I troll hanno rovinato Internet? No, semmai i social

Quella che vedete sopra è l’ultima copertina del Time, il contenuto dell’articolo di punta argomenta sul rischio di perdere Internet per come lo abbiamo conosciuto e desiderato a causa dei troll, o più precisamente dei cosiddetti “hate speechs”.

Fermo restando che sono il primo a dire che serve una forma di tutela per chi viene diffamato online, è bene precisare che una simile tutela già esiste: il reato, appunto, di diffamazione. Il punto semmai è applicarlo, a partire dal denunciare chi diffama invece di soprassedere perché “tanto è internet, mica la vita vera” per finire con l’autorità giudiziaria che non dovrebbe sottovalutare casi del genere.

Quello che mi preme sottolineare è che nell’articolo del Time si confonde chiaramente Internet coi Social Networks, per cui prima di chiedere leggi censorie e altre buffonate si ricordi sempre che Facebook non è Internet. Questo astuto (?) parallelismo fra le due entità rende di base l’articolo di per sé spazzatura.

Chi si lamenta delle dinamiche sociali malate — a mio avviso sempre più con ragione — dei social networks di massa spesso non realizza che nessuno lo obbliga ad utilizzarli. Oltretutto i social networks sono vetrine dove esibirsi, sia nel senso positivo (esporre le proprie riflessioni al pubblico, anche un pubblico che potremmo non conoscere) sia nel senso negativo (attention whoring, trolling, scegliete voi). Quindi si deve essere coscienti del mezzo che si sta utilizzando. Una persona normale, per fare un esempio estremo, non andrebbe mai volontariamente in diretta SkyTG24 a farsi vedere sbronzo marcio abbracciato ad una fontana mentre ci vomita sopra. La stessa persona magari il giorno dopo pubblica sul proprio profilo Facebook una foto in cui si raffigura la scena in questione. Oppure, per restare in tema di attualità, un video in cui prende a bastonate un ragazzo più sfortunato di lui. È proprio la concezione di comunicazione virtuale sui social che è fondamentalmente sbagliata.

Scrivo una storiellina breve a beneficio dei più giovani che non hanno avuto occasione di utilizzare Internet in era pre-social. Sappiate che, almeno secondo il mio personalissimo sentire, Internet era molto più “social” prima di Facebook, prima di Twitter, prima di Snapchat. Certo, i porno dovevamo procacciarceli con fatica e i pochi CD masterizzati che giravano erano cimeli guadagnati col sudore di una 128K, ma la comunicazione era su un livello mediamente molto più civile di quello attuale. Con le dovute eccezioni, si intende, i cretini esistono da sempre, ma ora hanno in mano uno strumento talmente semplice che possono usarlo efficacemente anche se sono dei cretini e infestando di conseguenza il mondo con la loro idiozia — Umberto Eco docet.

Di solito parto da una cosa che tutti conoscono ma di cui non tutti conoscono il significato, quelli che oggi vengono chiamati hashtag. Esiste un protocollo di comunicazione che si chiama IRC, che i vecchietti come me conoscono da tanto tempo. Chi inventò il protocollo pensò ad un sistema semplice di categorizzazione degli argomenti di dibattito, organizzando i server in canali. Ogni canale veniva contrassegnato da un #. Se volevo quindi parlare di gattini coccolosi entravo nel canale #kittens. Twitter, i cui sviluppatori vengono evidentemente dalla stessa era di utenza della quale facciamo parte io ed i matusa come me, mutuò lo stesso simbolismo dicendo ai suoi utenti, in poche parole, “inserite #qualcosa nei vostri tweet perché noi indicizzeremo i contenuti in base anche a questi #qualcosa, come se fossero canali tematici”. Ovviamente per Twitter questa cosa serviva a fare business, poiché indicizzare contenuti più efficientemente vuol dire vendere meglio la pubblicità, ma era un servizio all’utenza. All’inizio, devo dire, utilizzato anche con un certo riguardo per la provenienza del simbolo, forse perché i primi utenti venivano per la maggior parte proprio da IRC, ICQ eccetera. Successivamente anche Facebook ed Instagram mutuarono l’idea, e da allora #laggente #deve #scrivere #ogni #cosa #così, credo pensando di avere più visibilità mentre invece stanno solo vomitando in mondovisione su un monumento storico.
Il virus, pian piano, ha infettato anche Twitter.

Quale era l’idea di fondo dei canali tematici? Piccole comunità limitate dall’interesse ad un argomento specifico. Se l’argomento non ti interessava semplicemente non lo vedevi neppure. Eri disincentivato a dire la tua su tutto, anche quando non eri titolato a farlo. Oltretutto il disincentivo arrivava anche e soprattutto dal fatto che se sparavi una stronzata non la sparavi in mezzo ad altre migliaia di voci anonime, ma in un gruppo ristretto in cui di solito ci si conosce per nome e cognome se non addirittura di persona, e ci pensavi due volte prima di giocarti la faccia facendo il leone da tastiera. 
E se facevi casino in un canale potevi tranquillamente venire bannato, permanentemente, da uno o più moderatori per quello che dicevi. Fatevi da soli il parallelo col sistema di segnalazione di Facebook che si basa non sui contenuti ma sul numero di segnalazioni che arrivano per un determinato profilo, e poi chiedetevi perché si censura una foto di un capezzolo ma le pagine di neonazisti sono lì, in bella vista, e vanno avanti da anni.

I troll non hanno rovinato internet, i troll hanno rovinato i social networks. Perché i social networks per definizione danno voce a tutti ed in egual misura e si mettono in condizione di essere riempiti di spazzatura. Mentre il singolo può essere intelligente, la massa presa nel complesso è mediamente intelligente come un piccione spastico.


Post Scriptum: IRC esiste ancora. A chi fosse stufo di Facebook e compagnia bella consiglio di alzare le chiappe e proporre ai suoi conoscenti di utilizzare metodi alternativi. Se il vostro scopo non è stare in vetrina ma comunicare esistono mezzi infinitamente migliori di quelli che utilizzate adesso.

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