La responsabilità degli host sul web 2.0

Chi ospita contenuti è responsabile di ciò che gli utenti pubblicano?

Leggevo di un dibattito che si è scatenato fra un noto blogger ed un sedicente appartenente ad una società di hosting gratuito. Sì, una di quelle aziende che danno un piccolo spazio web dove si può installare wordpress e scrivere quello che ci viene in mente. Il blogger sostiene che chi fornisce uno spazio ha la responsabilità morale ed etica — non necessariamente quella legale — dei contenuti che vi vengono pubblicati. Il presunto impiegato della società di hosting sostiene invece che l’azienda si muove nei confini definiti dalla legge, dove la responsabilità di eventuali reati come la diffamazione è personale.

Chi ha ragione?

Partiamo da un assunto: se cade il principio che la responsabilità penale è personale crolla uno dei pilastri sui quali si fonda la società moderna. Io non posso essere chiamato a rispondere delle azioni di qualcun’altro. Se io metto a disposizione della collettività un muro di mattoni non faccio niente di immorale, eticamente sbagliato o illegale. Se nottetempo un ragazzetto sfila un mattone da quel muro e lo utilizza per tramortire un passante commette un reato. Il muro, di per sé, non è pericoloso, illegale o immorale, può esserlo l’uso che ne viene fatto.

Per come la vedo io le cose stanno così per qualsiasi tecnologia concepita dall’uomo, dal fuoco acceso nelle caverne dai nostri antenati, ai coltelli da cucina fino all’energia nucleare e Internet. Argomentare sulla responsabilità dei gestori è sacrosanto, ma suggerire di togliere i bisturi ai medici solo perché qualcuno di loro lo usa magari per sgozzare la moglie mi pare un filino esagerato, oltre al fatto che non risolverebbe il problema. Il problema, ovviamente, è la pochezza umana. E quello, per citare Luttazzi, non lo risolvi con le leggi: ci vorrebbe il Vodoo.

Quello che serve, semmai, è educazione civica digitale, come ha provato a spiegare con grande eleganza e pazienza il Garante della Privacy. Bisogna educare le persone perché siano consapevoli dei mezzi che maneggiano ogni giorno, dei vantaggi e dei rischi che comportano. E qui non regge nemmeno l’argomentazione delle — solite — feminaziste che sostengono che non è giusto che non possano fare quel che vogliono solo perché la fuori c’è gente cattiva. Due considerazioni:

  • Se dovete insegnare a vostro figlio a tagliare la carne gli mettete in mano un coltello. Lo istruite sul corretto uso cosicché il pargolo non ci rimetta l’indice sinistro oppure lo lasciate fare perché nessuno può dirvi come usare un coltello?
  • Con ovvi riferimenti alle recenti vicende riguardanti diffusioni di porno online, ho letto ovunque che il problema è che si tratta di donne messe a nudo su internet, insultate e volgarizzate. “Fosse stato un uomo non sarebbe successo”. Certo, perché a noi fa piacere venire spiattellati in mondovisione con gli attributi all’aria, quando noi cerchiamo un lavoro la prima cosa che fanno non è cercare nome e cognome su Google. Ripigliatevi.

Aggiungo che è sacrosanto il dibattito su leggi e regolamenti per tutelare le persone sui Internet, ma parlare di responsabilità delle piattaforme e dei provider va fatto con molta, molta cautela. Perché altrimenti si rischia di finire al punto in cui basterà che uno dica di sentirsi offeso — non che sia stato effettivamente offeso, oppure insultato, aggredito o altro, basta che dica di esserlo — per far scattare ipotetiche censure — decise da chi? Su quale base? Con quale metro di giudizio oggettivo?

Su una piattaforma come Facebook posso anche capire la necessità del dibattito, ma dovete finirla una volta per tutte di confondere i social networks — aziende private — con Internet — infrastruttura di rete mondiale sottostante. Internet è piena di schifezza perché la gente fa schifo, ma io rispondo per l’utilizzo che ne faccio io, non per l’utilizzo che ne fanno altri. Scendere sul crinale della censura per nascondere la polvere sotto il tappeto è un po’ come tagliarsi il pisello per far dispetto alla moglie.

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