Il Tuffo

by SIREN, Valeria Fichera

Sirene. Da sempre nel mio immaginario, nel nostro immaginario. Si, ma quale? Quello europeo. Sirene uccelli dal volto di donna, piangenti sui sarcofagi, sirene mostri dalla coda di pesce e dal richiamo incantato, in quello spazio di mare tra oriente e occidente tra Europa e Africa anzi tra Africa e Europa. E Ulisse uomo archetipo faro della volontà di spingersi oltre, legato e prigioniero delle sue stesse paure, gli occhi bendati e le orecchie ben aperte attorniato e accudito dai suoi uomini che chiama compagni ma ai quali, con l’ausilio di api operose, preclude Esperienza. Uomini chiusi all’ascolto e dunque fattivi. Mani. Schiavi. Di un uomo, delle paure, del canto ammaliatore delle sirene. E tu uomo, Ulisse, sempre furbo, avido di esperienza, sfiorante il rischio, ma schiavo anche tu della paura, prigioniero dei legacci che tu stesso hai chiesto, fai bene a coprirti gli occhi a chiudere il mondo del dominio a chiudere il dominio del visuale. Apri bene le orecchie! Apri bene le orecchie, mettiti in ascolto, dimentica la tua arroganza di homo europaeus, mettiti in ascolto. Finalmente in dialogo. Cerca Lighea nello specchio di Aci. Altre creature esistono, altri suoni, altri linguaggi. Parlano della terra di sopra e di quella di sotto, e poi della terra di mezzo, liquida come il mondo in cui viviamo pensando di stare con i piedi per terra. E intanto gommoni da bestiame e zattere di Géricault, novelli greci in cerca di colonie in cerca di mutamento, eredi di colui che spezzó il corno del toro, si inabissano o vagano al cospetto di Poseidon distratto per arenarsi nella terra dei Ciclopi, non meno inospitale di allora. E intanto navi da guerra solcano in pace il nostro mare di mezzo. E l’uomo tira fuori i denti aguzzi e si trasforma, non meno feroce delle sirene.Ascolta Ulisse, ascolta e compatisci, ascolta perchè da là vieni, stai tornando or ora e i tuoi denti non si sono ancora rilimati sul tronco del talamo e i sibili astuti dei denti aguzzi delle sirene ti suggeriscono incantatori l’altra via che la paura di Persefone rifiuta ma che ti porta incessantemente sul ciglio. Che tentazione! Anthemoessa! Che dolce tentazione lasciarsi cullare, smettere di opporre Ragione, lasciare che Sapienza Universale riarmonizzi i cerchi, permettere a Natura di riprenderci al suo seno. Tornare all’odore di peli, carne e sangue. Tornare autentici smettere di fingere davanti allo schermo davanti agli occhi, nostri ancor prima che altrui. Tuffati! Va’ da Colapesce, guardalo negli occhi e poi ascolta i racconti dell’obbedienza ai sovrani, parla e ancora ascolta. Parole di terra e di mare. È il va e viene incessante della materia viva, spirale ancestrale delle padelle cicladiche, specchio della vita. E poi torna in superficie a prendere aria che ti brucia i polmoni, vagito primigenio. Nuovo uomo. Che gioca coi pesci che gode dell’acqua che gioca con l’acqua che gode coi pesci. Mescola il tuo respiro al sapore salmastro di uomini e pesci sbranati di alghe succulente di mitili carnosi. Ed ecco. Atlantide.

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