, le discussioni mimano condoglianze virtuali dove la semantica del dolore è costituita da like e condivisioni. Gli italiani diffondono notizie, video e fotografie dei luoghi del sisma, segnalano numeri e associazioni a cui rivolgersi, orari in cui condensare gli aiuti, strade da liberare per non ostacolare i soccorsi e wi-fi da aprire per favorire le comunicazioni, mangiano amatriciana e donano cibi per celiaci, la partecipazione è, per forze di cose, filtrata. L’Italia solidale non trova il tempo per piangere e si mette in moto, vede la tragedia da casa e si chiede cosa poter fare, con le parole e con le azioni.

C’è poi l’Italia che cerca la colpa, che condanna e che batte il petto degli altri, pretendendo che siano loro a dover fare i conti con la tragedia.

NON PARLATECI DI TENDE O DI CONTAINER VOGLIAMO PER I NOSTRI FRATELLI TERREMOTATI LO STESSO TRATTAMENTO RISERVATO AI “MIGRANTI” ALBERGHI AGLI ITALIANI! 
 ORA SONO I NOSTRI CONNAZIONALI AD AVERE BISOGNO VEDIAMO LO STATO COSA FA!
 FACCIAMO GIRARE LA NOSTRA INDIGNAZIONE COPIATE E INCOLLATE QUESTO POST!

Questo non è piangere, è ridere sulle disgrazie degli altri. Non è sprono allo Stato, ma lavarsi la coscienza, non affrontare il lutto che una comunità intera prova (e dovrebbe provare) a vivere. Gli alberghi ai terremotati e i rifugiati a scavare, allontanare dai propri morti i vivi e abbandonare fra le macerie nuovi morti che cercano, dopo aver attraversato l’Ade mediterraneo, di ritornare vivi, persone.

Questa reazione, purtroppo diffusa e condivisa fra tanti, ci dice che non sappiamo piangere e che, quindi, la tragedia del sisma del Centro Italia non la supereremo. Sarà l’ennesimo rimorso, dopo l’Irpinia, dopo L’Aquila, dopo le alluvioni di Genova e le altre catastrofi della nostra storia recente. Il punto, probabilmente, sta proprio qui: dobbiamo fare i conti con la nostra natura, di esseri umani, prima di rapportarci alla Natura. Dobbiamo risolvere i nostri rapporti con l’Altro da me prima di perderci nel mondo e nelle sue particolarità. Occorre capire che noi stessi siamo faglie e che ogni scontro dovrebbe produrre pianto più che riso beffardo, alti di una superiorità che non è dell’essere umano, ma della Natura.

Oggi bisogna imparare a piangere.

Farlo nei tempi giusti per non farsi trascinare dall’angoscia e dall’attassamento, ché il lamento non diventi lamentazione e il male sia rinchiuso e dominato, per quel che ci concerne.

Oggi bisogna imparare a piangere, farlo con una nenia di Amatrice, il comune più colpito da questo terribile sisma. Questo componimento poetico tratto dal vero che nell’Ottocento colpì Manzoni e passò tra le mani di Benedetto Croce e che c’entra tanto con una delle divisioni dell’antropologia italiana: la “rivalità” tra Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese.

I’ mi ricordo, abbascio a lu vallone
quanno ce commenzammo a volé bene;
tu mi dicisti: — Dimme: sine o none? -;
i’ te vutaie le spalle e mi nni jene.
Or sappi, mio dulcissimo patrone,
che sine da tanno ti voleo bene.
Vienci dumane, vienci a cunsulare,
ca la risposta ti la voglio dare!

Se per de Martino questi versi, avulsi dal rito, sono solamente poesia (E. de Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati Boringhieri, Torino, 2000 [ed. or. 1958], pp. 59–60.), per Cirese rappresentano una tappa raffinata e da approfondire del “lungo cammino della emancipazione dal terrore della storia, dalla crisi della personalità, dalla oppressione della natura e degli uomini” (A. M. Cirese, Manzoni, Croce e una nenia di Amatrice, in “La Lapa — Argomenti di storia e letteratura popolare”, Anno I. N. 1 — Settembre 1953, p. 9).

Per ora, in queste ore, ciò che conta è riuscire dare una risposta al lutto, consapevoli della nostra natura. “Vieni domani”, speranza e vita da affrontare, che oggi ho da piangere.