Sita the Cheetah
Io scrivo su Twitter sotto lo pseudonimo di un ghepardo femmina di nome Sita perché, in controtendenza, dopo l’avvento dei Social Media, non mi sono più sentita né libera, nè in diritto di esprimere le mie idee liberamente.
Quando mi sono iscritta la prima volta su Facebook mi è parso “il Paese delle meraviglie”, dato che non avevo mai avuto la possibilità di viaggiare, né di mantenere rapporti con gli amici d’infanzia, avendoli il destino portati lontano o avendo strappato me dai luoghi e dalle persone amate e, quella piattaforma sconosciuta, sembrava proprio cadere a fagiolo, una finestra sul mondo, un mezzo con cui riallacciare rapporti o instaurarne di nuovi anche agli antipodi della terra.
Sono andata avanti per un po’ a utilizzarlo con alterne fortune di contrasti e di imbarazzanti scoperte, poi ho iniziato a rendermi conto che non era cambiato nulla da quando tenevo i diari segreti delle Scuole Medie e mia nonna li leggeva di nascosto, per guardare dentro la mia vita fino all’ultimo granello di sabbia.
Erano cambiati i tempi, l’età, gli occhi che mi spiavano, ma sempre lo stesso discorso era: “non scrivere quelle cose, non far sapere cosa pensi, non frequentare quelle persone, non lavare i panni sporchi in piazza…”.
Che fossero intimi o il capo al lavoro o, addirittura, degli psudo-conoscenti come ex compagni di partito, tutti si facevano i casi miei.
Come a un “vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro”, dei figuri semi-anonimi, si permettevano di spiegarmi dall’alto di un pulpito come vivere la mia vita e, quello che è peggio, spifferavano a chiunque, qualunque inezia scrivessi.
E’ vero che il Social ti mette in gioco pubblicamente per sua stessa natura, ma a me ha rovinato la vita.
Non è stato solo il fatto più grave di scoprire degli altarini scomodi, a volte tragici su persone care. Perfino gli aspetti più “leggeri” e di principio: il dover stare attenta a non dire una parola di troppo su fanfaroni permalosi, il non poter disapprovare il partito o i suoi membri anche quando non ero d’accordo, il divieto a smoccolare su persone che mi avevano affondato colpi mortali, ma “che non era bello bistrattare in pubblico”, sebbene le stesse mi sputtanassero i sentimenti ogni maledetto giorno e senza ritegno.
Così ho deciso che questo “mondo moderno” non faceva per me nata nel Jurassico, mi sono cancellata da FB e iscritta a Twitter, ma non più con il mio vero nome, la mia foto, bensì usando per avatar il mio animale totem, il simbolo della dea Mafdet (colei che corre veloce), per potermi sbizzarrire di libertà.
Io che sono una femmina malata e vivo in uno “zoo”, sono diventata così libera di scrivere.
“Il ghepardo è simbolo di prontezza, intuizione e chiarezza.
La sua leggendaria velocità ne ha fatto un simbolo estremamente significativo di precisione e capacità di agire.
Emblema delle qualità del ghepardo femmina, sono l’attenzione, la celerità, la calma reattiva e la capacità di fare centro, qualità oggi richieste più che mai a una donna che interagisca nella società.
Il suo carattere è bonario, ma lo spirito di giustizia è inesorabile, l’indole è pacifica, ma non indolente, né estraniata dalla realtà.
La gheparda, è emblema della donna moderna sempre in corsa, impegnata fra lavoro, famiglia e difficoltà a farsi strada in un mondo maschile e maschilista ancora pieno di pregiudizi.
E’ ispiratrice d’ingegno, capacità e gioia di vivere.
In particolare il carattere solitario, tipico della femmina di ghepardo che porta avanti le sue responsabilità in beata solitudine, riecheggia lo stile di vita delle donne indipendenti, con o senza prole, impegnate nella sopravvivenza quotidiana con grande pratica, anche se con risultati alterni come tutti i cacciatori, liberi e fieri” CIT.
In sostanza tutto quello che vorrei essere nella vita vera, che non sarò mai ma che posso usare per reinventarmi un’altra realtà sulla rete.
Non una finta personalità, non una dispensatrice di menzogne, al contrario la più vera me cha abbia mai saputo esprimere.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.